Prima conversazione con giovani famiglie sull’Amoris Laetitia

Oratorio del Carmine – Pavia – domenica 4 dicembre 2016

Il senso di questi nostri incontri non è una presentazione o uno studio sistematico dell’esortazione apostolica postsinodale Amoris Laetitia, firmata dal Santo Padre lo scorso 19 marzo, solennità di San Giuseppe . Il mio desiderio è sostanzialmente duplice: far nascere in voi la “voglia” di leggere, con calma, questo ricco e lungo testo del Papa, frutto dei lavori di due Sinodi sulla famiglia (2014 e 2015); provare a riflettere sulla vostra esperienza di sposi alla luce dell’A.L., e reciprocamente verificare nella vostra vita, con le sue bellezze e fatiche, la verità di ciò che Francesco ci propone.
Aggiungo una nota preliminare: pur non prendendo in considerazione, tutti i nove capitoli del testo, in questi tre incontri che faremo nei prossimi mesi, dovremo limitare la nostra riflessione solo su alcune delle parti più significative. Nulla vieta, se il cammino sarà utile e positivo, di proseguire il nostro lavoro anche nei prossimi anni: è bene darci del tempo e un aiuto concreto per assimilare uno scritto del Magistero così ampio e denso.

Già dal semplice indice del documento, ci rendiamo conto della sua vastità e delle diverse prospettive della famiglia che qui vengono considerate: vedremo come colpisce subito, in positivo, il linguaggio diretto e semplice del Papa, che sa davvero entrare in tanti aspetti, molto reali e quotidiani delle nostre famiglie, anche perché “la famiglia” in astratto non esiste!
Insieme a questo linguaggio accessibile e non “ecclesiastico”, si nota subito, fin dall’inizio, una tonalità positiva, che non è ingenuo ottimismo – il Papa e la Chiesa sanno bene le difficoltà, le fragilità, la messa in discussione del matrimonio e della famiglia (cfr. Capitolo II, «La realtà e la sfide della famiglia»), tuttavia prevale la coscienza che la famiglia resta una risorsa essenziale per la vita e la felicità degli uomini e delle donne del nostro tempo, e che, nonostante tanti segni di crisi, permane la percezione, magari in molti confusa, che l’esperienza coniugale e familiare è qualcosa di decisivo per il volto e l’identità di ogni persona, per la sua crescita come soggetto sociale. Basta leggere l’inizio dell’esortazione: «La gioia dell’amore che si vive nelle famiglie è anche il giubilo della Chiesa. Come hanno indicato i Padri sinodali, malgrado i numerosi segni di crisi del matrimonio, “il desiderio di famiglia resta vivo, in specie fra i giovani, e motiva la Chiesa”. Come risposta a questa aspirazione “l’annuncio cristiano che riguarda la famiglia è davvero una buona notizia”» (A.L. 1).

Come primo passo del nostro cammino, vorrei percorrere con voi il primo capitolo «Alla luce della Parola» (8-30), nel quale il Papa ci offre un itinerario, non esaustivo, su come la Bibbia parla a noi della famiglia, per scoprire lo sguardo stesso di Dio su questa realtà che segna la storia dell’uomo e della donna, fin dagli inizi.
Sarà bene, in questa rilettura che vi propongo, vedere da subito che cosa dice a noi la Parola di Dio, che cosa ritroviamo o non ritroviamo nella nostra esperienza di famiglie, che domande nascono in noi.
Una prima nota apre il percorso di questo capitolo – un capitolo che dovrebbe condurre a andare a leggere e rileggere i passaggi biblici più importanti, qui richiamati: «La Bibbia è popolata da famiglie, da generazioni, da storie di amore e di crisi familiari, fin dalla prima pagina, dove entra in scena la famiglia di Adamo ed Eva, con il suo carico di violenza ma anche con la forza della vita che continua (cfr Gen 4), fino all’ultima pagina dove appaiono le nozze della Sposa e dell’Agnello (cfr Ap 21,2.9)» (A.L. 8).
Seguendo, come traccia il Salmo 128, Francesco mette in rilievo i soggetti e i tratti essenziali dell’esperienza familiare.

