Sessualità e matrimonio – PRIMA e DOPO il Concilio Vaticano II, Introduzione

Il Proposito

Con questa pubblicazione ci proponiamo di fare una panoramica dell’evoluzione che il concetto di sessualità e di matrimonio ha avuto con il Concilio Vaticano II.
Il Concilio ha, in proposito, veramente segnato il momento rivoluzionario più significativo di quanto da secoli era considerata teoria ormai acquisita ed indubitabile.
Questo fatto ha scosso non poco le coscienze, anzitutto per la venuta meno delle sicurezze legate a principi che di per sé sono da ritenere immodificabili, e secondariamente per le incertezze di una prassi non ancora ben con figurabile nelle nuove categorie interpretative e valutative di una realtà, quale quella sessuale e matrimoniale, così diversamente individuata. Il salto qualitativo è stato talmente brusco, perla rapidità temporale entro la quale si è verificato, che ha lasciato perplessi e disorientati gli stessi autori del Concilio Vaticano II, in quanto si sono trovati praticamente impreparati ad affrontare le conseguenze derivanti da una siffatta rivoluzionaria concezione.
Il Concilio è stato, sotto un certo aspetto, come un lampo di luce che ha fulmineamente messo in mostra nuove, diverse strade da percorrere, come un impeto di grazia che ha fatto sovvertire e rompere d’improvviso con i precedenti schemi e i vecchi legami prospettando, con lo slancio emotivo proprio di ogni nuovo stato nascente, tutta una svolta radicale di vita.
Questi momenti preziosi di luce e di grazia sono stati in un certo qual modo fissati entro i termini linguistici, sia pur angusti e limitativi, dei documenti conciliari, che hanno però tutto il valore di una fedele memoria, se riletti con quello spirito che li ha dettati.
Per cogliere l’originalità apportata da questo spirito conciliare innovatore, che con l’impeto di un forte vento ha spazzato via quanto di non autentico si inalberava nel passato e nella tradizione, è necessario che si abbia conoscenza e coscienza precisa di ciò che era preesistente al Concilio Vaticano II.
In questa ricerca del contesto culturale nel quale si è posto il Concilio riteniamo importante fare riferimento solo a testi ufficiali, a documenti del magistero, perché questi, più significativamente di ogni riflessione, possono dare la dimensione esatta dei principi e delle concezioni più autorevoli esistite e pronunciate in proposito.
Lo stesso criterio useremo per cogliere la complessità dei problemi che si sono posti e sviluppati a partire dal Concilio e che sono stati via via affrontati e stigmatizzati da interventi ufficiali e magisteriali fino ai giorni nostri.
La svolta culturale e vitale operata dal Concilio Vaticano 11 può essere considerata già realizzata nel momento stesso in cui il Concilio l’ha prospettata, ma ciò è vero solo su I piano teorico e simbolico, perché in pratica è ancora tutto da impostare e realizzare.
Il Concilio è una porta che è stata aperta e che nessuno ormai può più richiudere, una porta che apre, in sostanza, a visioni nuove e a compiti nuovi che vanno, perciò, prima recepiti nella loro singolare e originale novità e poi assolti in uno svolgersi creativo sempre più ampio e conseguente alle indicazioni originariamente date.
Per un lavoro di ricerca così impostato, quale noi ci proponiamo di fare ora, qualcuno giustamente potrebbe chiederci come mai abbiamo deciso di seguire solo i testi ufficiali del magistero della Chiesa.
In risposta e come aggiunta alle considerazioni su esposte possiamo dire che, trattandosi di una rivoluzione in campo antropologico, che più direttamente coinvolge il comportamento etico-religioso umano, non si vede quale riferimento più autorevole si potrebbe trovare, per avere la traccia delle varie tappe evolutive operatesi in poco più di mezzo secolo, se non i pronunciamenti ufficiali della Chiesa, coinvolta profondamente e impegnata più di ogni altra realtà umana nell’affrontare e risolvere siffatte novità di problemi.
