Una pratica di preghiera

Una pratica di preghiera
(estratto dal libro “Pregherò con lo Spirito – ma anche con l’intelligenza  1Cor 14,15″)

Dopo aver illustrato la preghiera nelle sue peculiarità e nelle sue varie forme, vogliamo ora delineare una modalità di applicazione pratica dei tratti teorici esposti per favorire l’attuazione di una vita di preghiera “come” quella di Maria, “con” Maria nello Spirito Santo.
Non si tratta di una prassi formale di preghiera, già definita da una larga esperienza ecclesiale, ma di alcune semplici proposte aperte a ogni possibile modifica per un personale adattamento al proprio percorso religioso.
Si vuol indicare qualche accorgimento per promuovere un atteggiamento interiore aperto alla preghiera trinitaria. Una preghiera vivificata inoltre da particolari riferimenti ai molteplici interventi dello Spirito Santo sui quali va posta la propria attenta riflessione e implorazione.

Una pratica introduttiva
Un gesto liturgico

Potrà sembrare strano, ma per arrivare a pregare bene la prima cosa che si deve fare è quella di cercare una posizione comoda per il corpo in modo che questi non possa ostacolare il raccoglimento interiore, il rifugiarsi in Dio e nel suo Spirito, presenti nel nostro cuore.
La ricerca di questo atteggiamento corporeo è già di per sé un pregare, è un primo atto liturgico, perché, essendo il corpo la condizione operativa, il riflesso più sincero dell’anima, esso esprime e realizza tutta l’intenzionalità dell’orante.
Una posizione comoda, raccolta e tranquilla può essere quella di sedersi facendo appoggiare bene il corpo sul suo baricentro, così che si possa stare immobili per un certo tempo senza fatica.
La schiena deve essere eretta, senza alcuna tensione muscolare, in modo che la persona, avendo anche i piedi ben poggiati per terra, risulti rilassata e possa respirare profondamente.
Le mani possono essere appoggiate all’altezza delle ginocchia o abbandonate sul grembo, sovrapposte l’una all’altra con i palmi rivolti verso l’alto, a forma di coppa in atteggiamento di preghiera recettivo e accogliente.
“Siedi nel silenzio e nella solitudine. Inclina il capo, chiudi gli occhi” respira dolcemente, e guarda con l’immaginazione dentro il cuore” (Anonimo, Racconti di un pellegrino russo).
“Siediti ai bordi del silenzio, Dio ti parlerà” (Vivekananda), perché il silenzio è il momento aurorale dell’ascolto, del dialogo, della preghiera.
“Non c’è nulla di più bello della preghiera del silenzio, della sua parola che brucia in te, del grande silenzio che ti avvolge” (Modesti).

