Una voce…il mio diletto!

Nel misterioso percorso che dà origine alla formazione della coppia viene sempre considerata come prevalente la forza dello sguardo.
Per primi sono gli occhi che fanno sussultare il cuore, sono essi a rivelare nella persona incontrata quella che corrisponde all’ideale, spesso inconsapevolmente coltivato.
Ma poi viene l’ascolto…e non è cosa da poco, se solo sentire il suono di una voce può suscitare attrazione o repulsione nei confronti di una persona.
Il legame di coppia incomincia spesso, tra i tanti elementi indefinibili che la compongono, da una assonanza di voci, una qualità del linguaggio che accomuna i due dialoganti in una atmosfera di reciproca simpatia.
Prima ancora del contenuto è il tono delle parole scambiate che crea l’incanto.
Ogni mamma ha un tono particolare quando parla con il suo bambino, così gli amanti usano un registro comune per entrare in una interiore comunicazione.
Parlarsi è la prima forma di rivelazione, ascoltarsi è la prima forma di accettazione.
Si dice, un po’ polemicamente, che, all’inizio, è lui che ha il primato della parola mentre lei ascolta compiacente, mentre con il tempo la situazione tende ad invertirsi: è lei che parla prevalentemente e l’uomo si fa meno loquace.
L’ auspicio è invece di mantenere un buon equilibrio tra parola e ascolto in modo che nessuno dei due prevarichi sull’altro e si realizzi uno scambio sincero di pensieri e di sentimenti.
In una buona relazione la capacità di ascolto reciproco si affina, aumenta, in proporzione al rispetto, alla stima, all’amore che la anima.
Ascoltare correttamente la voce dell’altro non si può se si è occupati da pregiudizi, se si pensa di sapere già
quello che l’altro vuol dire e lo si giudica frettolosamente.
Nessuno può mai arrogarsi il diritto di sapere in precedenza ciò che l’altro vuol dire, anche se si invoca come giustificazione l’abitudine, invece, per rimanere vivo, il rapporto d’amore deve essere pronto a stupirsi, ad apprezzare e condividere la novità del pensiero dell’altro e, perciò ci si deve mettere umilmente, pazientemente, affettuosamente, direi, in atteggiamento di ascolto.
Non è sempre facile, specialmente quando i toni e i contenuti sono sgradevoli, ma allora è ancora più necessario affinare l’ascolto per riuscire a trovare, al di là dell’apparente contrasto, gli elementi che aiutino a spiegare le motivazioni del comportamento verbale.
Così spesso la parola che può ferire perde la sua punta velenosa se si è capaci di ascoltare veramente nel profondo chi la pronuncia e di cogliere la sofferenza che lo ha reso aggressivo.
E la voce di chi risponde diventa curativa del disagio scoperto, senza permettere che si alteri la comunicazione.
L’amore guida istintivamente al dialogo unificante, ma, quando c’è una caduta, una difficoltà di comprensione, allora deve levarsi più forte la volontà di aiuto reciproco.
A volte basta semplicemente imparare a decodificare il linguaggio per raggiungere la comprensione e la chiarezza dei significati, sgomberando così il campo da equivoci dolorosi.
Inventiamoci dunque un nostro matrimonio, caratterizzato dall’arte magnifica dell’ascolto come strumento di perfezione singola e coniugale, dove la parola acquista una sua dignità sacra di rivelazione dell’anima e dove il silenzio accogliente le dà il dovuto, profondo risalto.
La parola, ogni parola, rimanda al Verbo che era al principio della creazione e merita, perciò, un riverente ascolto, perché possa dare i suoi frutti d’amore.
Ascolta, Israele!

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