Rispettare la corporeità come un dovere morale fondamentale

Capitolo II
Rispettare la corporeità
come un dovere morale fondamentale

La norma morale fondamentale non è altro che quella di orientare verso un «dover essere» ideale che tradotta in parole povere significa cercare di essere, di diventare sempre più ciò che si è o meglio, ciò che si dovrebbe essere, secondo le esigenze della propria dignità o della propria natura umana (1).
L’essere o il vivere secondo la propria natura umana vuoi dire poi, in pratica, esistere o vivere secondo il proprio modo-di-essere o la propria essenza, cioè secondo quel «come» il Creatore ha voluto che noi fossimo e agissimo.
Il riferimento al Creatore pone ovviamente subito in luce il necessario fondamento religioso, autenticante di ogni forma morale.
Ma come si può sapere ciò che Dio ha voluto e vuole per l’uomo?
La risposta è più semplice di quanto non si creda.
Se si ammette che l’uomo sia stato creato da Dio non si può non ritenere anche che il Volere del Creatore sia implicito proprio nel suo modo di essere fatto come uomo, nella sua costituzione, nella sua corporeità, perché così il Creatore ovviamente lo ha pensato, voluto, detto, creato.
Il Volere di Dio è per ciò necessariamente inscritto nelle leggi biologiche proprie della corporeità, facenti parte integrante della persona, quindi inscritto nell’ordine finalistico immanente e costitutivo di tutti i processi biologici della persona umana.
La corporeità umana racchiude dunque in sé tutto il mistero dell’uomo e tutto il mistero del volere di Dio sull’uomo.
L’uomo è destinato così ad essere un soggetto morale proprio perché avendo il privilegio di essere intelligente, libero, cosciente, cioè capace di presenza a se stesso, di conoscenza e di autodeterminazione, è in grado e quindi può, deve conoscere e riconoscere ciò che è, la propria essenza o modo di essere, la propria natura, ciò che fa il suo essere-uomo e comprendere pure quale è, su di lui, l’idea, il progetto, il disegno, il volere divino.
L’obbligazione morale fondamentalmente nasce da qui, dal bisogno esistenziale di essere e di agire conformemente alla propria natura, al proprio essere, per potersi realizzare e raggiungere non solo il massimo di perfezionamento, ma anche o soprattutto, di pienezza di vita.
Da tutto ciò deriva che l’uomo non deve, alla fine, attendere la propria regola di vita dall’esterno perché il suo essere stesso, la sua natura, la sua corporeità è già la espressione della sua più alta identità umana e similmente della più genuina Volontà di Dio.
Il valore della norma morale deriva così proprio da questa assimilazione, cioè dal fatto che ogni conformazione alla corporeità (da Dio creata) equivale ad una conformazione al Volere del Creatore, di Dio; e inversamente ogni contraddizione alla corporeità, anche solo parzialmente, è sempre un contraddire l’Autore stesso della corporeità, offendendolo nei suoi disegni e nelle sue leggi inscritte mirabilmente in ogni dato fisiologico.
Il primo dovere morale è dunque, per ogni uomo, quello di cercare di conoscere la norma morale fondamentale, cioè la legge della sua corporeità (il piano di Dio) quindi di accettarla ed applicarla.
Alla conoscenza della norma morale si giunge allora essenzialmente attraverso l’esame attento dei dati naturali presi nella loro realtà più semplice e più genuina.
Di fronte ad un fenomeno fisiologico della nostra corporeità, la prima cosa da farsi è perciò quella di prenderne atto, di accettarlo così com’è, o così come si presenta nella sua realtà empirica, e ciò per poterlo poi esaminare attentamente, senza pregiudizi, con il solo intento di cogliere i principi, le leggi che lo determinano e lo regolano.
Sarà solamente dopo aver chiarito tutto il fenomeno nel suo ordine interno e nelle sue finalità più profonde che si potrà passare alla ricerca dei suoi significati umani, ad una interpretazione di carattere più filosofico, morale, sociologico, e tentare di stabilire così il comportamento umano più idoneo nei confronti di quel fenomeno naturale preso in esame.
Se questo è il comportamento più scientifico e più razionale da tenere di fronte ad un qualsiasi fenomeno biologico, questo pure deve essere il comportamento da tenere nei confronti del fenomeno della genitalità e della sessualità coniugale.
La prima cosa da fare è quella di accettarla a pieno, riconoscendo implicitamente che ci si trova di fronte a qualcosa che, se anche non si è ancora riusciti a comprendere in tutta la sua profondità, è pur sempre sicuramente «buona» e positiva perché, come si sa, nulla può superare la perfezione delle strutture fisiologiche.
Non si dovrebbe avere difficoltà ad accettare i dati naturali della genitalità quando si sa, con certezza, che in natura nulla viene a caso e senza ragione, ma tutto è fatto con sorprendente perfezione, tutto si svolge per ben precisi scopi in quanto la creazione esce tutta dalla mano di Dio come espressione e come rivelazione di una insuperabile intelligenza e di una amorosa provvidenza.
Il rispetto incondizionato della corporeità, il carattere di inviolabilità attribuito ai fenomeni fisiologici non è dunque, in ultima analisi, oltre che un postulato della scienza, che un credito fatto a Dio. Il finalismo biologico e tutta l’armonia della corporeità è infatti riconosciuta come frutto di un preciso volere divino.
