Maria modello di gestante

Il libro del mese di giugno

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E’ l’evento del mistero della gestazione divina, rivelata e vissuta esemplarmente da Maria, che dà a tutti noi la possibilità di conoscere più profondamente e di sperimentare, in un certo qual modo, ciò che è nascosto e sotteso a ogni gestazione umana.
Noi tutti sappiamo per certo, oggi, dopo le scoperte scientifiche della biologia molecolare, che ogni essere umano si costituisce e si forma a partire da una cellula primaria, la cellula madre: l’uovo (l’ovulo fecondato), perché comprende nel suo nucleo un particolare assetto di molecole di acidi nucleici (DNA) che contengono i codici genetici, cioè il “progetto”, il “disegno”, il “programma” di costruzione delle proteine e di tutto il materiale somatico necessario e idoneo a caratterizzare l’individuo.
Ogni essere umano è, così, predisposto e regolato, nel suo sviluppo corporeo, da quel particolare sistema di “informazione” genetica, o di programmazione, inscritto nel “genoma” (insieme di geni contenuti nel DNA) della cellula madre, analogamente a quello che avviene per la formulazione di un programma con un elaboratore elettronico che funziona in base al suo schema operativo. Il programma è il materiale base, identico per ogni operazione a esso coerente e che fa da potenzialità al progetto.
Per poter usare l’elaboratore elettronico al fine di attuare un progetto è necessario, però, che lo strumento sia acceso, attivato da una energia motrice esterna e utilizzato da una mente che sviluppi i dati prestabiliti e disponibili alla realizzazione di quel progetto. Similmente si procede nell’evento generativo.
Affinché la cellula madre possa attuare il progetto che porta inscritto nel suo genoma è necessario che le strutture portanti il materiale genetico – che è identico per tutti gli individui della specie umana, anche se dotato di una flessibilità straordinaria per cui ciascun individuo si evolve secondo una propria singolare “linea” genetica – siano attivate da una forza, da una energia “pregiata”, vitale che sappia dare il via al sistema di regolazione e di sviluppo programmato e prestabilito nell’informazione genetica.
Questa energia vitale, capace di far partire il processo biologico riproduttivo, non può essere di natura chimica ed essere prodotta automaticamente all’interno del sistema di programmazione, ma deve venire dall’esterno ed essere l’agente efficiente, iniziatore e soprattutto conduttore, secondo una precisa intenzionalità, di tutti i processi bio-chimici preordinati dalla struttura genica.
In altre parole, il genoma, per funzionare e dare origine a un determinato individuo, deve essere vitalizzato, cioè reso materia viva, vivente.
La scienza arriva a riconoscere che la vita non può essere frutto di un processo chimico, ma di più non sa dire, perché le sfugge la conoscenza di ciò che possa essere il principio attivo, il motore primo, la causa vera di questo processo vitale che si presenta tutto come bio-chimico.
La scienza non può sapere, non può dire nulla circa la natura di questa forza vitale, in quanto è estrinseca al corpo, nel senso che è diversa dal corpo, è di ordine spirituale, anche se è in virtù della materia corporea, cioè è “proporzionata”, finalizzata a essa, così come, d’altra parte, la materia corporea è creata in funzione, capace, di quella energia vitale.
La vita non si ha prima o indipendentemente dalla materia, dal corpo, è fatta per essere “forma” di quella materia, di quel corpo che per essa, appunto, divenendo vivo, acquista il suo vero significato, la sua perfezione.
Il genoma è tale, infatti, per la sua vitalità, cioè per la capacità intrinseca, acquisita dall’energia vitale, di attuare quell’informazione, sviluppare quel programma che porta strutturalmente inscritto.
Luce sulla natura di questo impulso vitale la possiamo avere solamente dalla Rivelazione e, in particolare, dal dato scritturistico della Genesi e dal Vangelo di Luca che riguarda appunto il concepimento, il processo generativo di Gesù.
Il passo della Genesi 2,7 è molto eloquente, perché ci dice  cos’è la vita umana e da dove origina, anche se tutto ciò rimane misteriosamente incomprensibile.
“Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente”.
L’essere umano è indubbiamente fatto primariamente di materia, di elementi fisico-chimici accuratamente strutturati, “plasmati” per essere idonei a determinate funzioni biologiche, ma questa materia è solamente una possibilità, uno strumento potenziale di operazioni, che rimane inerte e senza valore fintanto che non venga vitalizzata.
La vita, ciò che rende viva, “vivente” la materia è, dunque, “un alito”, un “soffio” di Dio, che esce, antropomorficamente parlando, dalla bocca di Dio e fa essere, esistere, dà origine a ciò che prima non era. Tanto è vero che “se Egli richiamasse il suo spirito a sé e a sé ritraesse il suo soffio, ogni carne morirebbe all’istante” (Gb 34,14.15). Nessuno dovrebbe mai disconoscere, secondo il dato biblico, che è “il suo Creatore, colui che inspirò un’anima attiva e gli infuse uno spirito vitale” (Sap 15,11).
E’ “lo spirito di Dio (che) mi ha creato e il soffio dell’Onnipotente (che)mi dà vita” (Gb 33, 4).
Ma se “c’è un soffio vitale per tutti” (Qo 30,19) gli esseri viventi, per l’uomo, però, a cui le mani di Dio hanno plasmato un corpo capace di “un germe divino” (1Gv 3,9), adeguato a “divenire dimora di Dio per mezzo dello Spirito” (Ef 2,22) dimorante in lui da renderlo “a sua immagine” (Gen 1,27), lo spirito che gli dà vita è lo stesso “Spirito del Signore” (Is 11,2; 61,1).
E’ infatti “da questo (che) si conosce che noi rimaniamo in Dio ed egli in noi: ci ha fatto dono del suo Spirito” (1 Gv 4,13).
Mentre tutti gli essere creati sono, così, considerati semplicemente “vestigia Dei”, solo l’uomo è ritenuto “imago Dei”.
Lo “Spirito che ci ha dato” (1 Gv 3,24) è, inoltre, specificato dalla Sacra Scrittura, come “uno spirito da figli adottivi. Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio” (Rm 8, 15-16), “conformi all’immagine del Figlio suo” (Rm 8,29).
Ora, poiché è figlio di Dio “chiunque è nato da Lui” (1 Gv 2, 29), e ha il suo “essere da Dio” (1 Gv 3,10) in quanto “viene da Dio” (1 Gv 2,16), ed è “guidato dallo Spirito di Dio” (Rm 8,14), non si può non concludere e non ritenere, con Giovanni, che gli uomini tutti, indistintamente “da Dio sono stati generati” (Gv 1,13).
Come ciò avvenga, come si abbia la misteriosa animazione divina, principio di vita di ogni essere umano che viene all’esistenza, lo possiamo intravedere e dedurre solamente dalle parole dette dall’angelo Gabriele a Maria a proposito del “come” avrebbe concepito e dato alla luce il figlio suo Gesù.
Maria si pone, così, mirabilmente a paradigma, a modello di ogni evento generativo, proprio e soprattutto per la straordinarietà della sua esperienza.
“Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio” (Lc 1,35).
Maria ha la certezza assoluta che il suo concepimento è opera di Dio, dello Spirito Santo, perché la fecondazione – che è un processo biologico di fusione dei pronuclei dei due elementi germinali, maschile e femminile, presupposto obbligato al concepimento e all’inizio di esistenza di ogni essere nuovo rispetto ai genitori – per lei era cosa materialmente impossibile, non avendo conosciuto uomo (cfr. Lc 1,34).
Secondo la rivelazione fattale dall’angelo il suo concepimento è stato veramente causato dalla potenza dello Spirito di Dio che, sceso ed entrato nella sua carne, analogamente a quando soffiò un alito di vita nella carne del primo essere umano, vi ha posto Colui, il Verbo che “era in principio presso Dio” (Gv 1,3), “era Dio” (Gv 1,1), per cui veramente “quel che è generato viene dallo Spirito Santo” (Mt 1, 20) ed è figlio di Dio, “il suo Figlio unigenito” (Gv 3,16), “mandato nel mondo” (Gv 17,19) “a compiere le opere del Padre” (cfr. Gv 10,37) e “ad annunziare il regno di Dio” (cfr. Lc 4,43).
