Quando il rapporto genitale è una esperienza di “sottomissione”

Capitolo XIII
Quando il rapporto genitale è
una esperienza di « sottomissione »

Vanno considerate in questo nuovo raggruppamento tutte la forme di difficoltà sessuali caratterizzate da rapporti sessuali vissuti in un atteggiamento di sottomissione.
Il termine sottomissione va naturalmente inteso in senso largo: come risposta ad una imposizione di predominio dell’altro, come accettazione del rapporto sessuale per dovere, in uno stato di necessità o di convenienza, come scelta di comportamenti di oblatività in cui l’interesse sessuale è incentrato solo nel soddisfacimento dell’altro, e così via.
Le ragioni di negatività di tutti questi tipi di rapporti sessuali, ovviamente sempre in riferimento alla sola coniugalità responsabile, sono di per sé più che evidenti, se non altro per l’unilateralità e la parzialità che comportano, ben lontane quindi dalia profonda co-unione esigita da un rapporto coniugale vero.
Ma vale la pena che vi si aggiunga qualche altra osservazione per mostrare ancor più l’estensione, oltre che la profondità, degli ostacoli che questi rapporti oppongono alla realizzazione, non solo della coniugalità, ma anche della stessa sessualità e genitalità.
Quando, ad esempio, il rapporto sessuale è imposto alla donna dall’orgoglio maschile, questa se vi si sottomette spesso Io fa a malincuore e solo passivamente; le sue emozioni erotiche possono essere anche del tutto bloccate, il suo corpo può risultare di sasso e la frigidità è la norma. Questo stato di cose si verifica perché un inconscio senso di rispetto per se stessa impone alla donna di non cedere a chi non l’apprezza, la rispetta, l’ama come persona.
Il fatto di essere strumentalizzata dall’uomo, di essere usata solo come femmina e neppure come oggetto d’amore, viene risentito spesso dalla donna come il più grande insulto e la più lacerante ferita al suo amor proprio.
La risposta a questa offesa è spesso implacabile, anche se l’ostilità, il desiderio di vendetta nei confronti del partner, è generalmente nascosta e si rivela solo indirettamente nelle difficoltà alla partecipazione attiva, nel  ritardo o nell’esclusione dell’orgasmo.
In tutte queste forme di reazione fisica negativa, la carne della donna non partecipa al rapporto o vi partecipa solo parzialmente, nonostante spesso si sforzi mentalmente o consciamente di arrivare ad una certa intesa, perché il suo spirito è decisamente contro il partner.
E la dimostrazione di questa avversione inconscia la si ha palesemente quando alla fine del rapporto la donna spesso si detesta per aver ceduto alle pressioni del partner che l’ha offesa nel profondo, imponendole quel rapporto sessuale.
La donna in genere non sopporta di essere sessualmente dominata, preferisce pensare di essersi arresa.
La sottomissione acquista così nuovi sfumati moventi inconsci.
La donna può arrendersi al rapporto sessuale, ad esempio, per un senso di dovere coniugale, per un senso di pietà, per un senso di colpa, ecc., ecc. .
A volte la donna cede alle insistenti richieste dell’uomo solo per paura di compromettere, rifiutandosi, l’armonia coniugale ed incentivare l’infedeltà.
Altre volte si arrende per pietà di fronte al presunto bisogno dell’uomo di accoppiarsi per soddisfare particolari esigenze fisiologiche.
Altre volte ancora la donna si arrende per un senso di colpa, quando, dopo aver stimolato la passionalità nell’uomo con la sua femminilità e nonostante non si senta sessualmente predisposta, si crede in obbligo di doverlo accontentare.
In tutti questi atteggiamenti di sottomissione, di servizio, di rapporti che si potrebbero dire anche, con più proprietà, « altruistici », è molto difficile arrivare a creare una intesa ed a cogliere un appagamento sessuale. Ciò vale non solo per la donna ma anche l’uomo perché in campo sessuale non è mai possibile realizzare una vera soddisfazione, unilateralmente.
