Sessualità e matrimonio – PRIMA e DOPO il Concilio Vaticano II, Presentazione Seconda Parte

La svolta radicale operata dal Concilio Vaticano II

Di fronte al testo del documento conciliare riguardante la sessualità e il matrimonio, il primo problema che si pone al lettore è come, cioè con quale criterio, affrontarlo.
Generalmente si propone, come necessaria premessa, la conoscenza precisa e la ricostruzione dettagliata del laborioso iter che ha portato alla stesura definitiva del testo, perché ogni parola, si dice, ha una sua storia fatta di proposte, discussioni, controproposte, emendamenti, intenzioni sottese, votazioni con vari numeri di “placet”, “placet iuxtra modum”, “non placet” e voti nulli.
Se non ci fosse stato il termine perentorio di chiusura del Concilio la discussione su questo documento, già svoltosi per ben quattro anni, sarebbe continuata per chissà quanto tempo, perché fino all’ultimo sono stati avanzati al Papa stesso memoriali nei quali si suggerivano altri emendamenti, ritocchi, spostamenti di frasi, di modi di dire, ecc., ecc.
Anche se riteniamo teoricamente utile questa preliminare conoscenza, se non altro per una più approfondita esegesi del testo e per capire meglio il senso di certe espressioni definitive, siamo però praticamente reticenti ad accettarla, perché abbiamo constatato che tutti coloro che ne hanno fatto uso e si sono trovati automaticamente coinvolti e schierati in due posizioni contrastanti rispetto al dettato conciliare: o tra coloro che ritengono che la dottrina ufficiale della Chiesa è rimasta sostanzialmente tale e quale ed il Concilio ha praticamente trovato solo un linguaggio nuovo, una specie di accorgimento tattico, un modo elegante per rendere più accettabile all’uomo di oggi la stessa dottrina di ieri; oppure tra coloro che riconoscono senza dubbio uno sforzo di novità di contenuti, un superamento di determinate insostenibili posizioni tradizionali, senza però che si sia addivenuti ad una sistematica elaborazione dottrinale. I troppi silenzi, le mancate precisazioni su varie questioni, già dibattute dai teologi in fase pre-conciliare, possono essere interpretate, si dice, ambivalentemente: o come tacito riconoscimento o come superamento del preesistente. Ma anche volendo ipotizzare il superamento della dottrina tradizionale si pretenderebbero prese di posizione più radicali e più coerenti.
Noi rifiutiamo questo tipo di approccio al documento conciliare non solamente perché non vogliamo correre il rischio di lasciarci anche noi condizionare ad una ricerca inconscia di conferme o sconfessioni di determinate posizioni dottrinali, ma soprattutto perché non lo riteniamo utile per la comprensione del vero e più profondo valore di tale documento.
A nostro avviso l’importanza primordiale di questo documento non è tanto nel suo contenuto, quanto nel modo con il quale vi si è arrivato.
Non sempre si è evidenziato, e quindi ben pochi ne hanno coscienza, che qui si tratta della presenza di una Chiesa non come solitamente siamo portati a considerare: gerarchica, madre e maestra che già possiede tutta la dottrina e che si pone di fronte al mondo con la consapevolezza di essere l’unica detentrice della verità, specie in questioni morali, e di non avere, quindi, bisogno degli altri, in quanto sa di trovare sempre in sé le giuste soluzioni per ogni problema umano.
E di fronte a una siffatta Chiesa è comprensibile ogni pretesa di trovare coerenza, chiarezza e completezza dottrinale. Ma si tratta di una Chiesa insolitamente carismatica e pneumatologica, che sa di possedere la verità non perché la conosce, ma perché è guidata dallo Spirito di Verità. Una Chiesa umile e pienamente solidale con la logica dell’incarnazione, che ricerca, quindi, la verità insieme a tutti gli uomini, perché sa di essere compagna dell’umanità e dì dovere insieme camminare fianco a fianco ad essa in quanto si tratta di raggiungere un unico traguardo.
“Il Signore è il fine della storia umana, il punto focale dei desideri della storia e della civiltà, il centro del genere umano, la gioia di ogni cuore, la pienezza delle loro aspirazioni… Nel suo Spirito vivificati e coadunati, noi andiamo pellegrini incontro alla finale perfezione della storia umana, che corrisponde in pieno col disegno del suo amore: ricapitolare tutte le cose in Cristo, quelle del cielo come quelle della terra (Ef. 1,10)” (C.S.45).