Inoltre ponendosi la Chiesa essenzialmente sul piano magisteriale con il compito di dettare in proposito norme precettive etiche, queste non possono che calare nel nostro inconscio personale e collettivo costituendo i criteri valutativi deontologici della nostra coscienza.
Volendo allora sapere quali elementi giocano nel determinare il nostro modo di concepire e giudicare la realtà sessuale e matrimoniale nella quale ieri ci siamo mossi ed oggi ci muoviamo, non potremmo fare di meglio che rifarci a quei dettami che la Chiesa, quale solerte madre e zelante maestra, ci ha via via nel tempo impartiti.
Riferirsi ai testi ufficiali della Chiesa è, dunque, molto proficuo, sia per avere chiaramente esplicitati i principi e i criteri valutativi della realtà sessuale umana e matrimoniale, così come sono stati autorevolmente formulati, sia per coscientizzare ciò che di questi dettami è entrato nell’inconscio, nel profondo delle coscienze a tal punto da agire, tra l’altro, come motivo di resistenze psicologiche all’accettazione delle novità conciliari e delle problematiche di sviluppo concettuale e comportamentale che da queste sarebbero derivate.
Nessuno può misconoscere che la svolta conciliare, essendo stata repentina e radicale, ha trovato molte coscienze incapaci psicologicamente di cogliere ed accettare tale mutamento.
Se c’è un problema che lo stesso magistero della Chiesa sente oggi in modo cruciale è, infatti, quello di verificare quanto il Concilio è stato recepito, ha inciso nel cambiamento e quanto resti ancora estraneo e lontano.
Ne fa fede la decisione presa dal Papa Giovani Paolo II di indire un Sinodo straordinario, per la fine del 1985, a vent’anni dal Concilio, per fare il punto della situazione proprio per verificare in che misura questo sia stato accolto e posto alla base del rinnovamento e della crescite morale e spirituale dell’umanità.
Lo scopo principale di questo nostro lavoro è, infatti, quello di arrivare a cogliere, in sintonia con la Chiesa, attraverso la rilettura dei testi ufficiali che hanno trapuntato il cammino della storia della Chiesa in questo secolo, non solo i problemi innovativi per il presente, ma anche quelli per il futuro, in quanto sentiamo nostro dovere non solamente entrare pienamente nel vivo di queste novità concettualmente già acquisite e prospettate nel documento conciliare, ma anche sviluppare quelle che da esse derivano.
Ci proponiamo così, dopo questo sforzo di panoramica rilettura del passato e del presente, di continuare a ricercare e costruire dimensioni nuove di quella problematica sessuale e matrimoniale che costituisce l’oggetto specifico di ogni nostro lavoro editoriale.

La Chiave di lettura

Per dare al lettore la possibilità di inquadrare ed interpretare correttamente il nostro lavoro editoriale ed in particolare quello che stiamo per presentare ora, riteniamo necessario renderlo consapevole dei concetti base, dei criteri veritativi che intendiamo seguire, per inverare la nostra ricerca antropo-sessuologica.
Premetteremo perciò una breve esposizione, molto sintetica e schematica, dei presupposti teorici che costituiscono la guida di ogni nostro studio e analisi della realtà umana in generale ed in particolare di quella sessuologica e matrimoniale.
Il primo presupposto è che la struttura costitutiva dell’umano è caratterizzata da un preciso ordine di funzionamento che rappresenta lo specifico modo di essere dell’uomo e il suo vero attuarsi.
Nessuno infatti può negare o misconoscere che esista un ordine finalistico, dinamico nell’essenza e nella struttura umana – come del resto in ogni altro ente terreno -, secondo cui, cioè seguendo quell’ordine, l’essere umano (l’ente) si attua raggiungendo, realizzando i fini essenziali e necessari per il suo essere ed esistere
Alla base di ogni riflessione, di ogni indagine e ricerca scientifica c’è perciò questo presupposto: accertare l’ordine, l’ordinamento, il funzionamento della struttura dell’ente; in altre parole accertare la sua natura, il suo modo specifico e proprio di essere e di funzionare. Ogni scienza umana studia, in sostanza, esclusivamente questo ordinamento proprio ed insito in ogni ente. Questo ordinamento è ontologico in quanto è preesistente ad ogni conoscenza che si può avere di esso.