Se la donna è troppo attenta a cogliere il significato che sta al di sotto dei gesti, degli atteggiamenti sessuali dell’uomo, è troppo sensibile al minimo segno di trascuratezza, di mancanza di attenzione, avverte troppo penosamente di essere trattata come un semplice strumento sessuale, per poter partecipare con spontaneità ed abbandono al rapporto sessuale, l’uomo, dal canto suo, sente la mancata partecipazione della donna e l’interpreta, spesso, come un rifiuto e la percepisce, sempre, come una riduzione di piacere e di soddisfazione.
È inutile sottolineare ancora che l’armonia sessuale presuppone sempre un’armonia psicologica profonda perché, come dice T. Reik, il sesso può esistere solo in relazione con l’affetto in quanto l’anima è nella carne e la carne nell’anima.
Nell’esecuzione di questa sinfonia, che chiamiamo coniugalità, la parte sessuale può ben essere posta tra i primi violini, ma il solista rimane sempre l’Io.
La voce del suo splendido strumento può essere, a volte, soffocata, ma resta udibile fino alla fine.
L’esperienza di sottomissione, nel rapporto sessuale, non è solo circoscritta alla donna, anche l’uomo può esserne il protagonista, a volte suo malgrado, altre volte per libera scelta o per naturale predisposizione. In ogni caso è comunque sempre compromessa od ostacolata la genitalizzazione coniugale.
Quando l’uomo è costretto, ad esempio, a sottomettersi al rapporto sessuale, per imposizione del partner femminile, se non ha in sé doti costituzionali di facile adattabilità, va incontro a traumi psico-sessuali di una certa gravita e tali da indurre in esso, automaticamente, penose disfunzioni sessuali e genitali.
L’impulso sessuale maschile è di solito strutturato come impulso di conquista della donna. Questa prerogativa rappresenta, come s’è anche già visto precedentemente, un po’ tutto l’orgoglio mascolino.
Questo bisogno di essere lui che muove i primi passi alla ricerca della donna è così ben radicato da divenire una necessità psicologica, una condizione indispensabile sia per stimolare l’impulso sessuale che per intensificare il suo piacere.
Se l’uomo non incontra, nei suoi approcci amorosi, una pur minima resistenza da parte della sua donna, non è contento; quando poi trova la donna troppo disposta e già pronta al rapporto sessuale si sente a disagio, mortificato e sul piano psicologico e sul piano operativo genitale; figuriamoci quando vi si trovi costretto: è la sua fine.
Ed ogni tentativo da parte della donna, di ordine fisico-genitale, per aiutare il suo uomo in difficoltà, a questo punto, non solo sarà inutile, ma per le stesse ragioni, peggiorerà la situazione.
Esistono però altri casi, abbastanza frequenti, oggi in crescendo per il clima culturale moderno che pone in risalto la rivendicazione del diritto della donna al piacere genitale, in cui invece l’uomo si sottomette, nel rapporto sessuale, alla sua donna di buon grado, trovando appagamento solo nel proporsi di dare piacere alla partner pur trascurando o mettendo in sottordine il suo proprio piacere genitale.
Il rapporto sessuale è, in questi casi, ridotto ad un semplice servizio di stimolo al risveglio ed alla realizzazione del piacere e dell’orgasmo femminile.
Anche la dinamica copulatoria è tutta condizionata da questa finalità di soddisfazione sessuale unilaterale.
Lo sforzo dell’uomo è infatti concentrato sul ritardò e la dilazione del proprio piacere per favorire quello della donna.
È in gioco poi tutto un programma di stimolazioni sensoriali che sanno però solo di sensualità masturbatoria e non di intercomunicazione o di dialogo coniugale.
Sarebbe quasi inutile far ora osservare che questa insistenza nel ricercare solo o prevalentemente il piacere della donna, specie se si prolunga nel tempo o diviene un atteggiamento erotico costante, non solo tradisce una insicurezza inconscia da parte dell’uomo circa la sua virilità, ma anche mette in forte sospetto la stessa donna che finisce per ritenere tali attenzioni una posa priva di sincerità e di spontaneità e quindi finisce per risentirsene e reagire negativamente.
