Riconoscere la corporeità come condizione per risolvere i problemi coniugali

Capitolo III
Riconoscere la corporeità
come condizione per risolvere i problemi coniugali

Quando si sia ben compreso ed accettato, come principio antropologico fondamentale, che la corporeità è parte integrante, inscindibile ed indissociabile della persona umana, è facile anche riconoscere che i problemi proprii della persona ed in particolare i problemi coniugali, sono ovviamente quelli stessi della corporeità.
In altre parole, le esigenze, i significati, le finalità  proprie della corporeità non possono, per lo stesso principio di identità della corporeità con la persona, che essere le esigenze, i significati, le finalità specifiche della persona o dell’agire personale. Perciò i problemi della persona si risolvono con la corporeità anzi questa si incarica di risolvere i problemi dell’uomo in quanto condizione operativa essenziale della persona.
Ma, come si è già detto in precedenza, questo principio di unità dell’essere umano, questa realtà umana, mentre da un canto viene teoricamente proclamata, dall’altro viene praticamente smentita o ignorata.
È così più facile imbattersi in trattazioni che prospettano i conflitti tra le esigenze e i diritti della corporeità o, in particolare, della genitalità umana e quelli della persona o dell’amore, ammettendo implicitamente non solo una dissociabilità ma fin’anche una opposizione tra i due elementi essenziali, costituenti l’essere umano, piuttosto che imbattersi in trattazioni che invece mirino ad illustrare come non ci possano essere contraddizioni né teoriche né pratiche tra le leggi della coniugalità, della genitalità e della procreatività e il bisogno esistenziale di attuare un profondo ed autentico amore interpersonale coniugale.
Oggi si tende infatti a sopravvalutare le esigenze e i diritti dell’io, della persona, della coscienza, dell’amore, della relazionalità a spese del valore e della funzionalità della corporeità che deve, come mezzo strumentale, piegarsi invece al servizio di ciò che è ritenuto superiore.
L’errore è grave, anche se ben coperto da una suggestività di prospettive nuove esaltanti la grandezza della dignità del personalismo umano, perché è proprio in questa accettata o voluta frantumazione del composto umano che si pone la più chiara negazione dello stesso essere umano.
Non esiste più, infatti, l’uomo, in quanto tale, quando sia stato scomposto nei suoi armonici elementi costitutivi per essere ripreso, poi, con un diverso ordine di coesione.
Di fronte, dunque, ad ogni analisi in cui si prospettino profondi ed insanabili contrasti tra la persona e la sua corporeità si deve subito diffidare perché in quel contesto antropologico le esigenze, i problemi in contrapposizione non possono essere veri ed autentici.
O sono artefatti e manipolati i bisogni e i diritti della persona o sono mal conosciuti e mal interpretati quelli della corporeità.
Quel che poi dovrebbe maggiormente far stupire è il constatare come di fronte a queste prospettive di conflitti tra le esigenze e i doveri della persona e della corporeità si propone da più parti, come mezzo risolutivo, la scappatoia moralistica della scelta del minor male.
Scegliere il minor male significa, in parole povere, ritenere lecito sacrificare la corporeità ai fini superiori e più degni della persona.
Certamente non compete a noi criticare la validità o il travisamento del principio morale invocato, ci basta solo prendere atto che anche il Magistero della Chiesa ha ufficialmente sconfessato tale via di soluzione e in questi termini: ” né a giustificazione, si possono invocare, come valide ragioni, il minor male. In verità se è lecito, talvolta, tollerare  (!) un minor male morale a fine di evitare un male maggiore o di promuovere un bene più grande, non è lecito, neppure per ragioni gravissime, fare (!) il male, affinchè ne venga il bene (cfr. Rom. 3, 8), cioè fare oggetto di un atto positivo di volontà ciò che è intrinsecamente disordine e quindi indegno della persona umana, anche se nell’intento di salvaguardare o promuovere beni individuali, familiari o sociali » (H.V. Il, 14).
