Unicità e fedeltà

Anche l’unicità e la fedeltà che i due coniugi si promettono è affermazione e desiderio di mantenere il proprio fragile amore dentro l’Amore assolutamente certo e stabile di Dio.

La domanda infatti è questa: come possono due creature, limitate per definizione e per quotidiana esperienza, promettersi fedeltà e mantenerla nel dramma dell’inevitabile mutamento a cui ognuno viene assoggettato? Si ama sempre un «tu» concreto, con un volto, un carattere, una struttura personale. Poi il tempo dimostra la mutevolezza di questo «tu»: il volto invecchia, il carattere si trasforma, il tempo ferisce, gli avvenimenti incidono pesantemente e a volte in maniera determinante.

Verrebbe spontaneo obiettare che tutto ciò non accade soltanto al «tu» amato, ma anche – e allo stesso modo – all’«io» che ama.

Ma proprio questa è la radice del dramma: che normalmente l’«io» considera comprensibile e inevitabile o perfino utile il proprio mutamento (a volte perché non ne percepisce nemmeno l’entità, o perché l’io ha imparato a campeggiare su tutto) mentre il mutamento dell’altro – eccetto casi rarissimi – tende comunque ad apparire come una frode.

L’infedeltà accade quando i due coniugi cominciano a ricercare in un altro uomo o in un’altra donna ciò che ritengono sia troppo mutato nel proprio partner: la bellezza, ad esempio, o la freschezza del corpo, o la generosità del carattere, o la capacità di accoglienza, o altro ancora.

A volte non si attende neanche il «mutamento» (il tradimento cioè comincia subito), ma solo perché non ci si è mai fermati su un vero amore, e si moltiplicano semplicemente i partners, nella fame di ammucchiare esperienze delle qualità altrui. A questo proposito dobbiamo ricordare anche il caso estremo di chi, pur volendosi sposare, giunge però ad escludere il proprio obbligo alla fedeltà – intesa secondo tutta la sua dimensione «fisica» – perché considera tale obbligo impossibile o comunque non lo vuole per sé. Putto ciò rende il matrimonio completamente nullo.

La fedeltà esige già umanamente una certa compenetrazione delle persone che si amano (compenetrazione di cui l’unione fisica è segno e strumento) e quasi una «intergenerazione».

In un matrimonio, la vera novità è solo in una continua capacità di ricevere l’altro dentro di sé e di rigenerarlo col proprio amore.

Dir questo non deve sembrare un modo poetico di esprimersi, ma indica il concreto e paziente lavoro con cui uno si prendi1 cura di far crescere l’altro e di accompagnarlo verso il destino che gli è assegnato. E ciò porta con sé la stessa bellezza e la stessa fatica della gravidanza e del parto. Per parlare più precisamente in termini cristiani, possiamo esprimerci così: se il destino di ogni credente è la nascita al Regno di Dio (come Gesù diceva al vecchio Nicodemo: «devi nascere di nuovo»), se questa «nasciti» deve cominciare ad accadere già ora, allora l’amore coniugale ha senso solo se uno aiuta l’altro a nascere, se uno in qualche modo porta dentro di sé l’altro, come si porta un bambino.

Per contrasto vien da ricordare qui la giustezza di una poesia in cui J. Ramon Jiménez descrive la fine dell’amore, proprio come se si trattasse della morte di un bambino:

«E’ morto come un bambino, il figlio / del tuo folle cuore / e del mio folle cuore. / Non so se ridi o piangi / vedendo morto il tuo amore, / vedendo morto il mio amore. /E’ come se morti/fossimo tu ed io/fossimo entrambi».

Invece solo quando e se un coniuge «genera- costantemente l’altro (lo aiuta continuamente a «nascere» al suo destino buono), l’altro gli appare sempre «nuovo», nonostante la lunga consuetudine, nonostante il fisico o psichico «invecchiare».

In tal modo i due si mantengono fedeli perché vivono, per così dire, l’uno nell’altro.

Quando si ha la grazia di incontrare una coppia molto avanti negli anni che si vuole bene, come e più del primo giorno, che può confessare con semplicità di aver vissuto una reale e «facile» fedeltà (anche se si è verificato qualche raro cedimento, subito perdonato) ci si accorge d’esser di fronte a una sorta di reciproca immanenza: oramai l’uno è nell’altro, l’uno custodisce l’altro con la sua stessa sostanza.

Anche questo è un vertice e un ideale tipicamente cristiano: si tratta infatti di una caratteristica esperienza di «fede», profondamente innestata nel senso religioso dell’uomo.

Scrive G. Marcel: «Amare una persona significa dirle: “Tu non morirai!”, perché l’amore che le porto mi rivela che essa ha una dimensione superiore a quel fenomeno biologico che si chiama morte.»

Certamente colui che ama sa di non poter, lui, garantire quel «tu non morirai», ma sa anche che, incredibilmente, questo è il senso dell’espressione: «ti amo- (quando l’amore è fedele).

La soluzione dell’apparente paradosso sta appunto nell’intuire che l’amore colloca l’uomo su quella soglia in cui il proprio «senso religioso» si apre alla rivelazione.

«Io ti amo fedelmente, dunque tu non puoi morire; se la morte interviene a spezzare il nostro amore fedele ciò significa che esiste un’altra più

grande fedeltà verso cui siamo protesi, affinché si riveli e intervenga nella nostra storia».

Ogni amante pronuncia così quella splendida preghiera biblica del salmista che dice a Dio: «Tu non abbandonerai la mia vita nel sepolcro e non lascerai che il tuo Santo (cioè: colui che ti appartiene) veda la corruzione!» (Sai 16,18).

Ecco cosa significa «fedeltà»: coltivare in sé un tale amore per l’altro che l’altro è riscattato (come promessa, evidentemente) perfino dalla sua condizione mortale.

Questo da concretezza e realismo all’affermazione che considera l’amore «più forte della morte».

Per questo nell’ultima lettera di von Moltke alla moglie (che abbiamo già citato) troviamo anche queste parole sorprendenti sulla bocca di uno che sta per morire:

«Io sono ugualmente certo che tu non mi perderai in questa terra, nemmeno un minuto».

Ma giustamente egli aggiungeva subito: «e ci è stato permesso di simbolizzare ancora una volta questa realtà con la nostra comune partecipazione alla santa Cena, per me l’ultima Comunione». In questo senso la fedeltà coincide con «la speranza della fede”.

 

2 Commenti a “Unicità e fedeltà”

  • cristian:

    non mj pare affatto che nell’era volgare in cui stiamo vivendo ci sia tutta la poesia usata per spiegare l’amore e la fedelta coniugale in questo blog…guardandomi attorno vedo sempre di piu mancanza di rispetto e situazioni drammatiche,spesso fino all’omicidio purtroppo,all’interno della coppia…

    • Fermarsi a ciò che si vede guardandoci attorno non può aiutarci a capire che cosa significhi un matrimonio fedele. Il male non spiega il bene. Veniamo a sapere di madri che uccidono i loro figli, ma questo non vuol dire che l’amore materno non possa essere grande e bello e anche poetico, come l’amore coniugale. Proprio perchè vediamo tante esperienze negative ci sembra importante cercare e credere nel positivo.

Lascia un Commento

Devi aver fatto il login per inviare un commento

Subscribe without commenting