Vivere la sessualità come simbolo

Capitolo XV
Vivere la sessualità come simbolo

A più riprese, nelle parti precedenti di questa guida, si è messo in evidenza come la coniugalità sia realizzabile non solo a livello della relazione interpersonale, ma anche a quello del dialogo sessuale e genitale.
La coniugalità presuppone quindi non solo l’intesa e l’unione amorosa, ma anche l’armonia e la fusione genitale: due aspetti diversi, due momenti distinti della stessa coniugalità, sostanzialmente però interdipendenti. Come non sì può avere una vera e completa unità d’amore senza la compartecipazione dell’incontro genitale, d’altra parte non si può avere un autentico rapporto genitale senza che questo sia provocato e sostenuto da un profondo sentimento d’amore.
Si è inoltre precisato, almeno indirettamente, che la sessualità e la genitalità sono un valore, ma che non hanno senso senza il loro diretto riferimento alla realtà d’amore che presuppongono e a cui si riferiscono, come segno al suo significato.
Contrariamente a quanto la società moderna sostiene, nei suoi modelli comportamentali che continuamente cerca di proporre ed imporre, la genitalità non è un fenomeno autonomo, tutto da godere, ma un simbolo d’amore, solo da vivere con trasparenza e fedeltà.
Volendo allora puntualizzare le vere mete per la realizzazione della coniugalità non si può che richiamarci a questo concetto fondamentale del simbolismo della genitalità umana, vera causa e fondamento, come l’amore, della coniugalità responsabile.
Non è il caso di sottolineare ancora, sia pur sotto altro aspetto, che sarebbe più che illusorio, erroneo, pretendere di stigmatizzare la coniugalità, come meta ideale da incarnare, nella sola espressione dell’intesa sessuale.
Non si arriverebbe infatti mai ad una autentica coniugalità responsabile stando continuamente solo a sentire il polso dell’armonia genitale.
L’armonia genitale autentica, semmai, è già una conseguenza della raggiunta coniugalità, e non può essere perciò proposta come premessa o come meta per la coniugalità.
La coniugalità può essere allora veramente raggiunta solo proponendosi di vivere sempre più profondamente la genitalità come segno espressivo di un dialogo interpersonale, come simbolo dell’amore.
Così facendo si eviterà il pericolo di confondere l’effetto con la causa, quindi di credere di aver realizzata una intesa genitale per il solo fatto di aver eseguito un programma di tecnica copulatoria. Trascurando ciò che veramente conta e può causare l’armonia genitale si finisce con l’ottenere solo una fittizia e precaria genitalità subumana.
Se si pone invece l’accento sull’importanza della sessualità come simbolo, non solo non si sarà portati ad esaurirsi in un formalismo tecnico, illusorio ed alienante, ma si sarà anche continuamente stimolati a cercare sempre, al di là del segno, la verità della relazione amorosa e a perfezionare la fenomenologia genitale perché, come segno dovrà convenire alla realtà nascosta, significata, dovrà rifletterla sempre più fedelmente, dovrà tradurla in maniera sempre più appropriata e degna dell’uomo.
Se il valore, il significato della genitalità umana non è quello di procurare solamente piacere o di consumare, nell’appagamento, le tensioni libidinali dei partner, ma piuttosto quello di esprimere e favorire l’incontro e l’unità delle due persone dialoganti e relazionanti, nella realizzazione di una coniugalità responsabile, è logico che nei confronti del sesso e della genitalità ci si debba proporre di farne sempre e solo un mezzo, uno strumento operativo della stessa coniugalità.
Proporsi una simile concezione della genitalità vuoi dire allora, in pratica, preoccuparsi ed occuparsi perché non ogni comportamento sessuale e genitale venga accolto ed introdotto nel dialogo coniugale, ma scelto ed accettato solamente quello che più esprime, in un modo sincero, appropriato ed autentico, lo spirito di relazione d’amore che lo sottende e lo anima.
Mentre la concezione materialistica moderna fa buono ogni forma di rapporto genitale purché porti al piacere e alla soddisfazione animale del desiderio erotico, chi vuoi realizzare la coniugalità deve responsabilmente scegliere e perfezionare la fenomenologia erotica in modo da poter arrivare ad esprimere e realizzare, attraverso il sesso ed il genitale, veramente l’amore coniugale.
Appunto perché ogni gestire sessuale, erotico, genitale, è essenzialmente una forma espressiva, un segno, un simbolo, esiste un legame diretto tra la forma e ciò che in essa è contenuto, cioè tra ciò che è detto e la maniera in cui si è detto.
Non si può allora fare di tutto un fascio, fare sì che ogni modalità genitale possa dire qualsiasi cosa, possa sempre esprimere e realizzare l’amore.
Considerare la genitalità nella sua realtà simbolica vuoi dire riconoscere ad ogni fenomenologia una particolare ed immodificabile proprietà espressiva e perseguire attraverso un linguaggio esteriore il suo vero significato interiore.
Del resto si è già visto, a suo tempo, come nelle infrastrutture della copula vi siano espresse in modo evidente le linee portanti dell’amore e della coniugalità. Per arrivare a realizzare questi valori non ci rimane allora che ancorarci alla verità della genitalità operando sempre più a fondo una perfetta concordanza tra il segno simbolico della genitalità ed il suo significato interiore di coniugalità responsabile ed umana.