Se dunque chi propone questa soluzione del minor male si squalifica di per sé sul piano morale, opponendosi palesemente ai principii stessi della morale fondamentale, pure sul piano antropologico si compromette seriamente perché crea una ulteriore fissazione ai termini errati del problema in quanto invita a mantenere la dissociabilità e, con l’opposizione dei vari elementi, la contradditorietà e la negazione dell’essere umano.
Di fronte ad ogni conflitto, antropologico o morale, tra la corporeità e la persona, postulato od accertato, la prima cosa da farsi sarebbe, invece, quella di un riesame attento e completo di tutta la realtà umana in modo che, dopo aver chiariti gli equivoci, le lacunosità e le difficoltà si possa passare ad un consapevole riadeguamento ad essa.
Se la corporeità è quella che oggi è più comunemente incriminata, specie sul piano coniugale, si rende necessario soprattutto per capire come questa sia indispensabile alla soluzione corretta della coniugalità responsabile che la si riesamini più attentamente, con rigore scientifico, così da poterla maggiormente comprendere nella sua peculiarità ed originalità di strumento adeguato ed inso stituibile.
È solo da una vera conoscenza, scientificamente fondata,       che potrà uscire, infatti, la soluzione più corretta della  attuale problematica coniugale.
Questo lavoro di aggiornamento circa i valori, i significati e le modalità umane della coniugalità si impone dunque a tutti e sempre, specialmente oggi che si è ancora portati, magari per svariate altre ragioni, a porre in conflitto la coniugalità. con i dettami della morale o della legge morale oggettiva.
Il contrasto o l’opposizione, come sempre, non può che porsi su degli equivoci o degli errori; errori ed equivoci
che, alla luce delle nuove acquisizioni scientifiche, antropologiche, psicologiche, sessuologiche e morali, più non reggono e vanno perciò subito chiariti e superati.
È infatti ormai accertato che il comportamento coniugale è frutto di una ben precisa situazione socio-culturale, poiché l’essere umano non è dotato di rigidi schemi comportamentali sessuali predeterminati ed innati (1).
La coniugalità o certe condotte coniugali non sono per ciò, di per sé, sempre ascrivibili ad un retto comportamento umano, anche se la coscienza soggettivamente non le disapprova, e la pubblicistica pseudo scientifica e pornografica largamente le esalta.
Da qui la necessità di un continuo confronto, per un perfettivo adeguamento, con i valori, proprii della coniugalità umana, facenti parte del patrimonio dottrinale dell’etica, omologati ed ordinati nella così detta legge morale naturale.
Non ci dovrebbero essere dunque disaccordi tra la coniugalità e la morale coniugale se ambedue si radicano e si strutturano sulla realtà della corporalità esaminata ed assunta secondo i suoi più veri principii dinamici e le  sue più originali condizioni trascendenti, facenti parte, tutte, della vocazione personale.
Una analisi così improntata della coniugalità si impone ancora e da ultimo, perché oggi è quanto mai vivo il senso ed il valore della coscienza personale intesa come « regola ultima dell’azione ».
Se la coscienza è percepita come un comprendere e un giudicare, un penetrare ed un decidere, in altre parole, come l’organo che trae l’istanza del bene dall’esame dei fatti concreti, è allora fondamentale alla formazione di una coscienza retta porla di fronte ad una corporalità, ad una coniugalità da cui emerga un quadro di valori che si pongono come un quadro di doveri e di ideali così che la coscienza possa, dopo aver appreso, esaminato e soppesato il tutto, arrivare al risultato: « così bisogna fare! Sono valori che vogliono essere realizzati. In essi io realizzo il bene ».
Non ci saranno allora più dubbi: la corporeità sarà riconosciuta di fatto il miglior modo offerto all’uomo per risolvere ed attuare i suoi problemi coniugali.

(1) Si veda « La Coppia » n. 15  (maggio 1971)  già citata e  il Quaderno di Sessuologia   n.   2   « Natura   della  Sessualità   Umana ».

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