Una Chiesa che riconosce che in ogni uomo è presente il germe divino che lo sollecita e lo chiama a realizzare quello stesso valore annunciato dal Vangelo.
Questa Chiesa è portata, così, a considerare positivamente ogni esperienza umana, ogni tensione verso la realizzazione vera dell’umano.
“Pertanto il Sinodo, proclamando la grandezza somma della vocazione dell’uomo e affermando la presenza in lui di un germe divino, offre all’umanità la cooperazione sincera della Chiesa al fine di stabilire quella fraternità universale che corrisponde a tale vocazione” (G.S.3).
Se c’è dunque un bene comune che interessa tutto il genere umano, se c’è una comune vocazione umana e divina che fa un’unica storia, una storia di “chiamati”, la storia del popolo di Dio, si capisce come la Chiesa si interessi in modo particolare delle vicende del mondo, perché la sua missione è quella di far camminare la storia umana verso il suo traguardo.
“Le gioie e le speranze (Gaudium et spes è appunto il titolo del documento conciliare che ci interessa esaminare), le tristezze e le angoscie degli uomini di oggi sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angoscie dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore” (G.S. 1).
Questa Chiesa che si sente dentro il mondo, parte integrante dell’uomo sa che, condividendo la sua stessa sorte, non può essere se stessa senza la solidarietà con il genere umano. Non solo, ma sa che “questa solidarietà dovrà sempre essere accresciuta, fino a quel giorno in cui sarà consumata, e in cui gli uomini, salvati dalla grazia, renderanno gloria perfetta a Dio, come famiglia da Dio e da Cristo fratello amata” (G.S.32).
Sulla base di queste premesse ideologiche che fanno la nuova coscienza di sé, la Chiesa conciliare ha voluto, con il documento che stiamo per analizzare, concretare “il desiderio di stabilire un dialogo che sia ispirato dal solo amore della verità e che, se condotto con la opportuna prudenza…. non esclude nessuno: né coloro che hanno il culto di alti valori dell’animo umano, benché non ne riconoscono ancora la sorgente, né coloro che si oppongono alla Chiesa e la perseguitano in diverse maniere. Essendo Dio principio e fine di tutti, siamo tutti chiamati ad essere fratelli. E perciò chianti a questa stessa vocazione umana e divina, senza violenza e senza inganno, possiamo e dobbiamo lavorare insieme alla costruzione del mondo nella vera pace” (G.S.92).
La Chiesa conciliare riconosce perciò tutto quello che di buono si trova ir/ mondo, sa che “chi si sforza con umiltà e con perseveranza di scandagliare i segreti della realtà, anche senza avvertirlo viene come condotto dal-i mano di Dio, il quale mantenendo in esistenza tutte le cose, fa che siano che sono” (G.S.36), quindi, si unisce con tutti gli uomini “per cercare la verità e per risolvere secondo verità tanti problemi morali, che sorgo-tanto nella vita dei singoli, quanto in quella sociale (G.S. 16). Questa Chiesa riconosce ancora che l’esperienza del mondo è fondamentale per aiutare se stessa a scoprire sempre più profondamente la verità ed aiutarla a presentare con più precisione i concetti e i precetti di cui essere depositarla.
“La Chiesa non ignora quante cose abbia ricevuto dalla storia e dallo sviluppo del genere umano. L’esperienza dei secoli passati, il progresso file scienze, i tesori nascosti nelle varie forme di cultura umana, attraverso cui si svela più appieno la natura stessa dell’uomo e si aprono nuove vie verso la verità, tutto ciò è di vantaggio anche per la Chiesa” (C.S.44). Dopo queste affermazioni non ci sono dubbi per ritenere che il documento conciliare non si presenti con tutte le caratteristiche di una ricerca del tutto nuova, sganciata da schemi precostituiti e dottrinali, fatta insieme, con tutti gli apporti scientifici e culturali del nostro tempo, nel tentativo di capire sempre meglio, anche alla luce del Vangelo, la complessa realtà della sessualità umana e del matrimonio.