D’altronde non si può osservare o constatare l’ordine della creazione senza risentire quasi con un senso di partecipazione, quella intima compiacenza divina: «e Dio vide che tutte le cose che aveva fatto erano molto buone» (Gen. I, 31).
Ma questa singolare esperienza, umana e religiosa oltre che scientifica, se porta spontaneamente a rispettare ogni dato biologico, fisico della corporeità, sprona però soprattutto a conoscere sempre più e sempre meglio questo dato perché si deve arrivare a cogliere quel senso ultimo e più vero che gli è stato immesso dall’intenzione creatrice e che costituisce per ciò stesso la ragione prima di tutto il suo valore e della sua strumentalità perfettiva sia per l’uomo che per tutta la realtà creata.
I fenomeni biologici della sessualità coniugale sono così veramente conosciuti solamente quando si sia arrivati a cogliere di essi le vere finalità intrinseche, le leggi che li regolano e li giustificano.
Ne consegue che solo dopo essere arrivati a questa conoscenza, questa comprensione, è possibile assumere la corporeità, il dato naturale nella sua intierezza, come fatto veramente umano.
È in questo senso che si risolve allora il problema umano e morale, della presa di possesso, del «dominium», da parte dell’uomo sulla sua natura, sulle sue strutture fisiologiche; perché non è il fatto biologico o naturale in sé, la corporeità presa nella sua fenomenologia fisica o empirica che ha valore, ma il suo significato (teologico) finalistico, ed è proprio questo che principalmente la persona umana deve assumere e fare proprio.
Purtroppo, e questo bisogna onestamente riconoscere, quando di solito non si vuoi accettare una certa fenomenologia biologica, come quella genitale, è perché non si è ancora riusciti a capire e quindi ad assumere, proprio i suoi significati veri, intimi, essenziali, umani.
È dunque dalla fenomenologia biologica che si deve partire per arrivare a scoprire il suo ultimo e più autentico significato, ma è pure dalla scoperta di questo significato che si deve ritornare alla riconsiderazione ed alla accettazione più intelligente e più responsabile del dato biologico.
In questo duplice cammino l’uomo scopre che il legame stretto che esiste tra il fenomeno o il dato fisico ed il suo ordine interno finalistico è quello che esiste tra il «segno» ed il suo «significato».
Il dato biologico è «segno» perché esprime, significa, rende visibile, obbiettiva, attualizza il significato profondo per il quale è costituito.
L’uomo di scienza non ha difficoltà a riconoscere questa fedele «espressività», questa mirabile «adeguatezza» del dato fisico al suo fine, al suo principio dinamico, perché sa che tutto ciò caratterizza e costituisce la fisiologicità di ogni funzione biologica.
Di fronte alla corporeità, ad ogni fenomeno naturale, qualunque esso sia, l’uomo di scienza, che sa quanto sia insuperabile la perfezione delle strutture fisiologiche, è infatti spontaneamente portato a rispettare ogni suo momento ed ogni sua forma, anche quando non ne avesse ancora compreso o constatato tutta la sua fisiologicità.
La scienza rivendica l’innegabile valore oggettivo e perfettivo del dato biologico.
Questo rispetto incondizionato della natura, della corporeità, questo carattere di inviolabilità attribuito ai fenomeni fisiologici, non può non essere riconosciuto e mantenuto anche dall’uomo religioso e morale che sa attribuire al dato biologico anche un valore sacrale.
La norma morale fondamentale dell’essere umano, sia esso laico o religioso, non può dunque che poggiare e strutturarsi su questi valori oggettivi della corporeità.
Togliere questi fondamenti vuoi dire svuotare la morale di ogni suo contenuto e valore universale, quindi autentico. La vita morale, cioè la risposta di ogni singolo uomo concreto alla sua vocazione di perfezione, è allora strettamente legata e dipendente dalla comprensione che lo uomo può aver raggiunto di se stesso o dei suoi fenomeni biologici, cioè della sua corporeità.
La norma morale che nasce da una acuta riflessione su questi fenomeni non può non essere continuamente condizionata dallo sviluppo culturale, scientifico e storico dell’umanità e quindi non può non essere continuamente in via di sviluppo e di perfezionamento.
Ne deriva il dovere di un continuo aggiornamento, circa la propria condotta morale, sulla scorta di questo continuo evolversi scientifico ed umano, su questo processo maturativo di umanizzazione, su questa legge di crescita. È la nostra condizione umana che lo richiede, che esige quindi una particolare disponibilità e perseveranza nel cercare e ricercare la verità delle cose, del proprio modo di essere e di dover essere, in quanto non si finirà mai di sondare il mistero dell’uomo e della sua sessualità, specialmente oggi che, per il progresso tecnico e scientifico, si prospettano nuove conoscenze e nuovi valori circa questi stessi problemi.
Chi non accetta il cammino della vita e quindi il cammino della morale che nella tensione verso un sempre più profondo compimento di sé diviene sempre nuova o aggiornata, è almeno partigiano quanto colui che, per questo esistenziale continuo svolgersi della vita nega la verità oggettiva per una chimerica etica della libertà, presunta creatrice di nuovi, soggettivi valori e contenuti morali.

(1) Per un approfondimento del concetto di natura umana si rimanda al n. 15 de “La Coppia” (maggio 1971), numero speciale dedicato a: “Problematica Sessuale e Natura Umana”.

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