Una partecipazione

L’album di fotografie che conteneva la documentazione delle loro vite, dalla nascita fino al momento dell’incontro, portava alla fine, come logica conseguenza, non solo l’immagine della coppia ormai formata, ma anche la relativa partecipazione di nozze: la comunicazione ai parenti, agli amici e a tutto il mondo che il fatto era accaduto, che era nata una nuova, prodigiosa, realtà.
Doveva essere appunto come una partecipazione di nascita, l’annuncio che qualche cosa di grande, che fino allora non esisteva se non in mente Dei, si era finalmente concretizzato, aveva preso una forma ben definita, tanto che lo si poteva venire a verificare in un giorno stabilito, in un tempo e in un luogo chiaramente indicato nell’avviso.
Ma a lei, tanto per cambiare, le comuni partecipazioni di nozze non piacevano proprio.
Il suo inguaribile romanticismo la faceva rifuggire da ogni aspetto pubblico e ufficiale della cerimonia.
Le sembrava di banalizzare e sciupare una bellezza che riguardava soltanto loro due, che non si poteva rinchiudere in poche, fredde righe di convenienza.
“Non facciamole!”Aveva detto lui, sempre sbrigativo “Chi ci obbliga? Lo diciamo a voce alle persone più interessate e chi vuole se ne ricorda, altrimenti peggio per loro.”
Già, nessuno li obbligava a seguire le consuetudini, ma è sempre difficile staccarsene del tutto, meglio trovare delle soluzioni alternative.
Così si misero a cercare un’icona, un’illustrazione, che racchiudesse e comunicasse il significato profondo del loro nuovo cammino.
Forse perché si trattava appunto di un cammino, a un certo punto, dopo aver passato in rassegna tante immagini diverse, di cui alcune molto belle e, a prima vista, più adatte alla funzione richiesta, la loro scelta era caduta su una serena raffigurazione del Buon Pastore.
Non sapevano, allora, o solo intuivano, che tutta la loro vita di coppia sarebbe stata una meditazione e una verifica del significato di quella figura.
Lo scoprirono poco alla volta, nel tempo, ma già allora, non sapevano bene come, la loro attenzione si fissò decisamente su quel Pastore, che reggeva dolcemente sulle spalle la sua pecora e recava accanto la scritta, tratta dall’inno di San Tommaso all’Eucaristia:
« Bone Pastor,                          Buon Pastore,
Tu nos pasce, nos tuere,           Tu nutrici, difendici,
Tu nos bona fac videre             Tu facci vedere i beni che ci aspettano
In terra viventium »                  nella terra dei viventi
La loro partecipazione di nozze divenne così la comunicazione di un atto di fiducia nei confronti di Colui che si era dichiarato pronto a svolgere verso di loro la funzione, appunto, di pastore.
Da allora non avevano cessato di rivolgersi a Lui, che chiamavano prima volentieri con il nome di Maestro, con questo nuovo titolo, più ricco di significati.
Sì, perché ora, alla nuova coppia che incominciava la sua strada, non bastava più un maestro che insegnasse il da farsi, occorreva Qualcuno che si assumesse anche l’impegno di guida,che camminasse davanti a loro perché non si smarrissero per via e li coinvolgesse in un rapporto sempre più stretto ed efficace.
Che il Pastore fosse buono lo avevano sperimentato con forza nella prima parte della loro vita, nella provvidenzialità del loro incontro, nella gioia della reciproca scoperta, perciò sentivano di potersi fidare e  lasciarsi guidare da Lui al pascolo migliore.
Nelle scelte quotidiane che sarebbero stati tenuti a compiere, per sé e per gli altri, le incertezze sarebbero state tante, pari alle nuove responsabilità e il sentiero in salita e pieno di ostacoli.
“Buon Pastore” pregavano “tu solo sai quali e dove siano i pascoli più adatti per la nostra vita e per la nostra crescita, tu portaci dove il nutrimento che hai predisposto per il tuo gregge è più abbondante, anche se più difficile da raggiungere.  Noi ti seguiremo, ma tu difendici, proteggici, rassicuraci, mantienici nella serena fiducia della tua presenza.”
Ma l’invocazione che piaceva di più a lei era “Tu nos bona fac videre in terra viventium”
“Che cosa saranno quelle cose buone che il Pastore ci vorrà far vedere nella terra dei viventi?” Chiese una volta, mentre insieme ripetevano la preghiera.
“E quale sarà mai la terra dei viventi?  Non certo questa, dove si muore ogni giorno.  Io dico che la terra dei vivi è in realtà la terra dei morti, l’al di là, dove certamente non si muore più!”
“Sei sempre la solita estremista!” sospirò lui “Di qua o di là non capisci che si tratta sempre di noi? Siamo noi che dobbiamo essere i viventi, e lo siamo se partecipiamo della vita che il Buon Pastore dà alle sue pecore.  Noi costruiamo con Lui la nostra eternità, impegnandoci dove Dio ci ha fatto nascere e camminare, e siamo già nella vita eterna, anche se non completamente, manca solo qualche formalità, per esempio la nostra morte, ma quella verrà a suo tempo e non deve preoccuparci più di tanto.
Fermiamoci piuttosto sul verbo: vedere. Secondo me sono i nostri occhi che devono essere guariti dalla loro cecità.  Siamo circondati dalle realtà celesti, siamo cittadini del regno e non ce ne accorgiamo, siamo figli di Dio e non ce ne rendiamo conto, non usiamo abbastanza gli occhi della fede.”
“Sai una cosa?” disse lei pensierosa “Credo che per educare gli occhi della fede si debba imparare a relativizzare quello che vediamo normalmente, cioè renderci conto che non è tutta lì la realtà, ma ne esiste un’altra più grande che non dobbiamo lasciarci sfuggire.  Però non mi sembra una cosa tanto facile.”
“Certamente”riprese lui “ma ci aiuta la preghiera a fare chiarezza.  Senti questo bel pensiero che ho trovato nel libro – Come loro – di René Voillaume:
“Caratteristica dell’uomo di preghiera è l’essere presente a tutto l’universo, quello delle cose visibili che egli raggiunge con i sensi, e quello delle cose invisibili che tocca mediante le fede. Queste ultime devono essergli tanto più presenti in quanto sono più reali, nel pieno senso del termine.”
“Sì, dovrebbe essere così.”disse lei “Mi viene in mente quel passo del vangelo di Luca che ci hanno letto nel giorno del nostro matrimonio, dove si dice dei discepoli di Emmaus :“I loro occhi si aprirono”.  Ma prima avevano ascoltato le scritture, spiegate dal Maestro, e avevano camminato con Lui e con Lui avevano mangiato e il loro cuore ardeva…E’ stato dunque il loro amore, quello che faceva ardere i loro cuori, ad aprire loro gli occhi e a trasformali da ciechi in vedenti.
Così sia anche per noi!”

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