Proprio perché “la Chiesa, che custodisce i I deposito della Parola di Dio, da cui vengono attinti i princìpi per l’ordine morale e religioso, anche se non ha sempre pronta la soluzione per ogni singola questione, desidera unire la luce della Rivelazione con la competenza di tutti, allo scopo di illuminare la strada sulla quale si è messa da poco l’umanità” (C.S.33).
Di fronte a siffatte premesse programmatiche ed intenzionali il lettore, come tutti noi, non può sentirsi profondamente coinvolto quale membro di quell’umanità impegnata in un cammino di ricerca comune.
L’atteggiamento nostro più importante e pregiudiziale non può essere, quindi, che quello di un attento ascolto delle parole che si trovano espresse e scritte in questo documento. Un ascolto però tutto particolare, come quello indicato dal Vangelo: “Guardate dunque come ascoltate, perché a chi ha sarà dato, ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che crede di avere” (Lc.8,18).
Ciò che, in particolare, deve caratterizzare questo ascolto è essenzialmente la nostra partecipazione con tutto quello che sappiamo e abbiamo sperimentato in proposito alle questioni sessuali e matrimoniali, ciascuno con la propria sensibilità, competenza, profondità di esperienza di vita, di riflessione, di studio.
Perché solamente con questo apporto è possibile entrare in sintonia con la Chiesa conciliare, che attraverso l’esperienza di tutta l’umanità, posta alla luce del Vangelo, ha voluto verificare quanto ci sia di autenticamente umano e valido.
Nella misura in cui siamo presenti con tutto ciò che sappiamo e abbiamo, possiamo immediatamente cogliere il frutto di quanto ci viene donato dal dettato conciliare: o una conferma di ciò che già si presentiva come autentico; o una nuova conoscenza di cose importanti che non avevamo ancora chiarite; o una spinta verso nuove illuminanti possibilità di ulteriori dimensioni che toccherà soprattutto a noi, come soggetti di storia umana e divina, sviluppare.
Chi invece non ha questa particolare presenza partecipativa non riceverà gran che dal documento conciliare, anzi perderà anche quel poco che credeva di avere: una dottrina tradizionale — perché non mantenuta intatta; una innovazione — perché non tradotta ancora a dottrina sistematica.
Chiarito questo pregiudiziale atteggiamento di fondo nei confronti del documento conciliare possiamo passare a coglierne i fruttuosi nuovi valori [seguendo la traccia di trattazione indicata nel testo.
Il Concilio, quale espressione di tutto il popolo di Dio perla presenza di tutti i Vescovi di tutti i continenti, seguendo il criterio conoscitivo e valutativo, già menzionato, della “luce del Vangelo e della esperienza umana” vuole con questo documento – denominato: Costituzione Pastorale sulla Chiesa nel mondo, e citato brevemente con le due parole di inizio del testo latino: Gaudium etspes (G.S.) – trattare o mettere l’accento su alcuni problemi che interessano tutti gli uomini per la loro incidenza sul bene personale e sociale.
Tra questi problemi il primo posto è dato al matrimonio e alla famiglia.
La prima preoccupazione che deve impegnare tutti gli uomini ed in particolare i cristiani, è riconoscere e valorizzare la dignità del matrimonio e della famiglia, perché il bene della persona e della società è strettamente connesso con la felice situazione della “comunità coniugale e familiare”. Si noti subito che il matrimonio e la famiglia sono qui denominati, e per ciò stesso riconosciuti nella loro essenza, “comunità ” cioè realtà umane caratterizzate da precisi rapporti interpersonali.
Per l’attuazione personale di queste comunità, che vengono specificate per il tipo di relazioni che le qualifica e distingue: “comunità di amore e di stima e rispetto della vita”, si ritengono importanti i vari sussidi tecnici, specie psico-pedagogici, in quanto questi si propongono di formare le qualità interiori necessarie sia ai coniugi che ai genitori, nonché offrire aiuti concreti per la loro preminente missione.
Specialmente i cristiani che hanno alta stima di queste comunità devono attendersi questi sussidi sempre migliori vantaggi e, quindi, devono sforzarsi di promuoverli.