Un esercizio sacramentale

Per entrare immediatamente in una dimensione religiosa e di preghiera nello Spirito Santo, non c’è di meglio e di più semplice che dare consapevolezza al ritmo del proprio respiro, solitamente vissuto inavvertitamente e in modo automatico.
Il respiro non è solo un atto fisiologico indispensabile per vivere, è essenzialmente anche un atto con un alto valore simbolico, religioso.
E’ un segno “sacramentale” in quanto è “memoriale” di un evento che ha caratterizzato da “principio” la nostra origine di esseri umani viventi.
Secondo quanto ci ha rivelato la Genesi (2,7) noi viviamo, esistiamo perché abbiamo “respirato lo Spirito Santo”, quando Dio, creandoci, “soffiò (ruah) un alito di vita (neshamah) nelle (nostre) narici”.
Ogni nostra inspirazione è così il segno sacro di quella prima “espirazione” di Dio che continua nel tempo a essere la causa e il principio generatore della vita.
“Farò entrare in voi il mio spirito e (ri)vivrete” (Ez 37,14).
Praticare consapevolmente la nostra inspirazione, in accordo con l’espirazione di Dio, è, dunque, il modo più facile ed efficace per predisporre il nostro animo a riportarci allo Spirito Santo, che con essa viene a noi per porsi all’origine sia del nostro esistere che del nostro vivere, essendo “Lui che dà  a tutti la vita e il respiro e ogni cosa” (At 17,25).
Attuare il respiro con questa consapevolezza, cercando di percepire che ciò che entra nel profondo del nostro corpo è la “ruah”, il grande vento della creazione, “il soffio della bocca di Dio” (cfr. Gb 33,4), non è solamente un modo per introdurci nella preghiera tramite una tangibile esperienza del “Santo di Dio”, ma è già esso stesso preghiera, specie se l’accompagniamo con l’invocazione: vieni Spirito Santo, dolce ospite dell’anima, “per Te viviamo, in Te ci muoviamo ed esistiamo” (At 17,28).
L’inspirazione, vissuta come atto sacramentale, non è però solo il mezzo con il quale è significata la venuta dello Spirito Santo, ma è anche la causa di molteplici effetti spirituali da Lui operati, in quanto lo Spirito di Dio entrando “dentro di noi” è particolarmente attivo: rigenera, trasfigura, permea, “crea un cuore puro, rinnova uno spirito saldo” (Sal 51,12); “Lo Spirito del Signore investirà anche te e sarai trasformato in un altro uomo” (1 Sam 10,6) del tutto spirituale.
Il respiro umano non è però strutturato solo come atto inspiratorio, ma anche come atto espiratorio. Questi ha una funzione certamente fisiologica di depurazione, ma anche una funzione simbolicamente religiosa.
E’ anch’esso, dunque, un atto sacramentale perché evoca il nostro statuto di necessarietà ontologica: senza lo Spirito non possiamo né esistere né vivere. Il nostro essere umano, creaturale ha, di conseguenza, un bisogno continuo di “rinnovarsi nello spirito” (Ef 4,23).
L’espirazione, se può avere il significato di una ritmica liberazione da tutte le sostanze tossiche che si formano in conseguenza del nostro vivere nell’humus della carne, resta però sempre anche la condizione che prepara la successiva inspirazione.
Così come è necessario che i polmoni si siano svuotati il più possibile per far entrare l’aria carica di ossigeno e di vita, per analogia, per essere recettivi allo Spirito Santo, è necessario che gli facciamo spazio, che si crei in noi il vuoto dell’io e ci si liberi dalle scorie del nostro psichismo che si accumulano sempre con le nostre diuturne esperienze di vita vissuta.
E’ solo proporzionatamente all’uscita da sé che si ha l’entrata dello Spirito.
E’, dunque, nella misura in cui sapremo distaccarci dall’io, centro della nostra volizione e della nostra autosufficienza, rompendo ogni nostra dipendenza dai condizionamenti psicologici ed esistenziali, che riceveremo lo Spirito Santo.
Se poi lasceremo che Lui solo “abiti in noi” (Rm 8,11) certamente si prenderà carico di tutte le cose, della nostra vita e del nostro pregare.
Prima di ogni preghiera sarà, allora, necessario praticare almeno tre profondi respiri, introducendo una breve pausa al termine dell’inspirazione e dell’espirazione, per avere più consapevolezza che, con i significati che comportano e che vogliamo fare propri, siano respiri dell’anima, porte all’interiorità e alla dimensione religiosa orante.
“Raccogliendo la mente, introducila per via del respiro nel cuore” e fissatala in questo stato di concentrazione, fa entrare e uscire la preghiera con il ritmo del tuo respiro” (Racconti di un pellegrino russo), perché il respiro è già di sua natura preghiera in quanto intimo scambio spirituale con il divino.

