Rivestirsi di umiltà

“Difendere ciò che abbiamo di più prezioso!
E’ giusto?
O non è più giusto donare quello che si ha di più prezioso?
E che cosa abbiamo veramente di più prezioso?”

Si domandava lei, mentre sistemava ben in vista, nel vano della finestra, il suo bel ramo di biancospino, che sembrava lieto di raccogliere nei suoi piccoli fiori bianchi tutta la luce del mattino.
I fiori recisi vanno messi alla luce, e non certo a quella artificiale!
Sarebbe un delitto lasciarli intristire all’ombra, tanto vale buttarli subito via!
Se poi hanno un profumo che ti saluta quando passi loro accanto, allora puoi intrecciare un dialogo, che partendo dal piacere di una semplice sensazione può arrivare addirittura a teologiche considerazioni.

Mentre pensava così vide giù, sulla strada, lui che la stava aspettando.
Sorrise, notando il solito cappello a larghe tese da cui non si separava mai, lo toglieva soltanto in chiesa.

E in chiesa dovevano appunto andare, perla Messaprima, quella che poi lasciava libero tutto il resto del giorno per gli impegni quotidiani.
C’era un sapore particolare in quelle Messe di primo mattino: la tentazione di cedere alla sonnolenza, nella atmosfera  fresca ancora della notte, e, al contrario, il desiderio di un risveglio che non fossa solo del corpo, una precisa volontà di appropriarsi del tempo che si stendeva davanti a loro sotto forma di un nuovo giorno.

Non c’erano molte persone, solitamente, in chiesa: poche figure oscure e silenziose, che si ritrovavano ogni volta a ripetere una cerimonia apparentemente sempre uguale, ma che aveva in sé la forza di rinnovare il mondo.

Le letture della Messa, quel giorno, erano splendide e le sentirono come rivolte a loro.
Parlava San Pietro e diceva:
“Carissimi, rivestitevi tutti di umiltà gli uni verso gli altri perché Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili
E poi ancora: “salutatevi l’un l’altro con bacio di carità. Pace a voi tutti che siete in Cristo!”

Uscirono di chiesa contenti, tutti e due rivestiti di umiltà.
Non sapevano bene ancora che cosa significasse per loro, ma sentivano che era qualcosa di molto importante per costruire il loro matrimonio.
Appena furono fuori, nella luce fredda del mattino, decisero insieme che quella era una pista da seguire senza esitazione: avevano di che parlare nei prossimi incontri, dopo averci letto, meditato e pregato sopra.
Erano sicuri di essere in Cristo, dopo averne consumato il Corpo nella Messa, e ben lieti di salutarsi con il bacio della carità, ma che cosa significava esattamente l’umiltà a cui erano invitati?

“Non ho molta simpatia o confidenza con l’umiltà”confessò subito lui “Non so se ne sono capace…mi hanno sempre insegnato che chi pecora si fa il lupo se la mangia! Ma forse questo discorso non ha niente a che fare con la vera umiltà.
Anzi credo che porre la questione a livello di coppia sia il modo migliore per affrontarla con qualche speranza di successo”

Per tornare a casa facevano sempre la strada più lunga: meglio camminare per un po’, leggeri, l’uno accanto all’altro, caldi ancora dello Spirito appena ricevuto, che restare poi fermi, a lungo, davanti al portone di lei, prima di decidersi a lasciarsi, non essendosi ancora detto tutto quello che il cuore desiderava.
Durante il giorno poi il pensiero tornava a cercare le risposte alle domande che erano nate e così il dialogo poteva continuare anche a distanza, senza interruzione.
Non è questo che vogliono in fondo tutti quelli che si amano? Un pretesto, un’occasione, un motivo per ritrovarsi rassicurarsi insieme con la gioia di una presenza.

Dunque, l’umiltà non era un concetto facile, si prestava ad interpretazioni contrastanti ed ambigue.
“Ma in fondo” pensava lei “l’umiltà non è altro che la visione vera sull’uomo, il rifiuto delle illusioni della nostra superbia e il riconoscimento in noi e nell’altro di una appartenenza alla terra, all’humus da cui deriviamo e, nello stesso tempo, la ricerca di una consistenza al di sopra di noi che ci sostenga e ci salvi .