Per questo sarà chiamato Gesù.
L’esperienza del sacro, che Maria visse con l’evento generativo di Gesù, e che la pone come modello esemplare per tutte le gestanti, non fu tanto l’aver constatato “la potenza dell’Altissimo” (Lc 1,35) che ha operato in lei, analogamente a quanto è successo alla cugina Elisabetta, e ad altri casi rinomati dell’Antico Testamento (Sara, Rachele, Rebecca, la moglie di Manoach che concepì Sansone, Anna, la madre di Samuele), il completamento delle funzioni fisiologiche necessarie per il processo di fecondazione – nel suo caso specifico, la mancanza del seme maschile, da lei stessa riconosciuta con le parole dette all’angelo: “come è possibile? Non conosco uomo” (Lc 1,34) – quanto l’aver vissuto l’atto peculiare del processo generativo, cioè il concepimento, l’inizio dell’esistenza in lei di un figlio preannunciato come “Figlio di Dio” (Lc 1,35).
D’altra parte è proprio l’evento del concepimento che accomuna Maria a ogni gestante in quanto, per tutte, si tratta, con esso, dell’infusione, nel materiale genetico normalmente presente nel grembo materno, della vita, del “soffio” vitale di Dio.
Il concepimento è, per l’animazione del codice genetico, in ogni caso, un atto di Dio creatore, che dà, così, vita ad un essere umano che risulta del tutto nuovo proprio per l’originalità della potenziale informazione genica, predisposta dai genitori, ma attivata da quell’ “alito di vita” che fa da fonte di determinazione concreta, cioè da forma essenziale e inseparabile di tale materia.
La vitalità del genoma, che si ha a partire dal concepimento e che fa essere, che causa l’esistenza a un determinato individuo umano, è indubbiamente un dono gratuito di Dio e del suo amore.
E’ Dio stesso l’effettivo protagonista del concepimento e della generazione umana, in quanto è Lui l’ “autore della vita” (At 3,15), “il soffio di ogni carne umana” (Gb 12,10), l’ “initium essendi” di ogni uomo.
La vita di ogni uomo,provenendo da Dio in quanto è conseguenza del suo soffio vitale, è pertanto cosa sacra, perché è suo dono, sua immagine e impronta.
Dio, infatti, ha voluto e “creato l’uomo a immagine della propria natura” (Sap 2,23) facendolo essere, per mezzo della vita, partecipe di sé, del suo Spirito, in relazione continua e speciale con sé, sua unica origine, suo unico fine, suo unico Signore.
Ogni essere umano, infatti, non vive per se stesso, ma “per il Signore” in quanto è “del Signore” (cfr. Rm 14,7-8).
L’esistenza umana è dunque una realtà trascendente in quanto è in rapporto continuo, irriducibile, definitivo con Dio.
La vita che Dio dona all’uomo è, infatti, ben di più di una forza che dà il via al sistema generale di regolazione dell’organismo secondo il programma genetico, o di un esistere biologico collocato nel tempo.
E’ essenzialmente una “tensione verso una pienezza di vita” (Evangelium Vitae 34), continuamente alimentata da Colui che essendo “il Vivente” (Ap 1,18), il “sempre vivo” (Eb 7,25), “la vita” (Gv 14,6), l’ “amante della vita” (Sap 11,26), vuole che la vita dell’uomo sia come quella di un figlio di Dio, cioè partecipe della sua stessa vita, divina, eterna (cfr. E.V. 37-38), “poiché quelli che Egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo” (Rm 8,29).
Questa vocazione alla vita divina, propria di ogni essere umano posto in essere con il concepimento, è inscritta anche nel genoma in quanto questo è portatore di una potenziale progettualità che lo spirito vitale, posto in esso, tende a realizzare.
L’uomo, infatti, è ciò che è, esiste solamente, nella sua essenza, per la sintesi, la fusione di materia e spirito.