Per tutte queste ragioni il rapporto sessuale, ovviamente diviene sempre più insoddisfacente, non solo per l’uomo, ma anche per la donna.
In ogni caso, oltre all’insoddisfazione, si ingenera sempre, almeno inconsciamente, in ambedue i partners un sentimento di ostilità, nell’uno, in particolare, per il servizio tributato e nell’altro per la mancata realizzazione di un vero dialogo genitale e coniugale a cui aspirava nel profondo del suo essere.

Quando il rapporto è una esperienza di « menomazione »
In questo raggruppamento di difficoltà alla coniugalità responsabile che va sotto il nome di difficoltà da menomazione, sono raccolte tutte le esperienze di rapporti sessuali in cui è in gioco, proprio attraverso la genitalità una compromissione più o meno grave del dialogo interpersonale. Compromissione data essenzialmente dall’incapacità di risolvere il problema dell’esercizio sessuale coniugale pur nel rispetto responsabile della procreatività della coppia.
Come si è già precisato, specie nella prima parte di questa guida a cui il lettore farà bene a ritornare, in particolare al capitolo riguardante i significati e le modalità della relazione coniugale, il rapporto coniugale, genitale, è per sua natura ambivalente, cioè strutturato per la realizzazione sia dell’unione affettiva interpersonale che della procreazione.
Questi due significati, unitivo e procreativo, intrinseci ed inalienabili della genitalità, sono poi così strettamente legati alla persona umana da non poter essere mai compromessi senza coinvolgere anche una corrispondente menomazione della persona.
Per risolvere allora, sul piano concreto, il problema della responsabile procreazione senza intaccare l’esercizio della genitalità coniugale nei suoi due valori, unitivo e procreativo, la stessa natura umana ha provveduto sapientemente sia con i ritmi fisiologici di procreatività femminile che con la libera possibilità di autodeterminazione al rapporto coniugale quando più lo si crede conveniente sulla base del riscontro dell’esistenza delle condizioni di procreatività e la libera volontà di dare adito al rapporto, in quella circostanza, con un significato più propriamente procreativo o semplicemente oblativo, a seconda delle condizioni biologiche riscontrate.
Il rapporto coniugale non può, infatti, mai         essere praticato, in qualsiasi momento della vita della coppia, con un’unica qualificazione, o solo unitiva o solo procreativa, perché ciò va contro la stessa struttura fisiologica della genitalità umana.
Come sarebbe illogico pretendere che il rapporto genitale debba essere sempre procreativo anche quando non esistono le condizioni di procreatività, così lo sarebbe, ugualmente, se si pretendesse di avere sempre rapporti solo unitivi anche quando questi venissero posti nei tempi e nelle condizioni di procreatività.
Ha così lo stesso significato di illogicità il tentativo di alterare le condizioni di procreatività della coppia al fine di ottenere, a piacimento, la sola qualificazione unitiva del rapporto genitale, non volendo accettare le condizioni strutturali proprie della natura.
Secondo una particolare concezione socio-culturale corrente si vorrebbe che il rapporto coniugale seguisse solamente l’ordine del desiderio, della pulsione erotica incontrollata e non quella dei ritmi fisiologici, perciò l’uomo di oggi si sente in obbligo di praticare la contraccezione, cioè la messa in opera di provvedimenti tecnici ed artificiali atti ad alterare, o le condizioni di procreatività della coppia o la dinamica stessa del rapporto genitale.
Queste manipolazioni sulla struttura genitale umana non vanno però disgiunte, per le ragioni precedentemente addotte, da ripercussioni negative sulla personalità, sulla qualità del dialogo interpersonale e sulla realizzazione della stessa intesa genitale. Ripercussioni negative tali da compromettere proprio il raggiungimento di quelle stesse finalità per le quali si è messo in atto la contraccezione.