Ciò che fa e costituisce una famiglia, siete innanzitutto voi sposi, che liberamente vi unite in matrimonio, decidendo di condividere tutta la vostra vita:
«Varchiamo dunque la soglia di questa casa serena, con la sua famiglia seduta intorno alla mensa festiva. Al centro troviamo la coppia del padre e della madre con tutta la loro storia d’amore. In loro si realizza quel disegno primordiale che Cristo stesso evoca con intensità: “Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina?” (Mt 19,4). E riprende il mandato del Libro della Genesi: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne” (Gen 2,24)» (A.L. 9).

Qui il Papa rimanda ai testi biblici fondamentali del primi capitoli della Genesi, nei quali, a partire dall’affermazione di Gen 1,27, l’immagine di Dio si dà e si riflette nella differenza irriducibile tra maschio e femmina, una differenza che dice reciprocità, anche nel corpo.
«I due grandiosi capitoli iniziali della Genesi ci offrono la rappresentazione della coppia umana nella sua realtà fondamentale. In quel testo iniziale della Bibbia brillano alcune affermazioni decisive. La prima, citata sinteticamente da Gesù, afferma: “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò” (1,27). Sorprendentemente, l’“immagine di Dio” ha come parallelo esplicativo proprio la coppia “maschio e femmina”» (A.L. 10).

San Giovanni Paolo II parlava di un «significato sponsale» inscritto nella stessa alterità dell’essere maschio e femmina. In questa concezione così unica e originale della Bibbia, c’è un accenno, almeno implicito a una differenza/reciprocità che sono anche in Dio: è il mistero, svelato in Cristo del Dio unitrino.
«La coppia che ama e genera la vita è la vera “scultura” vivente (non quella di pietra o d’oro che il Decalogo proibisce), capace di manifestare il Dio creatore e salvatore. Perciò l’amore fecondo viene ad essere il simbolo delle realtà intime di Dio (cfr Gen 1,28; 9,7; 17,2-5.16; 28,3; 35,11; 48,3-4). (…) In questa luce, la relazione feconda della coppia diventa un’immagine per scoprire e descrivere il mistero di Dio, fondamentale nella visione cristiana della Trinità che contempla in Dio il Padre, il Figlio e lo Spirito d’amore. Il Dio Trinità è comunione d’amore, e la famiglia è il suo riflesso vivente. Ci illuminano le parole di san Giovanni Paolo II: “Il nostro Dio, nel suo mistero più intimo, non è solitudine, bensì una famiglia, dato che ha in sé paternità, filiazione e l’essenza della famiglia che è l’amore. Questo amore, nella famiglia divina, è lo Spirito Santo”» (A.L. 11).

Da Genesi 2 possiamo trarre altri dettagli luminosi, in particolare due tratti: innanzitutto che l’altro/a è un dono, un aiuto, un segno che Dio offre nel cammino della vita, e che da questo incontro con il “tu” della persona amata, si sviluppa un amore che genera, che è fecondo, che conduce a essere una sola carne.
«Il primo è l’inquietudine dell’uomo che cerca “un aiuto che gli corrisponda” (vv. 18.20), capace di risolvere quella solitudine che lo disturba e che non è placata dalla vicinanza degli animali e di tutto il creato. L’espressione originale ebraica ci rimanda a una relazione diretta, quasi “frontale” – gli occhi negli occhi – in un dialogo anche tacito, perché nell’amore i silenzi sono spesso più eloquenti delle parole» (A.L. 12)

«Da questo incontro che guarisce la solitudine sorgono la generazione e la famiglia. Questo è il secondo dettaglio che possiamo rilevare: Adamo, che è anche l’uomo di tutti i tempi e di tutte le regioni del nostro pianeta, insieme con sua moglie dà origine a una nuova famiglia, come ripete Gesù citando la Genesi: “Si unirà a sua moglie e i due saranno un’unica carne” (Mt 19,5; cfr Gen 2,24). Il verbo “unirsi” nell’originale ebraico indica una stretta sintonia, un’adesione fisica e interiore, fino al punto che si utilizza per descrivere l’unione con Dio: “A te si stringe l’anima mia” (Sal 63,9), canta l’orante. Si evoca così l’unione matrimoniale non solamente nella sua dimensione sessuale e corporea, ma anche nella sua donazione volontaria d’amore. Il frutto di questa unione è “diventare un’unica carne”, sia nell’abbraccio fisico, sia nell’unione dei due cuori e della vita e, forse, nel figlio che nascerà dai due, il quale porterà in sé, unendole sia geneticamente sia spiritualmente, le due “carni”» (A.L. 13)