“La dignità di questa istituzione” – si noti ancora come il matrimonio e la famiglia siano qui denominati istituzione, istituto, cioè luogo giuridico dove i soggetti che vi fanno parte sono uniti da rapporti relazionali specificati da un ordinamento e da un fine preciso unitario ed unificante – non è purtroppo sempre e dovunque riconosciuta, rispettata e messa in luce; troppi elementi giocano a deformarla, basti pensare alla poligamia, al divorzio e al cosiddetto libero amore.
D’altra parte è facile constatare che l’amore coniugale, riconosciuto come la caratteristica più qualificante dell’istituzione, sia spesso profanato dall’egoismo, dall’edonismo e da illeciti usi contro la generazione.
Certamente oggi la vita moderna con le odierne mutate condizioni socio-psico-economiche crea nuovi e difficili problemi, perturbanti e preoccupanti, come ad esempio l’esplosione demografica, però, nonostante le difficoltà attuali, viene posto maggiormente in risalto “il valore e la solidità dell’istituto matrimoniale e familiare” e si rende “manifesta in maniere diverse la vera natura dell’istituto stesso”.
Il Concilio con questo documento si propone, perciò, mettendo in chiara luce alcuni punti capitali della dottrina della Chiesa Cattolica, di illuminare e confortare tutti coloro  – cristiani e non –  che si sforzano di salvaguardare e promuovere la dignità naturale e l’altissimo valore sacro dello stato matrimoniale.
Il lettore noti con particolare attenzione, che, essendo il documento rivolto espressamente anche ai non cristiani, si cerca un terreno comune valido per tutti, quindi si parla di dignità “naturale” e di valore “sacro” del matrimonio indipendente dalla sacramentalità che può non essere accettata o presa in considerazione dal non cattolico.
Il matrimonio, come realtà “naturale”, è di per sé anche “teologale” in quanto istituito dal Creatore.
È ovvio che prima di parlare e per poter parlare della santità del matrimonio e della famiglia bisogna sapere o aver chiaro il concetto stesso di matrimonio e di famiglia, cioè conoscere esattamente qual è la natura costitutiva e l’ordine di funzionamento di queste realtà.
Ecco come il Concilio precisa queste premesse pregiudiziali.
Il matrimonio, sul quale si innesta la famiglia come una naturale estensione, consiste in una “intima comunità di vita e di amore coniugale”.
Questa particolare realtà comunitaria è stata creata da Dio nel momento stesso della creazione della coppia umana e, quindi, è stata fondata dal Creatore e da Lui stesso strutturata con un preciso ordine di svolgimento secondo leggi naturali proprie dello stato matrimoniale.
Il matrimonio si costituisce, si instaura sul piano esistenziale con il patto coniugale, cioè con il libero e volontario consenso a questo stato di vita coniugale, formulato personalmente dagli sposi in modo solenne ed irrevocabile.
L’istituto del matrimonio si pone, dunque, in essere concretamente, per ogni singola coppia, a partire dall’atto umano con il quale mutuamente si danno e si ricevono come coniugi. Il matrimonio nasce, così, a livello privato e sociale.
Poiché la sua configurazione strutturale è stabilita, è data dall’ordinamento divino, è, per ciò, un vincolo sacro, teologale.
Istituito da Dio in vista del bene sia dei coniugi che dei figli e della società, non può dipendere dall’arbitrio contrattuale dell’uomo, in quanto è Dio stesso l’autore del matrimonio.
Il matrimonio è, dunque, essenzialmente un “vincolo”, cioè un particolare legame, un’intima comunione che ha come scopo il “bene”, la realizzazione piena dell’essere dei coniugi, dei figli, della società.
Il matrimonio è, perciò, dotato di molteplici valori e fini, “tutti quanti di somma importanza”.
Si noti come il Concilio abbia decisamente abbandonato il vecchio criterio valutativo di distinzione dei fini e soprattutto la subordinazione di tutti i fini a quello primario della riproduzione.
Per la verità i Padri conciliari non specificano la molteplicità dei fini del matrimonio in quanto indicano soltanto le conseguenze immediate dei fini raggiunti: la continuità del genere umano, il progresso personale, il destino eterno dei membri, nonché la dignità, la stabilità, la pace e la prosperità della famiglia stessa e di tutta la società.