Anche se questo discorso sugli aspetti psicologici negativi della contraccezione è oggi ancora in parte sconosciuto, in parte evitato e sempre minimizzato, è per noi invece molto importante e doveroso da affrontare, se non altro perché nel ricorso alla contraccezione si pongono le basi di ostacoli, non indifferenti, alla realizzazione della genitalizzazione coniugale e della coniugalità responsabile, ostacoli e difficoltà che noi vogliamo aiutare ad individuare per evitare o superare.
Non esamineremo però la contraccezione in senso generale, ma solo cercheremo di mettere in evidenza le ragioni per le quali la contraccezione è negativa e si oppone alla piena realizzazione della genitalità.
La contraccezione, se ben la si considera, si fonda su alcuni grossolani errori che contraddicono troppo il senso della coniugalità responsabile.
Anzitutto con la contraccezione si crede che l’uomo non possa e non sappia accertare con sicurezza i periodi, in verità assai limitati nel tempo, di fertilità, perciò si ritiene implicitamente che ogni atto coniugale debba essere considerato in ogni momento ed in ogni caso, procreante. Questo è il primo fondamentale errore.
Per poter godere, allora, di un rapporto genitale che sia espressione solo di un trasporto amoroso, è così indispensabile violare questa condizione fisica, arbitrariamente assolutizzata, del coito.
Questa mutilazione del contenuto procreativo del rapporto genitale è affidata naturalmente al mezzo tecnico contraccettivo che deve operare sempre o sulle persone o sull’atto genitale stesso, anche quando in realtà, per la maggior parte dei casi, ciò sarebbe del tutto inutile per l’esistenza di una fisiologica condizione di sterilità.
Già questa inconsapevolezza delle reali condizioni di procreatività dei due partners è segno di irresponsabilità ed è come una minorazione delle loro personalità, se non altro perché vengono tenute ancorate ad una incapacità di conoscenza delle loro ampie disponibilità e potenzialità umane di coniugalità.
Inoltre la contraccezione presuppone una incapacità dei coniugi all’autodominio, cioè si nega che l’essere umano possa, in concreto, resistere impunemente al desiderio erotico di accoppiamento quando questo, per cause varie, sia stato risvegliato. Questo è il secondo fondamentale errore, di natura più sessuologica.
Il dover sempre soddisfare questo bisogno sessuale, ogni qual volta si presenta, mentre esige la sicurezza anticoncezionale, legata al rapporto coniugale, come stato di necessità, comporta una limitazione del significato e del valore della genitalità, tradisce una immaturità della personalità, incapace di dominare le proprie pulsionalità, i propri riflessi genitali e rivela una povertà psicologica ed affettiva che riduce ed identifica ogni slancio amoroso con l’atto copulatorio.
Ma al di là di queste generiche difficoltà, create dalla contraccezione, l’uso di ogni mezzo anticoncezionale comporta specifici ostacoli alla genitalizzazione coniugale.
Vediamo allora di fermarci ad illustrarne alcuni per dare la possibilità al lettore non solo di rendersi conto della loro gravita ma anche di indirizzarlo, se è il caso, verso una personale ricerca al fine di superare alcune sue particolari situazioni.
II mezzo contraccettivo di più largo e di più antico uso è il coito interrotto, detto anche, popolarmente, il metodo dello stare attenti.
Nonostante la sua scarsa sicurezza anticoncezionale è così facilmente adottato perché è sempre applicabile, non costa niente, evita il fastidio di dover attenersi a tecniche strumentali, e spesso solo per maggior comodità in mancanza d’altro. Appunto per la sua insicurezza questo mezzo crea spesso, specie nella donna, un senso di paura, a volte non molto palese, ma sufficiente per impedirle di abbandonarsi e di raggiungere, con l’orgasmo, una piena soddisfazione sessuale. La donna che vive il suo rapporto genitale con l’uso di questo metodo rimane sempre fondamentalmente passiva, se non altro perché non può spingersi molto per non stimolare troppo il partner e quindi metterlo in difficoltà ed impedirgli di ritirarsi a tempo per l’eiaculazione esterna.
