Tra terra e cielo, dodicesima parte

dodicesima parte:

Caro Betel,

a questo punto si può dire che i nostri due ragazzi abbiano incominciato un cammino insieme e, quando dico cammino, intendo proprio il camminare a piedi, passo dopo passo, per tutte le strade della loro città e dintorni, in tutti i momenti possibili del giorno.
Io, con le mie ali, non faccio fatica a seguirli, ma mi stupisco della loro resistenza.
Ci deve essere un misterioso legame tra il movimento dei loro piedi e l’attività di comunicazione del loro pensiero.
Me li trovo in cammino alla mattina presto, dopo la prima Messa, quando la città è ancora avvolta nella nebbia e fa più freddo (siamo in inverno).
Lui è molto gentile, le lascia sempre la destra, la rifornisce in continuazione di caramelle balsamiche per la gola ( a proposito, mi sembra un po’ delicata la tua fanciulla) ma non si preoccupa del tempo: sia che piova o che nevichi non si ferma il loro pellegrinaggio e a volte devono tornare a casa gelati come due ghiaccioli.
Potrei farti una mappa della città molto interessante.
Scartate le vie principali, c’è tutto un labirinto di viuzze e di vicoli che sono una delizia per chi non vuole distrazioni.
Io intanto mi diverto a guardare i segni di una storia antica, rimasti sui mattoni delle vecchie case, i cancelli che si aprono su imprevisti giardini, gli alti muri di cinta tranquilli e protettivi, i ciottoli del fiume vicino che fanno rallentare il passo e permettono di riflettere meglio.
Sembra che i nostri ragazzi stiano esplorando una città sconosciuta a quelli stessi che la abitano e stiano cercando qualcosa che solo loro sanno e solo da questo momento li interessa.
E, naturalmente, parlano, specialmente lui.
Lungo tutte quelle strade silenziose si srotola il racconto delle loro vite, come il dipanarsi, in un nuovo labirinto, di una storia arruffata che sta scoprendosi un ordine e una finalità nuova.
Credo che dia una sensazione gradevolissima, perché vedo che non si stancano mai, anzi ogni volta ne escono rianimati e pronti a ricominciare.
Non è un semplice raccontarsi che li sospinge, ma è uno scoprirsi pensieri affini, desideri, giudizi, esperienze comuni…
E’ tutta una vita sommersa che si manifesta, sollecitata da uno sguardo, da una domanda, da un attento silenzio dell’altro.
Come acque profonde che, dopo aver percorso tortuosi e bui sentieri sotterranei, sgorgano improvvisamente in superficie e si rallegrano di poter scorrere liberamente alla luce del sole, così tutta la vita precedente al loro incontro sembra sia stata vissuta e acquisti significato per essere rivelata all’altro in questi momenti di grazia.
Naturalmente ci vuole tempo per tutto questo, non è così facile e immediato.
Ci vogliono chilometri di cammino, momenti particolari del giorno, disposizione d’animo adatte, circostanze favorevoli, ma per il mio ragazzo è un esercizio entusiasmante.
Nessuno lo aveva mai ascoltato con tanto interesse, per nessuno si era impegnato tanto a farsi conoscere, forse non si era mai conosciuto lui stesso con tanta sincerità.
Mi domando fino a quando durerà questo lavorio di recupero e di scoperta reciproca.
Per noi angeli tutto è presente ed eterno, ma capisco che per gli uomini, che sono soggetti a continui cambiamenti, la faccenda dovrebbe continuare quanto dura la loro vita sulla terra.
Due che si amano non dovrebbero mai finire di rivelarsi, per non finire mai di amarsi, perché conoscere vuol dire amare, non è vero?
Tuo Alef itinerante

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Sì, mio caro Alef, conoscere vuol dire amare, non si conosce veramente qualcuno o qualcosa se non c’è una passione di amore che ti sospinge, ma tu non dirlo alla mia fanciulla perché non è ancora pronta per capirlo.
Se ne accorgerà a suo tempo e si accorgerà che questa “passione” comporta anche una disposizione a “patire”, a lasciarsi ferire, penetrare dall’altro, rinunciando all’orgogliosa autosufficienza di cui gli uomini sono così ingannevolmente fieri.
Come tu sai bene, la nostra natura angelica ci riempie spontaneamente e contemporaneamente di conoscenza e di amore, ma per gli uomini che devono imparare tutto attraverso l’esperienza sensibile conoscere è veramente una scuola di maturazione, fatta di gioia, ma anche di sofferenza.
Ora lei non vede il rischio a cui si espone, cammina sul ciglio di un burrone e non teme di cadere perché è come sostenuta da una felice ebbrezza.
Non avrebbe mai pensato, lei così schiva, di poter dire le cose che non aveva mai detto a nessuno e che le urgevano dentro, e di provare quel senso di liberazione che la fa sentire finalmente viva.
E quando, a tratti, si levano le barriere dei suoi silenzi, a difesa di un territorio privato gelosamente custodito, il tuo caro ragazzo le supera facilmente con una inaspettata, disarmante capacità di intuizione, che rende tutto più semplice e più accessibile.
Ricordi che ti avevo detto come fosse importante per i nostri due crescere nella stessa città e nello stesso ambiente?
Ora ne possono improvvisamente verificare il significato.
Perché quella grande pianta di calicanto aveva riempito, ogni inverno, del suo profumo quell’angolo nascosto di giardino se non per rallegrarli in un comune, soavissimo ricordo?
Perché la luce preziosa di quelle vetrate policrome aveva danzato per loro nell’ombra di quella grande chiesa, dove tante volte si erano trovati a pregare?
Perché il profilo di quegli alberi all’orizzonte aveva dato tanta tenerezza ai loro cuori nell’ora del tramonto?
Ora le loro esperienze passate si ripresentano e si illuminano a vicenda disegnando una storia comune che finalmente si rivela.
E poi c’è il fiume.
E’ un vecchio amico il fiume: sulle sue sponde lui, bambino, aveva imparato a pescare insieme a suo padre e lei a cercare, con le sue sorelle, le prime viole nel tempo di primavera.
Ora il fiume scorre benevolo ai loro piedi e li ascolta parlare, mentre riflette per loro le immagini mutevoli del cielo che sembra farsi più vicino sulle loro teste.
Se non fossi sicuro di essere invisibile potrei temere a volte che vedessero anche me, mentre mi specchio felice, alle loro spalle, nelle sue acque.
Tutto ciò mi ricorda il paradiso terrestre, con il fiume che usciva da Eden per irrigare il giardino dove era stata collocata la prima coppia, quindi, con un po’ della mia arte angelica, mi viene facile avvolgerli in una atmosfera di divina serenità, come se si muovessero in un mondo che ancora non conosce il peccato originale.
Io mi limito a questo e cerco di essere il più discreto possibile: c’è in atto un processo così delicato che mi incute rispetto, come se mi fosse dato di assistere ad una nuova nascita e, in effetti, della nascita della coppia si tratta: uno dei capolavori di Dio.
Tutto questo mi riempie di gioia e mi rimanda a quel fuoco di amore per cui noi serafini siamo eternamente felici.
Che cosa sono mai gli uomini perché Lui si confonda tanto con loro?
E noi non possiamo che esultare.

Tuo Betel danzante

continua….

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