Santità Nuova

Capitolo 6
Santità Nuova
(estratto dal libro “Il matrimonio sacramento dell’amore”)


I tipi di santità che si sono evidenziati nei secoli passati sono caratterizzati dallo stile eroico del deserto, del chiostro. Si tratta di uno stato d’animo spirituale che manifesta i suoi doni particolari, ma nel loro insieme queste forme di santità sono distaccate dal mondo e protese in verticale, come la guglia della cattedrale gotica, in uno slancio verso il ciclo. Attualmente sembra invece che l’asse della santità stia mutando. La forma architettonica si evolve; rispetto alla solitudine dei colloqui mistici essa addolcisce la severità del tratto e si avvicina alla forma della croce. L’asse verticale dello slancio si umanizza incrociandosi con l’asse orizzontale della condizione umana. Lo spirito di santità, sempre identico a se stesso perché opera dello Spirito santo nell’uomo, rientra nel mondo, nella carne viva dell’umanità, nell’opacità della vita quotidiana chiamata ordinariamente “profana”.In realtà, con l’avvento di Cristo il “profano” viene identificato unicamente con l’ambito del peccato, e il sacro si dilata fino ai confini del mondo, lo avvolge e allo stesso tempo interiorizza il cuore umano e incentra interamente su di esso l’ordine della vita universale. L’incarnazione è la santificazione in potenza, nella natura di Cristo, della natura umana e cosmica nella sua interezza, e mostra il suo principio di continuità in quella che si potrebbe chiamare la “cristificazione”: tutto è destinato a integrarsi nel corpo di Cristo e a divenire in esso “pneumatoforo”, cioè portatore dello Spirito. Apparentemente questo nuovo tipo di santità è meno eroico, ma se la forma è differente l’essenza è la stessa: un’impresa più nascosta, che spesso il mondo non percepisce, ma una lotta non meno reale.
La chiamata di Cristo è universale: “A tutti [Gesù] diceva: ‘Se qualcuno vuoi venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua'” (Le 9,23). La santità viene così ricondotta alla sua semplicità originaria: la rinuncia a se stessi e l’unione con Dio che rende l’uomo sempre più aperto allo Spirito santo e lo muta radicalmente. Ciò che ne costituisce la novità è la fedeltà radicale alla chiamata del Signore nelle condizioni del mondo e in questa santità si vedono fiorire amanti di Dio e amanti in Dio, uomini fino in fondo, traversati dall’energia della grazia alla radice della loro natura umana.
Questa forma di santità si inserisce più facilmente nel tessuto del mondo dove l’essere umano, pur rimanendo pienamente uomo, vive della vita di Dio. La fedeltà nelle piccole cose, la “piccola via”1 è commisurata al proprio dono, indice della risposta alla chiamata dell’evangelo, e ne trova la forma adeguata alle modalità concrete dell’esistenza:
Sono pochi coloro che giungono a un così alto stato di perfezione nell’unione con Dio. E bene sapere che non è perché Dio vuole che vi siano pochi spiriti elevati, poiché anzi vorrebbe che tutti fossero perfetti, bensì perché vi sono pochi vasi che sopportano così alta ed eccelsa opera2.
Aperti alle sollecitazioni dell’esistenza, nella pienezza dei suoi due termini, questi vasi nuovi la  assimilano e la rendono radiosa, anche se di uno splendore meno visibile, che colpisce di meno l’immaginazione; forse la rendono meno ascetica nel senso classico del termine, meno volutamente mortificante (anche se conserva la tensione dello sforzo ascetico e la gamma delle difficoltà tipiche della vita nel mondo), ma le danno un respiro più umanamente universale e più capace di un’attualizzazione del cristianesimo in quel momento storico.
Se le forme tradizionali di santità sono come vasi trasparenti offerti verticalmente alla grazia, ricettacoli puri che raccolgono l’energia divina, il nuovo tipo suggerisce piuttosto l’immagine di una cupola che, seguendo la direzione universale delle braccia della croce, fa scendere la grazia raccogliendo sotto di sé il mondo intero.
Tutti sono chiamati a divenire questi vasi di elezione, umili in apparenza per la loro condizione, coscienti della propria debolezza, ma forti della fiducia nell’amore di Dio. L’uomo riscopre l’infanzia spirituale, l’integrità dell’anima nella semplicità e l’apertura totale alla grazia. “Tutto è grazia”, dice un personaggio di Georges Bernanos; “tutto quello che succede è adorabile”, scriveva Leon Bloy: due espressioni di questo atteggiamento. L’anima si offre a Dio attraverso la sua debolezza stessa, nella fragilità della sua esistenza; si offre a colui che ha detto: “La mia potenza si manifesta pienamente nella debolezza” (2Cor 12,9), e in questo ritrova la forza della speranza e dell’amore.