Anche se la donna può, a volte o spesso, arrivare all’acme del piacere genitale, questo piacere difficilmente può essere considerato un vero e proprio orgasmo, è piuttosto una sensazione piacevole di tipo orgasmico, ma dell’orgasmo è mancante del senso di beatitudine e di appagamento che solamente segue ad un completo abbandono.
Con questo metodo non è possibile poi raggiungere l’orgasmo neppure da parte dell’uomo (l’orgasmo non si identifica con il piacere dell’eiaculazione, come molti purtroppo credono), perché questi non può, non deve assolutamente lasciarsi andare, anzi deve vivere tutto il suo rapporto in un continuo stato di tensione e di attenzione per non sbagliare; ciò naturalmente finisce col mettere a tutta prova e fiaccare la sua potenza virile.
Come conseguenza di questa pratica copulatoria sono infatti spesso verificabili eiaculazioni precoci, impotenze temporanee, sempre stati di ansia, di irritabilità, di insoddisfazione.
Se, con il coito interrotto, non è possibile raggiungere l’orgasmo, né per la donna né per l’uomo, a maggior ragione non sarà possibile avere una contemporaneità di godimento, una piena armonia ed un reciproco appagamento sessuale.
Anche in questi casi di insoddisfazione sessuale, come sempre, specie se conseguenti a comportamenti imposti dal partner, si instaura un sentimento di ostilità e di aggressività inconscia che compromette ancor più il legame ed il dialogo coniugale già reso precario dall’uso del contraccettivo che in qualche modo sempre spersonalizza ed oggettivizza i partner.
Un altro mezzo contraccettivo di largo uso è il preservativo maschile o condom. Con questo metodo tutto il significato relazionale, unitivo dei coniugi, presi nella loro intierezza ed originalità e nella loro reciproca apertura all’altro, è psicologicamente compromesso con una certa evidenza.
Infatti, proprio nel momento stesso in cui i due si uniscono, attraverso la compenetrazione genitale, un diaframma, non simbolico ma reale, separa i loro corpi e per essi i loro spiriti.
Con questo artificio strumentale una parte dell’uomo è sottratto alla donna. Ciò che l’uomo sarebbe capace di essere o di diventare, mediante quel rapporto sessuale, viene volutamente fuorviato, eliminato, distrutto.
L’uomo viene così menomato nella sua totalità di persona proprio mentre dovrebbe cercare, attraverso il dialogo genitale di esprimersi liberamente e lealmente. Tutto il rapporto viene così falsato e ridotto ad un semplice sfogo fisico dell’uomo, e neppure il piacere fisico viene, alla fine, salvato, tanto meno potenziato, come spesso si vorrebbe.
E come l’uomo non può, con questo sistema, trovare piena soddisfazione così neppure la sua compagna, che tra l’altro spesso tollera molto male lo strofinio di questo materiale sintetico, anche se ben lubrificato ed opportunamente ammorbidito.
Insomma è soprattutto il contatto diretto tra i due che manca in questo tipo di rapporto e per questo motivo l’incontro amoroso e sessuale è sempre artefatto e compromesso nel profondo.
Poiché anche questo metodo ha una sua provata insicurezza, normalmente si tende ad associarlo ad altri mezzi anticoncezionali nella speranza di ottenere una più garantita sterilizzazione.
Di solito lo si associa alle sostanze spermicide che la donna stessa provvede per tempo ad introdurre in vagina prima del rapporto.
Si pongono così in gioco, con questo nuovo artifizio, altri elementi psicologici, spesso a livello solo inconscio, ma non per questo meno reali, di distacco reciproco e di avversione.
Se da parte dell’uomo c’è, in ogni caso, una forma sia pur sfumata di paura della vagina che più che ricercato luogo di incontro, di abbandono, di dono e di co-unione, appare come un pericolo sempre incombente, un oggetto di semplice stimolo al piacere, da parte della donna c’è sempre, nell’uso degli spermicidi, un sottile senso di ostilità e di rifiuto del dono e dell’oblatività maschile.
