Riconoscere che l’amore è un dono

Nello sposarsi in chiesa si riconosce pubblicamente il valore del dono dell’amore e ci si impegna a dare a esso il primato su ogni altro impegno o su ogni altra occupazione. Prima del lavoro c’è l’amore di coppia, prima del denaro o della carriera c’è la relazione con la sposa o lo sposo, prima dell’attività pastorale c’è il “vegliare sul proprio amore”. L’amore è una realtà viva e, come ogni realtà viva, può crescere e può morire. Si afferma che l’amore è un’impresa difficile e, come ogni cosa difficile, va curata con sollecitudine. Si afferma, inoltre, che l’amore è fragile e quindi la sua forza va costruita progressivamente.

La coppia, sposandosi in chiesa, vuole affermare che l’amore è la perla preziosa, il tesoro nascosto e si premura di coltivare il “sano timore” di perderlo, cercando tempi, luoghi, modi per rimotivarlo e rinnovarlo. Da dove viene questo dono? E’ un dono che ci precede. Il risveglio dell’amore avviene nel rapporto con le persone, con una persona in particolare. La sorgente è al di fuori di noi. Anche la cultura greca identificava questa sorgente in una divinità: il dio dell’amore chiamato Eros. Per i greci l’amore era un’esperienza talmente esaltante che solo la divinità poteva esserne la fonte.

Pure per noi credenti, in maniera diversa, Dio è l’origine dell’amore perché ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza. E Dio si è progressivamente svelato come amore, anzi, come l’Amore.

Questo messaggio non è lontano dall’intuizione di Platone che definiva l’amore “un delirio divino”. Allora la celebrazione esprime il senso della riconoscenza e della lode a Dio, datore di questo esaltante dono.

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