 “Sarà bene incominciare a mettere in chiaro una cosa.”
Disse lei, la sera, quando, terminata la giornata di studio, si permettevano la passeggiata rituale, attesa con impazienza.
“Per me non è per niente naturale essere umile: sono piena di pensieri di superbia, anche se, razionalmente, mi rendo conto che è un errore”.

“Perfetto!”
Rispose lui allegramente.

“Ora possiamo partire davvero, ora che ci siamo resi conto della difficoltà che comporta il nostro lavoro.
Ricordati che noi non vogliamo scrivere un trattato sull’umiltà, ma vogliamo capirla e impararla ad uso personale, per costruire la nostra coppia!”

“Allora è più facile” disse lei “Allora sono più tranquilla.
Se mi metto davanti allo specchio e mi dico: “Tu sei un verme della terra, con tutte le tue arie non sei capace di combinare niente di buono e in più sei anche antipatica!”
Finisce che mi faccio uno sberleffo e me ne vengo via non del tutto convinta e anche demoralizzata.
Ma se, invece, ci mettiamo uno di fronte all’altro e ci guardiamo negli occhi, il discorso è diverso.
Prima di tutto c’è tra di noi uno sguardo di amore, simile a quello di Dio, che ci introduce in una atmosfera di rispetto e di tenerezza reciproca.
Non si tratta più di insultarci per umiliarci, ma di cercare insieme la verità di ciascuno, con tutte le sue debolezze e le sue ricchezze,convinti che alla fine il bilancio sia positivo.”

 

I loro passi erano più lenti nel cammino della sera, e le ombre più evidenti nella luce artificiale che si accendeva intorno.

 “Ecco, vedi le nostre ombre?” disse lui “sono solo sagome scure senza consistenza, ma noi sappiamo bene che dietro ci siamo noi, con la nostra vita reale.
Dunque, niente inganni e illusioni, non confondiamo l’apparenza con la realtà.
Io credo che tanti matrimoni falliscano perché la gente si sforza di apparire, ma non di essere veramente se stessa.
Ma se noi ci amiamo, e amiamo la verità, non accetteremo questo gioco: ciascuno ricorderà all’altro la sua fragilità, che non sarà una sorpresa perché sperimentata prima in se stesso, e ciascuno ricorderà all’altro la sua grandezza, quella che l’ha sedotto, quella che gli viene da Dio e di cui non può vantarsi né insuperbirsi.”

“Rivestirsi di umiltà, dunque, vuol dire rivestirsi di verità” disse lei “ma la verità sembra difficile, perché pochi hanno voglia di affrontarla”.
“Perciò dobbiamo aiutarci”replicò lui “anzi, dobbiamo proprio impegnarci con una promessa, io direi con un voto, come quelli che pronunciano i religiosi.

Loro fanno tre voti: di povertà, castità e ubbidienza e io mi sono sempre chiesto come possano le persone sposate fare qualcosa di simile, ora, per l’ubbidienza , credo di averlo capito: devono fare il voto di ubbidienza reciproca e ciascuno deve prendersi la responsabilità dell’altro, come fosse il suo abate, o abbadessa che dir si voglia.
Hai presente l’ “alter alterius onera portate” di San Paolo?
Sei pronta a portare i miei pesi e i miei difetti?  Guarda che io sono un po’ pesante!”

“Io sembro più leggera, ma te ne accorgerai!” disse lei ridendo.

“Però mi piace: tutte le volte che sarà necessario io vestirò i panni del tuo superiore religioso, sarà bello ricevere la tua obbedienza nelle mie mani!

E ti prometto il massimo della discrezione: nessuno deve sapere o interferire in questo nostro rapporto di complicità, a meno che, insieme, sentiamo il bisogno di chiedere consiglio a qualche persona illuminata, oltre naturalmente allo Spirito Santo!

Ti fidi?”

“Non vedo alternativa!” rispose lui rassegnato.

“Sai che cosa dice San Benedetto riguardo all’abate?

Dice che i suoi monaci devono vederlo come fosse Gesù Cristo in mezzo a loro e ubbidirgli, ora se c’è una cosa di cui sono convinto è che la volontà di Dio si esprima per noi innanzi tutto attraverso la persona che ci ha messo vicino per l’eternità.”

“Siamo fortunati!” sottolineò lei allegramente “è molto bello ubbidire a chi si ama!”

E un grande senso di pace e di gratitudine li avvolse: sentivano la dolcezza del Padre che camminava accanto a loro e si compiaceva eternamente della loro gioia.

 

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