Corollario a questo primo principio è il coerente e logico riconoscimento che se c’è un ordine, un funzionamento finalistico della natura ci deve essere stato necessariamente un intervento attivo ed intelligente di un soggetto ordinatore, di un progettatore.
Il concetto di ordine, di funzionamento implica, in forza del suo stesso significato, il gesto dell’ordinatore.
Pensare a questo gesto è porsi automaticamente la domanda, tutt’altro che oziosa o indifferente, su chi può essere l’attore del gesto.
Questi non può che essere il Creatore degli stessi esseri in quanto è causandoli che li ha posti in essere disponendoli di quel loro proprio ordine e regola.
È solamente l’intelligenza e la volontà divina che poteva fare tutte le cose, ciascuna con e nel suo ordine così mirabile.
Riconoscere questa ragione, questa sapienza ordinatrice divina è importante per due motivi: primo perché ciò spiega il mistero di questo ordinamento. Solo chi può avere conoscenza della mente divina può conoscere il vero progetto e l’ordine progettuale progettato.
È facile riconoscere che la conoscenza dell’ordine della natura è, per gli esseri umani intelligenti, ancora e sempre un mistero insondabile. Si conosce, infatti, sempre troppo poco e male ciò che riguarda l’uomo. D’altra parte è un impegno affascinante, anche se difficile, la continua ricerca dell’ordine misterioso della natura, perché è percepita intuitivamente come l’unica condizione necessaria alla realizzazione sempre più piena dell’umano.
Preciso intento di tutte le scienze naturali antropologiche, aperte alle più sofisticate specializzazioni è perciò conoscere sempre più e sempre meglio l’ordine, il funzionamento del costitutivo essenziale e strutturale dell’ente. Un secondo motivo è che senza il riconoscimento dell’autore della natura non è facile accettare a pieno e sempre il potere di obbligazione dell’ordine della natura stessa. Dio solo è garante della natura.
Il secondo fondamentale presupposto è che dal preciso momento in cui è conosciuto l’ordine di natura questi immediatamente diviene legge di natura.
Si dice “legge”in quanto “vincola”, “obbliga”a seguire, rispettare e conservare tale ordine, se si vuole che l’ente si realizzi e si conservi.
Ovviamente c’è una netta differenza tra il dato ontologico, cioè l’ordine di natura, e il dato gnoseologico, cioè la conoscenza che possiamo avere di quest’ordine. L’uno è indubbiamente preesistente all’altro.
La conoscenza dell’ordine di natura è conseguente e avviene nel tempo con un lento e laborioso cammino tra le più disparate difficoltà e rischi di errore. È estremamente importante riconoscere che la conoscenza che possiamo avere dell’ordine di natura è sempre in qualche misura imprecisa, imperfetta, incompleta, passibile, quindi, di ulteriore progresso, anche se può apparire già in termini soddisfacenti.
Il pericolo e la causa più facile di errore nel quale si può incorrere quando si ricerca l’ordinamento della natura è quello di far intervenire la ragione umana, con i suoi criteri operativi intellettuali, nella formulazione della legge stessa. Ne potrebbe risultare una legge arbitrariamente costruita, dedotta dalla nostra razionalità piuttosto che avuta come stupefacente scoperta di dati.
Nessun ricercatore, qualunque sia il suo campo specifico di indagine, compreso quello teologico, può sfuggire a tale rischio di corrompimento della conoscenza del vero ordine di natura.
Non deve perciò meravigliare, e tanto meno turbare, la constatazione che si possa avere, nello svolgersi del tempo, modificazioni anche radicali di ciò che si era ritenuto prima essere l’ordine, la legge naturale.
