Una questione di definizione

Una questione di definizione
(estratto dal libro “Amore”)

Amore vuol dire braccia aperte. Sempre. A braccia aperte, noi permettiamo all’amore di andare e venire a sua totale discrezione. Con assoluta libertà. Giacché del resto l’amore non può che agire così. Se chiudete le braccia all’amore, vi ritrovate soli. Soli con voi stessi.
L’amore – di un certo grado, di una certa specie – è presente in tutte le comunità umane civilizzate. In ogni singolo individuo sussiste del pari una base che consente il manifestarsi dell’amore e i suoi successivi sviluppi. Pertanto l’amore consiste nel «costruire» su una sorta di piedistallo preesistente. Non esiste persona nella quale l’amore sia giunto a pieno e definitivo compimento. C’è sempre spazio per accrescerlo, per svilupparlo. In ogni momento della vita di un uomo, la sua capacità di amare si situa a un diverso livello evolutivo, non altrimenti dal suo divenire. È sciocco pensare che l’amore, in un dato soggetto, sia pienamente realizzato o esplicato. L’amore perfetto è molto raro. È lecito anzi domandarci se un uomo sia mai riuscito a tradurlo in realtà. Ciò non significa che sia una chimera, né che si tratti di una meta alla quale puntare con religioso zelo. In realtà, è la sfida più grande e impegnativa della nostra vita, giacché l’amore e il nostro ego sono una cosa sola, e la scoperta dell’uno e dell’altro implica la realizzazione di entrambi.
L’uomo comprenderà inoltre che non esistono varie «specie» d’amore. L’amore appartiene a una sola specie. L’amore è l’amore. Ognuno di noi esprime e manifesta ciò che sa dell’amore. Lo fa a ogni stadio della sua crescita, della sua evoluzione. In ciò non differisce dal bambino. Nella fase successiva alla nascita, il bambino sa ben poco dell’amore. Tutti sono amabili e amati a livello di assoluta parità. Poi, a mano a mano che la sua capacità di amare va evolvendosi, comincia a operare delle differenziazioni, di pari passo con il maturare della sua coscienza, e sceglie oggetti idonei sui quali esercitare e sperimentare il suo amore. Ama la sua «pappa» e ama anche sua madre. Nondimeno è auspicabile che sua madre sia più gratificante della pappa. Pertanto il piccolo amplia e approfondisce l’amore che prova per la mamma. Esistono gradi molteplici di amore, ma l’amore è di una sola specie.
E scoprirà che amore vuoi dire fiducia. L’esperienza vorrebbe convincerci che la fiducia è la virtù dei sempliciotti, che solo gli ingenui e gli illusi credono in ogni cosa e sono indotti ad accettarla. Se ciò fosse vero, ebbene: l’amore sarebbe un’idiozia. Giacché se non si fonda sulla fiducia, sulla fede reciproca e sull’accettazione, l’amore non è amore. «Amore significa donare noi stessi senza garanzia» dice Erich Fromm. «Amore vuoi dire darci senza riserve, nella speranza che il nostro amore determinerà il prodursi dell’amore nella persona amata. L’amore è un atto di fede, e un uomo di poca fede è un uomo di poco amore.» L’amore perfetto dovrebbe essere quello che tutto dona e nulla chiede in cambio. Un amore, beninteso, pronto ad accogliere in letizia tutto ciò che gli venisse offerto. E quanto più gli verrebbe dato, tanto meglio sarebbe. Ma non dovrebbe sollecitare nulla, giacché chi non chiede e non si aspetta nulla non va incontro a disappunto e a delusioni. Solo l’amore che esige una contropartita porta con sé il dolore.
Questi presupposti sembrano semplici ed elementari, ma di fatto comportano grosse difficoltà. Ben pochi di noi sono così forti, così coerenti, così fiduciosi, così totalmente permissivi, da dare tutto senza attendersi nulla in contraccambio. Né dobbiamo stupircene, perché sin dall’infanzia ci hanno insegnato ad attenderci una ricompensa per ogni sforzo compiuto. Se lavoriamo, ci aspettiamo un’adeguata ricompensa per l’opera prestata, altrimenti ci licenziamo. Se coltiviamo alberi e piante, desideriamo di averne fiori e frutti. In caso contrario, li abbatteremmo o li estirperemmo dal terreno. Se investiamo una parte del nostro tempo in un determinato compito, ci disponiamo a ricavarne soddisfazioni o lodi. Se peraltro la nostra attesa va delusa, ci rifiutiamo di rinnovare quello sforzo. Invero, spesso la sola motivazione che ci stimola all’apprendimento è un premio tangibile e palesemente esternato.
Ma l’amore non è così. L’amore è qualcosa di diverso. L’amore è amore solo quando è dato senza che in cambio ci si aspetti alcunché. Non possiamo pretendere, ad esempio, che una persona da noi amata ci ricambi. Possiamo auspicarlo, ma non possiamo esigerlo. Il solo pensarlo è grottesco. E tuttavia, sia pure a livello inconscio, tale è il modulo esistenziale di gran parte di noi. Quando amiamo davvero, abbiamo altra scelta se non quella di credere, accettare e sperare che il nostro amore venga corrisposto. Ma non possiamo esserne certi, non godiamo di garanzie in proposito. Chi si proponesse di aspettare ad amare fino al giorno in cui fosse certo che il suo amore sarà ricambiato, rischierebbe di trascinare la sua attesa vita natural durante. In effetti, quanti si aspettano qualcosa in cambio del loro amore vanno incontro a una fatale delusione: per quanto infatti possa essere amato, nessuno è mai in grado di coronare tutte le sue aspettative.
Noi amiamo perché vogliamo amare, perché ci da gioia, perché sappiamo che dall’amore dipende la scoperta e la realizzazione di noi stessi. Sappiamo che l’unica certezza riposa in noi. L’uomo che crede in sé, nutre fiducia anche negli altri. È avido di accettare e far proprio tutto ciò che sono in grado di offrirgli, ma il solo punto di riferimento stabile, la sola persona sulla quale può fare conto assoluto, in ultima analisi è lui stesso, solamente lui.

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