Nella vita familiare, una grande ricchezza è rappresentata dal dono dei figli, che con i genitori formano la famiglia, la casa, una casa che è chiamata a essere luogo della presenza di Dio e della preghiera, e anche primo luogo della catechesi e della testimonianza della fede (cfr. A.L. 15-16).
«Pertanto, la famiglia è il luogo dove i genitori diventano i primi maestri della fede per i loro figli. E’ un compito “artigianale”, da persona a persona: “Quando tuo figlio un domani ti chiederà […] tu gli risponderai…” (Es 13,14)» (A.L. 16).

I figli, in quanto dono, non sono proprietà dei genitori: c’è in loro un’alterità che va rispettata, c’è un mistero che va custodito, c’è una libertà che va educata e accompagnata, ma che non può essere sostituita, man mano che si sviluppa e cresce.

Chiaramente, nella Bibbia, come nella vita reale, la famiglia vive anche l’esperienza delle contraddizioni, delle prove e dei limiti: il Papa parla di «un sentiero di sofferenza e di sangue che attraversa molte pagine della Bibbia» (A.L. 20). In questo senso, l’ascolto della Parola di Dio diventa una fonte di luce e di speranza, che può accompagnare il vostro cammino di sposi e di genitori.
«L’idillio presentato dal Salmo 128 non nega una realtà amara che segna tutte le Sacre Scritture. E’ la presenza del dolore, del male, della violenza che lacerano la vita della famiglia e la sua intima comunione di vita e di amore» (A.L. 19)

«In questo breve percorso possiamo riscontrare che la Parola di Dio non si mostra come una sequenza di tesi astratte, bensì come una compagna di viaggio anche per le famiglie che sono in crisi o attraversano qualche dolore, e indica loro la meta del cammino, quando Dio “asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno” (Ap 21,4)» (A.L. 22).

La Scrittura mette, infine, in evidenza due tratti che caratterizzano e condizionano profondamente la vita di una famiglia: l’importanza del lavoro e quindi il dramma della precarietà, che magari non pochi tra voi vivono, e della mancanza di lavoro (cfr. A.L. 23-26), e il valore della tenerezza, che appartiene a ogni autentica esperienza affettiva, tra sposi, e co i figli, una tenerezza che si veste di gratuità, di “non- pretesa”, di custodia del mistero profondo, presente nell’altro. Karol Woytjla definiva la tenerezza «l’arte di amare l’uomo nella sua totalità», arte che va appresa con pazienza, con una costante educazione del cuore e dello sguardo: questo è il modo con cui Dio ci ama e nella semplicità della fede, possiamo ogni giorno consegnarci al suo abbraccio e affidare a lui le persone a noi care, il nostro sposo, la nostra sposa, i nostri figli.
«Nell’orizzonte dell’amore, essenziale nell’esperienza cristiana del matrimonio e della famiglia, risalta anche un’altra virtù, piuttosto ignorata in questi tempi di relazioni frenetiche e superficiali: la tenerezza. Ricorriamo al dolce e intenso Salmo 131. Come si riscontra anche in altri testi (cfr Es 4,22; Is 49,15; Sal 27,10), l’unione tra il fedele e il suo Signore si esprime con tratti dell’amore paterno e materno. Qui appare la delicata e tenera intimità che esiste tra la madre e il suo bambino, un neonato che dorme in braccio a sua madre dopo essere stato allattato. Si tratta – come indica la parola ebraica gamul – di un bambino già svezzato, che si afferra coscientemente alla madre che lo porta al suo petto. E’ dunque un’intimità consapevole e non meramente biologica. Perciò il salmista canta: “Io resto quieto e sereno: come un bimbo svezzato in braccio a sua madre” (Sal 131,2)» (A.L. 28).

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