Ciò che si cambia non è l’ordinamento in sé, ma solamente la conoscenza che ili esso si è avuto prima, in termini forse imprecisi o errati.
Non è fuori luogo insistere ancora – trattandosi di uno studio che stiamo per fare proprio sull’evoluzione della conoscenza della natura in riferimento alla sessualità e al matrimonio – che è fondamentale riconoscere che la legge naturale necessita di una continua evoluzione proprio perché il fatto conoscitivo umano è frutto sempre di cultura e come tale è sempre condizionato e spesse volte contaminato dalla ragione umana.
Ciò non depone per un relativismo, tanto più negativo quanto più si tratta di leggi vincolanti il comportamento morale, piuttosto depone per un preciso impegno di una sempre più vigile attenzione al progresso scientifico, che se viene precisando ulteriormente l’ordinamento di natura impone un adeguato aggiornamento della legge già formulata, se tale funzionamento intende veramente definire.
La legge naturale, essendo di per sé esclusivamente conoscenza del dato ontologico, dell’ordinamento di natura, deve, per essere vera, corrispondere esattamente alla normalità di funzionamento dell’ente.
Come si va sempre più precisando, con uno sforzo collettivo, sul piano scientifico, questo funzionamento, così, automaticamente, si deve continuamente precisare ed aggiornare la formulazione della legge naturale, da qualunque parte essa venga innovata.
L’attenzione all’evoluzione e allo sviluppo storico, progressivo della conoscenza della legge naturale è quanto mai doverosa per il semplice motivo che è in gioco, con la realizzazione dell’essere, il bene, la bontà, la felicità. Ogni ente può infatti essere, realizzarsi, attingere cioè la pienezza di sé, solamente entro i termini dell’ordinamento della sua struttura costitutiva.
Il bene come tale è l’essere stesso, la pienezza dell’essere, attuata secondo il piano divino, progettato per ogni ente in modo suo proprio e per ogni modalità di esistenza.
Il bene e la felicità non possono, quindi, che essere raggiunti tramite la conoscenza di questo preciso ordinamento divino, che condiziona e assicura in modo assoluto, sine qua non, la realizzazione dell’unità dell’essere.
Tutto ciò spiega la tendenza, l’inclinazione connaturale, universale, cioè insita in ogni essere umano, alla ricerca e alla conoscenza del vero e del bene.
Tutti, più o meno consapevolmente, con più o meno efficacia, sono alla ricerca di ciò che possa essere più autentico e più appagante; tutti, cioè, sono alla ricerca del buon funzionamento del loro essere.
Solamente ciò che appaia conforme a questa possibilità viene spontaneamente perseguito.
Diviene allora estremamente importante tener conto dell’apporto esperienziale di tutta l’umanità, specie in campo di ricerca scientifica, se si vuole arrivare ad una continua analisi critica di ciò che la legge di natura ci propone come criterio primo e morale di ogni nostro agire, perché è solo trovandosi in piena conformità con il dato ontologico che questa legge ci assicura il nostro più autentico bene.
Se la legge naturale apparisse sempre con queste caratteristiche e a queste condizioni, sarebbe automatica la sua individualizzazione ed interiorizzazione, perché sarebbe rispondente alle profondità del desiderio e della tensione propria di ogni essere, che è quella di realizzarsi in pienezza e totalmente.
Abbiamo premesso questa griglia di concetti, che dovrebbero essere ovviamente approfonditi ed ulteriormente sviluppati, perché li riteniamo necessari per una lettura, con lucido ottimismo e acuta introspezione, dei segni del nostro tempo particolarmente caratterizzato da profondi e radicali cambiamenti di concezione e di modi di vita.
Ciò premesso possiamo ora iniziare lo studio che ci siamo proposti di fare.
Lo divideremo in due parti: la prima sarà dedicata all’analisi della concezione della sessualità e del matrimonio prima del Concilio Vaticano II; la seconda parte riguarderà l’apporto innovativo del Concilio e i problemi che da esso sono emersi e derivati.

Gabriele Bonomi

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