Dopo quelli che riuscivano a conquistare il regno di Dio con un eroismo strepitoso, questi santi se ne impadroniscono con la fede dei piccoli, esercitando nell’ascesi la natura che viene messa pienamente al servizio di Dio.
Questa nuova forma di santità non è qualcosa di istintivo o un fenomeno passeggero, essa esprime l’aspirazione millenaria dei cristiani, è l’anelito del popolo di Dio, della chiesa che rimane nel mondo, espressione dei suoi desideri più profondi e più intimi, è il respiro stesso dello Spirito santo che si apre una via regale attraverso il corpo stesso dell’umanità.
La vita in Dio diviene più semplice, a misura di uomo, nel senso che non è più condizionata dalla tensione sovrumana degli asceti dell’antichità. Ma costoro hanno contribuito con la mirabile fatica della loro preghiera e con le loro imprese a far fiorire questo irradiamento della santità al cuore stesso del mondo. Del resto la nuova modalità si accorda, per la sua qualità di integrità tipica dell’infanzia, con il valore spirituale di tutte le età, e in particolare quello della verginità, intesa come atteggiamento spirituale. Un uomo normale, nell’esercizio di tutte le sue facoltà aperte alla grazia può, anche attraverso di esse, cantare la gloria di Dio fintante che vive: è la “piccola via” dell’umiltà perfetta e della limpidezza creativa nei confronti dell’Eterno.
Ma è anche una santità che matura nel nascondimento della “cella chiusa” (cf. Mt 6,6), una santità che viene celata con una sorta di pudore e che, per la sua natura stessa – quella di essere vissuta in mezzo atta gente e nella compagnia degli uomini, senza distinzioni né separazioni -, resta un tesoro intimo, conosciuto da Dio solo e che vuole rimanere nell’ombra. E il suo privilegio e il suo carisma particolare.
Questa nuova forma di santità vivifica colui che si è inaridito vivendo nell’isolamento della sua spiritualità, e spiritualizza le condizioni concrete nelle quali si svolge la vita umana. La sua dinamica segue la linea discendente dell’incarnazione dell’amore divino per la creatura, e la sua vitalità segue quella, ascendente, di una salita alla Sorgente. Questo dinamismo incessante è lo stesso della vita: è una perenne circolazione dell’amore a immagine di Dio, è il criterio di una spiritualità più umana, che si china sul bambino malato, che abbandona le altezze vertiginose delle estasi mistiche per andare a soccorrere il mondo che soffre, è un dinamismo umano e divino commisurato all’esistenza. Inoltre la vita perde in tal modo il suo carattere di realtà subordinata e si presenta come un tutto inscindibile, destinato a essere fecondato nella sua integrità. Il vero conflitto non è più tra componenti (spirito e materia), ma tra qualità (santità o peccato) dell’essere intero. La vita istintiva, fisiologica, non ha più bisogno di autogiustificazioni con argomenti fasulli, né di nascondersi sotto un falso pudore che non è altro che l’espressione di una mancanza di equilibrio spirituale. La grazia penetra nell’uomo nella sua interezza, e in colui che si dona a Dio completamente, con un essere indiviso, tutto è santo e tutto vienesantificato, l’essere umano intero viene ricostruito e consegnato a Dio.
Non si tratta di confondere i due piani nella loro distinzione di fatto, ma di trasformare dall’interno l’ordine che impone l’assunzione di una prospettiva dualistica. Non dividere per regnare, ma unire per far regnare l’unità.
L’uomo peccatore ha crocifisso Cristo “fuori della porta della città” (Eb 13,12); i cristiani l’hanno seguito in quel luogo e vi sono rimasti a lungo, al di fuori, ai margini della vita comune. Ma mai come oggi il mondo sembra angosciato, sembra percepire il proprio vuoto: per questo invoca la santità, unica soluzione alla sua esistenza, unica forza capace di operare una trasformazione decisiva della sua vita.


1 Cf. Teresa di Lisieux, Storia di un’anima, Piemme, Casale Monferrato 1997, pp. 250-251.
2 Giovanni della Croce, Fiamma d’amor viva, Mondadori, Milano 1998, p. 71.


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