Perchè mistero?

Anche se non è difficile intuire cosa sia la nuzialità, dato che chiunque di noi ne ha esperienza, tuttavia, come per tutti gli aspetti essenziali dell’umana esistenza, non è agevole darne articolate ragioni. Essa mantiene una dimensione misteriosa. Come abbiamo visto è assai più facile intuire esistenzialmente cosa sia conoscere o amare che non giustificare, con un discorso compiuto, come si attuino i dinamismi propri di questi fattori elementari della persona.

In ogni caso l’umanità, in tutte le fasi della sua storia, ha mostrato di sapersi ben rendere conto che la nozione di mistero non entra anzitutto in gioco per identificare quanto, in questi fattori costitutivi, ci supera o ci sfugge. Essa rivela piuttosto che attraverso di essi l’infinito si fa, in qualche modo, presente alla più intima esperienza dell’io. Perciò l’impronta del mistero rintracciabile anche nell’esperienza elementare della nuzialità non è soprattutto da riferire agli aspetti del fenomeno ancora ignoti in sé o al soggetto che li vive. Vorrei citare a questo proposito un breve passaggio di uno degli ultimi libri scritti da uno dei pensatori cattolici più significativi di questo secolo, il filosofo francese Jean Guitton. Con una trovata geniale, intrisa di sottile autoironia, egli descrive la sua morte, i suoi funerali e il giudizio di Dio sulla sua vita. Immagina che la sua anima, ormai separata dal corpo, dialoghi con filosofi, poeti, papi, politici. Nel dialogo che versa sull’amore, ove il filosofo ha per interlocutori sua moglie e il poeta Dante, troviamo questa acuta affermazione: «Alcuni si sposano perché si amano, altri finiscono per amarsi perché sono sposati. È meglio che in ogni matrimonio ci siano l’uno e l’altro. “Perché si finisce per amarsi, una volta sposati? È forse il bisogno di conservare la piega che abbiamo preso?”» – chiede Guitton. E sua moglie risponde: «”Ci deve essere dell’altro, se si tratta di amore”. “Marie-Louise, qual è quest’altra cosa?”. “Deve riguardare il tempo e l’eternità”». L’amore rivela, da una parte, che il cuore dell’uomo è capace di infinito e, dall’altra, che l’infinito si comunica all’uomo. In questo senso l’amore è misteriosa caparra nel tempo dell’esperienza dell’eterno.

Attraverso la nuzialità noi percepiamo che qualcuno ci chiamai mette in moto la nostra libertà. Il Mistero assume così il volto di una presenza reale, benché sempre velata: il volto di un tu che in qualche modo cerca di interloquire con l’io. La natura profonda di cui l’uomo è fatto è – per dirla con Balthasar – drammatica. L’io sperimenta in ogni istante una tensione costitutiva tra la sua apertura alla totalità infinita dell’essere (capace di Infinito) e il limite  invalicabile che lo costituisce. Concretamente questa natura dell’io si rivela nel dono che il Mistero – il tenace vigore che tiene insieme tutte le cose – fa di sé alla libertà finita, comunicandole l’essere e mantenendola nell’essere. Se ogni istante dell’umana esistenza è segnato da questa positiva tensione drammatica, essa trova acuta espressione proprio nelle dimensioni costitutive dell’esperienza umana elementare. Così, quando parliamo di differenza sessuale, di amore e di procreazione percepiamo che è in gioco qualcosa di sostanziale dell’io, del suo consistere qui e ora come essere capace, nello stesso tempo, di autopossesso e di relazione all’altro (ultimamente quell’infinito stesso che lo fa essere).

 

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