Ringraziare Dio perché è buono – Pregare con e per gli altri

5.   RINGRAZIARE DIO PERCHÉ È BUONO

L’essere nati in un paese cristiano è una fortuna, ma può diventare un “limite”: non ci meravigliamo più del dono di Dio.

Pregare è prendere consapevolezza che siamo suo dono: molte sono le cose che il Signore ogni giorno ci regala, attraverso la natura e i nostri incontri con i fratelli. Molte sono le cose che ci si dona, anche senza pensarci, tra genitori e figli, e tutto viene da Dio. Il dono più grande è Gesù. Egli con la sua morte e la sua risurrezione ha ridato agli uomini la speranza di una vita senza fine.

Quando Gesù ha lasciato questa terra per tornare vicino al Padre, ci ha fatto una grande promessa: «Manderò su di voi la forza dello Spirito Santo» (Le 24,49). È lo Spirito di Dio che oggi ci suggerisce le parole più vere del nostro pregare.

6.   PREGARE CON E PER GLI ALTRI

Pregare non è isolarsi dal mondo, non è fuggire le responsabilità quotidiane.

Lodando e ringraziando nasce nel nostro cuore una domanda molto concreta: Che cosa vuole Dio da me? Che cosa vuole dalla nostra famiglia, dalla nostra comunità parrocchiale?

La preghiera diventa qui accettazione del ruolo che il Signore ha affidato a voi come genitori o come figli, a me come vescovo, ai preti come pastori, ai religiosi come consacrati, ai laici come costruttori di città.

Gesù, nell’orto degli Ulivi, prega: «Padre, non sia fatta la mia, ma la tua volontà» (Le 22,42). Il dialogo con Dio fa maturare la nostra disponibilità a mettere da parte i nostri piccoli interessi per entrare nelle vie di Dio, per andare incontro ai fratelli.

La nostra scelta di pregare in famiglia ci è dunque di aiuto per vivere la dimensione comunitaria e fraterna della preghiera.

Essa ci abituerà a guardare il mondo con gli occhi di Dio. È straordinario sentire un marito che prega per la propria moglie, perché il Signore lo aiuti ad amarla sempre di più; oppure ascoltare una mamma che prega per i propri figli, perché possano crescere come il fanciullo Gesù non solo davanti agli uomini, ma soprattutto davanti a Dio; o un ancora sentire la preghiera di un bambino per il proprio nonno anziano e ammalato. Davvero Dio può abitare nel cuore degli uomini!

La preghiera si allarga poi oltre i confini della nostra famiglia per abbracciare il dolore di chi soffre nel corpo o nello spirito; per condividere le speranze di chi invoca la giustizia e la libertà; per sostenere la ricerca di chi si sta avvicinando a Dio e per illuminare il cuore di chi deluso si sta  allontanando dalla sua Chiesa.

Giovanni nel suo vangelo ci racconta che Gesù, nella notte del Giovedì Santo, poco prima di lasciare i suoi amici, ha pregato per quelli che Dio gli aveva affidato: «Erano tuoi, e tu li hai dati a me. Io prego per loro, perché ti appartengono» (cfr. Gv 17).

Questo è l’atteggiamento che dovrebbe caratterizzare anche la preghiera per i nostri cari: essi appartengono a Dio, è Lui che ce li ha affidati, e che ha posto alcune persone al nostro fianco, perché potessimo insieme con loro raggiungere la gioia della sua Casa.

 

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