Una forma di indicazione e di ordinamento dei fini del matrimonio potrebbe essere ravvisata nella precisazione che l’amore coniugale, che costituisce l’essenza del matrimonio e quindi il matrimonio stesso (e per questa ragione l’amore non può essere considerato un fine), è naturalmente
ordinato, cioè tendente alla fecondità, quindi alla procreazione e alla educazione della prole, come al tocco finale in quanto queste realizzazioni sono come corone di ornamento dell’amore coniugale.
Così pure si può intravvedere il fine del matrimonio quando l’uomo e la donna, per il patto di amore coniugale che hanno stabilito non sono più due ma una sola carne, cercano, con l’intima unione delle persone e delle attività di mutuo aiuto e di servizio, di sperimentare il senso della propria unità e sempre più pienamente la raggiungono.
In questo senso si può intendere il fine proprio del matrimonio e dell’amore coniugale, come il raggiungimento del suo significato di verità che si costituisce nell’operare dei soggetti.
E’ da sottolineare ed apprezzare la prudenza qui esercitata nel trattare dei fini del matrimonio, perché, volendo i Padri conciliari rivolgersi anche ai non credenti, hanno cercato una base comune di intesa.
Certamente sarebbe stato per loro facile chiedersi anche quali altri fini potrebbe avere il matrimonio secondo il progetto per il quale il Creatore ha deciso dì costituire la coppia sessuata maschio e femmina. E dalla Rivelazione si sa per certo che Dio ha creato l’uomo e la donna, maschio e femmina, perché fondamentalmente fossero “a sua immagine e somiglianza”. In questa “immagine” sono allora racchiusi, analogicamente, i più profondi e i più veri fini della sessualità e della coniugalità.
Ma un siffatto discorso non sarebbe stato da tutti compreso ed accettato, anche dagli stessi cristiani non adusi ad una siffatta analogia presa dall’origine come tipo di “sacramentum creationis”.
Più comprensibile ed accettabile da tutti è invece la descrizione dei fini intesi come semplice ragion d’essere, come necessità interna dell’amore coniugale umano. Così, il dire, ad esempio, che la piena fedeltà e l’indissolubile unità coniugale è esigita e reclamata come ragione interna: o dell’intima unione coniugale in quanto mutua e totale donazione di persone, o del bene dei figli, è cosa che dovrebbe essere per tutti ovvia. Solamente dopo aver tratteggiato i punti più salienti della struttura costitutiva del matrimonio e della famiglia, in accordo con la dottrina della Chiesa e con la concezione di quasi tutti gli uomini, anche non credenti, il Concilio ha voluto specificare, per i cristiani, le caratteristiche di santità di questa fondamentale realtà umana.
Facendo riferimento al piano della salvezza operato da Cristo, il matrimonio e la famiglia sono prospettati come realtà sgorganti dalla fonte della divina carità e strutturate sul modello tipo (analogia paolina) dell’unione di Cristo con la Chiesa.
Del matrimonio si fa, quindi, riferimento soprattutto all’aspetto del patto di amore e di fedeltà che lo costituisce e caratterizza. Come un tempo Dio venne incontro al suo popolo con un patto di amore e di fedeltà, così ora il Salvatore degli uomini e sposo della Chiesa viene incontro ai coniugi cristiani attraverso il sacramento del matrimonio.
Il sacramento è qui inteso, in particolare, come “sacramentum redentionis”
Per esso l’autentico amore coniugale è assunto nell’amore divino ed è sostenuto ed arricchito dalla forza redentiva del Cristo e dalla azione salvifica della Chiesa.
I coniugi cristiani sono così, in maniera efficace, condotti a Dio, aiutati e rafforzati nello svolgimento della loro missione, corroborati e quasi consacrati da uno speciale sacramento per i doveri e la dignità del loro stato, nello spirito di Cristo.
Per mezzo di Cristo, infatti, pervasi di fede, speranza e carità, gli sposi cristiani tendono a raggiungere sempre più la loro perfezione e la mutua santificazione, ed assieme rendono gloria a Dio.
La famiglia cristiana che nasce dal matrimonio, come immagine e partecipazione del patto d’amore del Cristo e della Chiesa, renderà, a sua volta, manifesto a tutti gli uomini la viva presenza del Salvatore nel mondo e la genuina natura della Chiesa, sia con l’amore, la fecondità generosa, l’unità la fedeltà degli sposi, che con l’amorevole cooperazione di tutti i suoi membri.

Gabriele Bonomi

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