Seguire i propri ritmi biologici
Non dovrebbero essere! più dubbi, dopo quanto si è detto nelle parti precedenti di questa guida, sul fatto che la coniugalità responsabile è possibile solo perché l’essere umano è libero nell’esercizio genitale, non è cioè determinato, come l’animale, da fattori bio-ormonali, e perché esistono brevi momenti di fertilità femminile, limitati solo al periodo intermedio della vita della donna, regolati da scadenze ritmiche, facilmente accertabili.
Proprio per questi motivi la genitalità umana ha un duplice significato ed una distinta funzionalità: relazionale (amoroso, unitiva) e procreativa.
Perché si realizzi la coniugalità responsabile è allora necessario che si prenda atto di questa realtà, ci si attenga a queste condizioni proprie della struttura umana e della sua genitalità; si sappia cioè cogliere in ogni momento la funzione specifica che l’atto genitale ha in quel momento storico e con rispetto e fedeltà lo si viva nel suo più genuino significato, relazionale o procreativo. In altre parole è indispensabile, perché si sia coniugalmente responsabili, che si conoscano i periodi di fecondità della coppia e ci si adegui, con l’esercizio genitale, a questi stessi ritmi.
La conoscenza dei ritmi di fecondità della donna è così fondamentale alla coniugalità responsabile, non solo perché costituisce un motivo di consapevolezza e di responsabilità propria dell’agire umano, ma anche perché senza di questa conoscenza è compromessa tutta la stessa coniugalità, sia a livello delle persone che a livello dell’atto genitale.
Si è infatti più volte constatato che in mancanza della conoscenza dei periodi di fecondità della donna, la genitalità finisce col perdere il suo duplice significato per acquistare, anche se spesso solo ipoteticamente, l’unico valore procreativo; perché allora si possa disporre di atti coniugali aventi ancora una funzione non procreativa, diviene necessaria la contraccezione, nonostante tutto quel corteo di menomazioni fisiche e psicologiche e di insicurezza anticoncezionale, a suo tempo già descritte.
La conoscenza dei ritmi biologici di fecondità, essendo così la prima condizione « sine qua non » per la coniugalità responsabile, è da considerare una meta fondamentale per la sua realizzazione.
Condizione prima, si è detto, perché una volta raggiunta questa si deve passare, di conseguenza, alla seconda consistente nell’adeguamento dell’esercizio genitale all’andamento dei ritmi di fecondità accertati.
Questa seconda condizione è denominata anche continenza periodica. Il termine non è tra i più felici perché può dare adito a facili malintesi.
Non si tratta infatti di sospendere ritmicamente, nei periodi di fertilità, la vita coniugale, di non far niente in quei giorni, come di solito si intende con il termine continenza, oppure ancora di far l’amore a singhiozzo, con il calendario dei soli giorni sterili.
In realtà si tratterebbe solo di contenere, per i pochi giorni di fecondabilità femminile, la procreatività maschile, cioè dare spazio solamente, nei giorni fertili, a tutta quella gamma di manifestazioni amorose non incentrate sul fenomeno eiaculatorio.
La continenza periodica così concepita è allora ben altro che una mortificazione dell’amore, come volgarmente
si commenta, anzi è da considerare piuttosto come una vera promozione di esso, in quanto, se non altro, porta a superare i pericoli, assai facili e comuni, di identificare l’amore con il coito, e di ridurre ogni manifestazione amorosa alla sola stretta genitale ed al solo piacere dell’eiaculazione.
Per tutti questi motivi, del resto già ampiamente illustrati nel corso delle pagine precedenti, la continenza periodica, o comunque sia il modo con il quale la si voglia diversamente denominare, è da considerare una condizione indispensabile, non solo per regolare le nascite, come avviene di solito, ma anche e soprattutto per potenziare l’amore coniugale, e la stessa genitalizzazione coniugale, come invece difficilmente si fa.
Ed in quest’ultimo senso è anch’essa da prospettarsi come meta fondamentale alla coniugalità.
Una espressione che invece ben riassume le due mete indicate: conoscenza dei propri ritmi di fertilità e adeguamento ad essi della propria genitalità, potrebbe essere questa: seguire i propri ritmi biologici.
Noi la prospettiamo, a conclusione, preferendola ad altre, come quella della continenza periodica, perché ci permette di evitare fraintendimenti concettuali e difficoltà psicologiche conseguenti.
Seguire i propri ritmi biologici vuoi dire infatti, non già optare pregiudizialmente per un metodo naturale di controllo delle nascite, ma più precisamente proporsi di accertare i periodi di fertilità della coppia ricorrendo a tutti i mezzi clinici disponibili, scegliendoli secondo il caso particolare, al fine primario di attuare una autentica coniugalità responsabile.
Seguire i propri ritmi biologici vuoi dire ancora predisporsi ad una vita coniugale, non già standardizzata su schemi fissi, ma pienamente aderente al corso reale dei propri cicli biologici, disponibile quindi a tutte le forme di potenzialità coniugale che questi comportano.

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