Pregare con il corpo

Che la preghiera si faccia anche con il corpo è un dato antropologico universalmente acquisito.
L’uomo intero è  coinvolto in questa attività particolarissima e totalizzante, che si esprime e passa proprio attraverso la sua corporeità.
Si prega con le diverse posizioni che l’orante assume, con le mani, con gli occhi, con la bocca, con le braccia, con le ginocchia… con tutto il nostro corpo che ci permette di manifestare e di realizzare in qualche modo il nostro desiderio di entrare in rapporto con Dio.
Nella preghiera di coppia poi il corpo assume un valore tutto particolare, legato al significato che gli viene attribuito non solo e non tanto nel momento dell’orazione, quanto nella attenzione e nell’importanza che gli viene riconosciuta.
La preghiera è una presa di contatto di tutto l’uomo con il divino, non è solo l’“elevatio mentis ad Deum” come ci è stato tramandato, e, nella coppia, il divino non è solo trascendente, ma è anche immanente perché si è incarnato.
Questo è il grande mistero dell’amore di Dio: che si è incarnato per venirci incontro, per accorciare quella distanza infinita che ci separa e che altrimenti ci avrebbe schiacciato nella nostra impotenza di superarla.
Dio si è fatto uomo ed ha abitato tra noi, ma i suoi non lo hanno riconosciuto, la coppia religiosa, invece, lo ha riconosciuto nella relazione d’amore che le è stata donata e non perde occasione per celebrarla con tutti quei gesti che ne formano la “liturgia”.
Lo sguardo, la carezza, il bacio, fino ad arrivare ai rapporti più intimi, sono per essa una forma di preghiera, cioè di ricerca dell’Amore nell’amore nel senso più autentico.
Si può essere tentati di parlare di inganno e di illusione in un campo che supera la fredda razionalità, ma questo è possibile, del resto, in ogni forte esperienza religiosa, dove si sfiora il mistero e si fa più sentire l’umana debolezza.
In realtà l’essere in due ad interagire permette una più obiettiva verifica della sincerità e sacralità del comportamento.
Se la coppia si apre alla trasparenza di un rapporto ontologicamente fondato su una relazione di amore, mette in gioco la sua vita stessa, senza difese e senza ipocrisie, ma, nella umiltà del quotidiano, verifica e ubbidisce alla volontà di Dio, che è essenzialmente la sua santificazione.
Il problema però si pone in tutta la sua drammaticità quando uno dei due, con il sopraggiungere della morte, “lascia” il suo corpo e priva perciò se stesso e l’altro di quel mezzo di comunicazione fino allora vissuto come indispensabile ed essenziale.
La filosofia antica, che considerava il corpo come il pesante carcere dell’anima, risolveva con una certa facilità il problema, lasciando il corpo al suo destino materiale e rivolgendo tutta la sua attenzione all’anima che, finalmente libera, entrava in una dimensione totalmente nuova, nel mondo sublime degli spiriti.
Ma questa posizione platonica, che  sussiste ancora in modo più o meno consapevole, non regge per un cristiano che ha conosciuto l’incarnazione e sente che il suo corpo non è un accidente passeggero, ma corrisponde, con tutti i suoi sensi, alla sua identità di uomo.
Che cosa può fare allora la coppia, o meglio la parte di essa rimasta sulla terra?
Rinunciare ad ogni forma di comunicazione umana, spiritualizzando il rapporto che diventerebbe un commercio indefinibile di anime disincarnate?
Si direbbe che non vi sia altra possibilità, pur con la promessa consolatoria di una resurrezione della carne alla fine dei tempi, quando saranno ricostruiti cieli nuovi, terre nuove e uomini nuovi.
Ma così la coppia, umanamente parlando, non esiste più , tanto è vero che la Chiesa permette di formarne un’altra con le seconde nozze!
Non accontentarsi di questo vuol forse dire mancanza di realismo o di rassegnazione?
Eppure l’amore non può fermarsi qui, nonostante tutto rimane vivo e chiede di continuare ad esprimersi e a crescere…
Dei due elementi che costituiscono la coppia quello rimasto sulla terra si scopre allora depositario della storia dell’altro, che  misteriosamente continua in lui.
Non si tratta di “far vivere nella memoria”, come spesso si dice e si scrive, chi è entrato nell’eternità e certamente ha più vita di noi, ma di permettergli di agire e di esprimersi ancora con quel corpo che è stato anche suo, in particolare di trovare modi e forme di preghiera coniugale in cui non sia negata la corporeità che ne stava alla base.
Intanto è importante credere nella presenza reale dell’altro, pensare che siamo sotto il suo sguardo.
Consapevoli di questo è necessario essere attenti e pronti a cogliere i segnali di questa presenza, segnali interiori ma sensibili perché facenti parte della nostra esperienza umana.
La mente si fa più vigile e il cuore più fervoroso se la voce orante sente dentro di sé l’eco dell’altra che si unisce  alla sua per ricostruire la loro preghiera di coppia.
Allora il terreno si lascia guidare dal celeste e si fa partecipe, con il proprio corpo, della lode e dell’adorazione che si svolge in cielo.
Allora i gesti assumono un più profondo significato perché esprimono i sentimenti di due persone che, pur trovandosi in situazioni diverse, realizzano, sotto la guida dello Spirito, quell’unità interiore che è la vera meta di ogni matrimonio.

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