Ma poiché è la donna che, come conseguenza del rapporto sessuale, può ingravidare, si ritiene oggi che debba essere piuttosto lei a prendere precauzioni anticoncezionali. È infatti la donna e non più tanto l’uomo che oggi tende a controllare il concepimento.
Questo fatto comporta che sia, più che la dinamica dell’atto genitale, la capacità di procreatività femminile ad essere alterata.
Oltre che con le sostanze spermicide, è infatti, con l’uso di cappucci uterini, dei diaframmi, IUD, sterilet o spirali intrauterine, con le pillole estroprogestiniche che la donna moderna si sterilizza e si predispone al rapporto coniugale in condizioni di protezione anticoncettiva.
Questi trattamenti contraccettivi, che possono essere praticati dalla donna indipendentemente dal concorso dell’uomo e magari senza che lui lo sappia, mentre danno alla donna un senso di liberazione dalla dipendenza maschile e dalla paura di essere ingravidata incidentalmente e contro la sua volontà, le permettono di darsi al rapporto sessuale con più possibilità di godere e di far godere il proprio uomo.
Per questi vantaggi psico-sessuali la pratica della contraccezione femminile trova oggi sempre più il favore non solo della donna, che tende a rivendicare la sua autonomia, ma anche dell’uomo che sente ancora, caso strano, la donna a lui dipendente almeno in quanto ella si pone più liberamente al servizio dei suoi capricci erotici.
Già da questi rilievi traspaiono con evidenza le ragioni più vere e più profonde di negatività della contraccezione nei confronti della coniugalità responsabile e dello stesso dialogo genitale.
Con la donna sterilizzata o comunque protetta artificialmente nella sua capacità di procreazione, il dialogo interpersonale coniugale è sempre profondamente falsato perché in questi casi la donna gioca, nel rapporto sessuale, il ruolo di un personaggio fittizio, impersonale.
Quando si altera il proprio corpo, sia pure nella sola parte procreante, si altera anche la propria personalità, ci si trasforma in qualcuno che realmente non si è.
La persona umana è strettamente legata e condizionata dalla storia del proprio corpo per cui estrarre in qualche modo dalla propria realtà concreta, storica, il processo genitale di procreatività è estrarre una parte non trascurabile di sé, è come diventare un essere astratto, spersonalizzato, un altro.
Il rapporto sessuale in queste condizioni non può mai essere un rapporto di scambio, di dono completo di sé, perché in quel momento non si è veramente quello che si è o si dovrebbe essere nel presente della propria realtà storica; il rapporto sessuale è in questi casi semplicemente un gioco di prestazioni genitali impersonali.
La contraccezione è così sempre, sotto qualsiasi forma venga attuata, causa di menomazione, diversamente sfumata, non solo sul piano fisico, ma anche su quello psicologico e spirituale; è inoltre causa di perdita di rispetto di sé e dell’altro, causa di incapacità ad un reciproco riconoscimento personale e di impossibilità ad una relazione amorosa veramente autentica e coniugalmente unificante. Per tutte queste ragioni, così evidenti da non lasciar posto, almeno per ora, ad ulteriore approfondimento, l’esperienza della menomazione contraccettiva è oggi la forma più comune e più appariscente di difficoltà alla genitalizzazione coniugale e alla coniugalità responsabile.

Difficoltà socio-culturali
Se l’essere umano fosse dotato di un vero e proprio istinto sessuale il problema della sua sessualità e genitalità sarebbe subito risolto o semplificato al massimo, perché, seguendo la sua forza istintiva incenserà, l’uomo realizzerebbe sempre il meglio, essendo l’istinto per sua natura la saggezza innata.
