Pregare con l’assente

Quando si è avuto la grazia di sperimentare la dolcezza e la forza della preghiera di coppia, difficilmente si è disposti a rinunciarvi.
Non è più possibile ritornare alla orazione solitaria e individuale, perché il rapporto con Dio è diventato trinitario e il singolo non si sentirebbe più veramente se stesso se fosse privato di quella dimensione coniugale che lo caratterizza e nella quale si è stabilito.
La preghiera a due, che interpella direttamente la divina presenza (dove due sono riuniti in nome mio Io sono in mezzo a loro) accompagna, sostiene e forma la vita della coppia, dandole quella ricchezza e stabilità che non può trovare altrove.
Essa ha il potere di rinnovare continuamente il loro rapporto mettendone in luce l’origine e il significato religioso sotteso che continuamente lo nutre con la linfa divina della grazia, tanto che l’impegno alla preghiera di coppia sarebbe auspicabile fosse formulato al momento stesso della celebrazione del sacramento matrimoniale.
Se qualcuno ha difficoltà a pregare in coppia vuol dire che non ne è ancora pronto e non ne ha ancora scoperto il bene che ne deriva: la fede dell’uno rafforza quella dell’altro, la differenza di visualità si equilibra  e si stabilisce in una complementarietà feconda, la domanda si fa più consapevole e fattiva, la lode condivisa si fa più gioiosa.
Ci si basa essenzialmente sulla consapevolezza biblica che i due sono diventati una sola carne e come tali vogliono presentarsi davanti al Dio che li ha uniti.
Non è comunque sempre necessaria la presenza fisica dell’altro, tanti motivi di tempo e di luogo possono impedirla, ma, se l’assente fa parte della persona orante, la cosa non è un vero ostacolo, la preghiera scorre spontaneamente, profondamente al plurale.
E’ questa una scoperta riservata alla coppia, un dono della Grazia allo stato matrimoniale, di cui i portatori dovrebbero essere i lieti testimoni.
Ed ecco qui una testimonianza personale, che nasce dalla difficilissima situazione di solitudine fisica in cui viene improvvisamente a trovarsi chi ha visto il proprio coniuge precederla nel mondo di là.
In questo caso la coppia non è distrutta, ma misteriosamente cambiata: zoppica terribilmente da un piede, mentre l’altro è dotato di ali.
E’ indispensabile allora cercare un nuovo equilibrio che, per quanto difficile, presenta delle straordinarie potenzialità.
Se rimane il legame sacramentale tra le due persone, anche attraverso il dolore della separazione, parte della beatitudine del cielo si riverserà sulla terra e l’invocazione dalla terra raggiungerà più facilmente il cielo.
“Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra” sarà il nuovo, ambizioso programma della coppia che ha dilatato il suo cuore su tutta la realtà umana e divina in ci si sente collocata.
Così la coppia che ha conosciuto la morte di uno dei suoi membri si può ricomporre già ora, sentendosi come un ponte gettato tra i due mondi, attraverso il quale possono avvenire scambi vitali.
Noi due in cielo, noi due in terra, sembrerebbe una situazione di privilegio se non fosse segnata dalla opacità dei sensi che non sono abituati a percepirla.
Ma, nella notte oscura, lo spirito si purifica e si protende con più desiderio verso la luce, dove avrà luogo l’incontro nella eterna abitazione di Dio.

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