La preghiera cristiana è trinitaria
Il segno di croce

Ogni preghiera cristiana solitamente inizia invocando le tre persone divine mentre si traccia con la mano destra un segno di croce ottenuto intersecando due linee, una verticale e una orizzontale, come cifra della nostra intenzione di porsi in orazione, in rapporto dialogico con Dio nella sua essenza e assoluta totalità.
E’ un gesto altamente simbolico che compendia ed esprime tutta la nostra fede: – nel mistero di Dio, rivelatoci da Gesù come Uno e Trino; ­ nel mistero dell’uomo e del cosmo, creati l’uno come “imago Dei” e l’altro come “vestigia Dei”; – nell’azione salvifica operata sulla croce da Gesù Cristo.
L’invocazione che si fa delle tre persone divine con il segno della croce, all’inizio della preghiera, è non solo un forte richiamo al dogma trinitario, ma soprattutto un impegno a voler tradurre la nostra preghiera in un rapporto profondo e concreto con quelle stesse persone che insieme costituiscono la natura e l’essenza di Dio.
Una siffatta preghiera diventa un modo di partecipare alla vita intima di Dio, ad unirci a Lui non soltanto con la mente, ma soprattutto con il cuore, quindi con tutto il nostro essere.
Compimento della nostra preghiera sarà, infatti, arrivare ad “abitare” in Lui, nel suo essere comunionale per lasciarsi coinvolgere nella dinamica della pericoresi intratrinitaria.
Il gesto della mano che verticalmente sale fino a raggiungere la fronte mentre si invoca: “nel nome del Padre”, è l’attestazione che vogliamo fare a noi stessi del riconoscimento della assoluta trascendenza di Dio.
Dio è al di sopra e al di là di tutto ciò che la nostra mente può umanamente pensare e proferire. Dio è Padre, principio di ogni cosa” tutto da Lui deriva, ex-siste, è generato.
Dio, infatti, ha detto di sé: “Io sono, sono Colui che sono” (Es 3,14), cioè colui che “fa essere” ogni cosa.
Ne consegue che noi non possiamo né essere né esistere né fare alcuna cosa se non con l’aiuto che viene dall’alto dei cieli, da Dio Padre.
Riconoscendolo e ritenendolo esplicitamente Padre, formuliamo similmente il nostro atteggiamento nei suoi riguardi che non può essere che quello di figli, figli di adozione, cioè partecipi della paternità del suo unico Figlio.
Quando con la mano che discende fino al petto diciamo: (nel nome) “del Figlio”, vogliamo attestare l’immanenza di Dio, cioè che Dio è sceso fino a noi, per dimorare nel nostro cuore, tramite il suo Figlio unigenito che “si fece carne e venne ad abitare in mezzo noi” (Gv 1,14).
Gesù è veramente il Figlio di Dio-Padre, perché ce lo ha dichiarato lui stesso palesemente: “Io sono venuto da Dio, sono uscito dal Padre” (Gv 16,17.28), “Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10,30).
Il Figlio di Dio è disceso fino a noi, si è fatto uomo come noi, perché noi, assunti nella sua natura umana, incorporati a lui come membra del suo corpo, potessimo diventare come lui e suo tramite, figli di Dio.
Gesù si è mostrato a noi come “l’immagine del Dio invisibile” (Col 1,15), perché noi potessimo, essendo stati fatti a sua immagine, imitandolo vivere il nostro statuto creaturale di “immagine somigliante di Dio” (cfr. Gen 1,26).
Portando infine la mano dalla spalla sinistra alla spalla destra, si traccia una linea orizzontale, dicendo: “e (nel nome) dello Spirito Santo”, per indicare che crediamo che in Dio lo Spirito Santo è l’atto di relazione, il nexus, il legame Padre-Figlio, è ciò che fonde in uno, fa l’Unità delle relazioni divine.
Nello stesso tempo si vuol attestare che lo Spirito Santo si estende al cosmo, lo “Spirito del Signore riempie l’universo” (Sap 1,7), perché “è in tutte le cose” (Sap 12,1) “e, abbracciando (tenendo unito) ogni cosa, conosce ogni voce” (Sap 1,7) e provvede, ha “cura di tutte le cose” (Sap 12,13).
Se lo Spirito Santo è in tutte le cose, in nessuna però è così propriamente presente e intimo come nell’uomo fatto a immagine di Dio.
Tracciare una linea orizzontale che va da un lato all’altro del nostro corpo delimitandone l’ampiezza, vuol in particolare ricordare a noi che siamo lo spazio, il luogo materiale, la dimora, la casa dove abita “corporalmente la pienezza della divinità” (Col 2,9).
“O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio” (1 Cor 6,19); “Noi siamo infatti il tempio del Dio vivente, come Dio stesso ha detto: abiterò in mezzo a loro e con loro camminerò e sarò il loro Dio” (2 Cor 6,16).

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