Le cose stanno invece esattamente al contrario. L’uomo è senza istinti sessuali, deve perciò imparare tutto, ha bisogno di essere educato e solo in conseguenza di educazione si trova dotato di un certo bagaglio di pulsioni acquisite, di riflessi condizionati così interiorizzati da fargli credere che siano di tipo istintivo a cui deve assolutamente obbedire per realizzarsi.
Il comportamento sessuale umano è, per queste ragioni, un comportamento essenzialmente legato e dipendente da fattori sociali e culturali, cioè da tutto quell’insieme di elementi che giocano un ruolo attivo e determinante nell’educazione, nella strutturazione della sua coscienza sessuale, proponendogli continuamente precisi modelli comportamentali precostituiti, schemi ideali di identificazione.
L’agire sessuale umano può essere così analizzato non solo tenendo conto dello svolgersi di fattori più propriamente psicologici, personali, ma anche sulla base dell’influenza dei fattori culturali di determinati ambienti sociali in cui l’individuo si trova a vivere.
Per questi elementi socio-culturali i comportamenti sessuali umani vanno soggetti a continue modificazioni, nel tempo e nello spazio, modificazioni che possono essere considerate di tipo evolutivo od involutivo a seconda che si giudicano più o meno rispondenti alle esigenze di dignità, di affermazione e di promozione della personalità umana.
Sarebbe certamente interessante ed utile esaminare ora come i comportamenti sessuali di oggi siano particolarmente condizionati dalla nostra cultura moderna e ciò nel confronto con le altre e più antiche culture, e che i modelli di condotte sessuali, oggi proposti ed imposti, siano, come quelli di ieri, legati a particolari e a volte parziali, conoscenze e concezioni antropologiche e sessuologiche. Ma se ci imbarcassimo in tale analisi il nostro compito specifico di essere guida si altererebbe per spostarsi su uno studio scientifico più propriamente sociologico della sessualità.
Ci basta invece, per il nostro scopo di evidenziare lo difficoltà che la coppia può incontrare alla realizzazione della sua genitalizzazione coniugale, metterla sull’avviso che le difficoltà alla coniugante responsabile possono derivare poi anche da fattori di origine socio-culturale.
Possiamo, al più, sottolineare, in proposito, che, nella società attuale, in cui i problemi dei sesso e dell’erotismo trovano largo spazio, non tanto come approfondimento quanto come reclamizzazione ed esaltazione attraverso i mass-media, bisogna stare molto attenti a non lasciarsi suggestionare e ritenere autentici tutti quei modelli comportamentali che ci vengono proposti.
Stando alle statistiche si direbbe poi che questi comportamenti sessuali abbiano fatto così presa sulla massa da far credere a molti che, per essere vissuti in così alta percentuale di casi, siano da ritenere espressione di normalità.
La presentazione di questi modelli di condotte sessuali è inoltre così ammantata di scientismo, di riferimenti a teorie, a ipotesi di lavoro scientifiche, da far vincere ogni dubbio sulla loro reale inconsistenza e negatività.
Solo che ci si tenga avvertiti di questi pericoli è però assai facile, sulla base di quanto si è finora detto circa i significati ed i valori della genitalità umana in ordine alla coniugalità, scoprire i lati negativi, gli elementi di alienazione di certe condotte sessuali oggi presentateci come forme di progresso sessuale più avanzato.
Già si è avuto più volte occasione, nei capitoli precedenti, di mostrare come certe difficoltà psicologiche personali alla genitalizzazione coniugale siano favorite se non addirittura originate da certi fattori socio-culturali.
Vorremmo perciò ora raccomandare solo che l’accertamento di questi condizionamenti sociologici venga portato avanti dal lettore mediante una sua personale critica, così da poter vagliare tutto quanto la società di oggi propone in materia di sessualità e di coniugalità, e adeguatamente premunirsi.
Gli strumenti di giudizio critico non gli mancheranno se, consapevole che tutto, anche la stessa pornografia, che può persino ignorare, in qualche modo, direttamente o indirettamente lo influenza, si metterà dalla nostra parte, nella prospettiva sessuologica che abbiamo cercato di illustrare.

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