Non è né anima né corpo, ma la realtà costituita, risultante da un’anima e un corpo.
Non si dà per l’uomo alcun dualismo, inteso come accostamento di due principi irriducibili, contrapposti: spirito e corpo, in rapporto tra essi solo come rapporto estrinseco. Corpo e anima nell’uomo stanno insieme, in unità intrinseca, indissociabile, “corpore et anima unus” (Gaudium et Spes § 14).
In altre parole, l’uomo è essenzialmente uno spirito incarnato perché, mentre la materia rappresenta tutta la sua potenzialità di operazioni, lo spirito ne esprime l’attualità.
Il concepimento è l’inizio di questo processo di incarnazione che porta a fornire, a realizzare l’essere o l’attuarsi di quella potenziale materia rappresentata dal genoma.
Il soffio vitale è il principio di direzione, il senso dello sviluppo del corpo vivente, e lo definisce nella specificità e individualità che gli sono proprie.
Dal primo momento che lo spirito, il soffio vitale diventa forma di una materia determinata, “signata” (Tommaso, De ente et essentia), di un potenziale corpo concreto, il genoma, un essere umano si costituisce, si individua, inizia a causare la sua ontogenesi, cioè a realizzare se stesso, il suo fine, la sua finalità intrinseca, la sua vocazione a quella pienezza di vita che non può che essere umano-divina (te-andrica). Maria, come ogni madre, ha il compito prodigioso e commovente di accogliere nel suo grembo – “santuario della vita”-, proteggere e servire questa realtà sacra di un essere vivente, “un uomo acquistato dal Signore” (Gen 4, 1), nella su prima fase di esistenza e di sviluppo.
Come sappiamo dalla biologica molecolare, per costruire il proprio corpo e determinarne le sue caratteristiche, il concepito si serve dell’informazione genetica che è considerata metaforicamente “come un testo scritto e determinato da lettere che compongono e formano parole.
I geni sono frasi di questo testo e contengono la parola-chiave necessaria per costruire proteine corrispondenti” (Dulbecco, I geni e il nostro futuro, Ed. Sperling & Kupfer), indispensabili all’acquisizione delle caratteristiche morfologiche dell’individuo.
Il principio vitale di ogni concepito, che conosce l’intero vocabolario, composto da circa tre miliardi di caratteri presenti nel suo DNA, ha la prerogativa di scegliere e rendere attivi, cioè di accendere, solo quei geni che lo interessano.
Può, così, costruirsi come una parola, formulata da una intenzionalità interna e da una serie di risposte a segnali che gli provengono sia dall’esterno che dalle influenze biochimiche di particolari geni coordinati per rendere al meglio le funzioni dell’organismo.
Poiché la vita, il soffio di Dio si fa carne, si fa visibile in un determinato corpo di un soggetto umano, secondo l’ordinamento strutturale dell’informazione genetica, potremmo ben dire che ogni uomo che nasce è un “Verbo di vita” (1 Gv 1, 1), una parola di Dio detta nel momento del concepimento e che vuole indicare il progetto intenzionale di Dio per quella creatura.
Dio, nell’atto creativo dell’individuo, dà a ciascuno un nome che vuol essere la codificazione di ciò che Lui vuole che questi sia, e per il soggetto stesso e per gli altri.
“Darò loro un nome eterno che non sarà mai cancellato” (Is 56, 5) e, quindi, “poteranno il suo nome sulla fronte” (Ap 22, 5) come segno di distinzione individuale in quanto il nome è una specie di “genogramma” in cui sono inscritte alcune unità di informazione o prescrizioni che dovrebbero essere attualizzate nell’esperienza concreta della persona.
Il nome ha la funzione di presagio di un destino, di una missione, quindi, la funzione di esercitare una influenza sui processi identificatori, inducendo la persona a identificarsi alle prescrizioni contenute nel messaggio e, d’altro canto, di agire nel processo della percezione interpersonale, attivando in chi lo percepisce una serie di aspettative (Dogana).
Maria, come pochissimi altri personaggi biblici, ha avuto il privilegio di sapere subito, ancor prima che nascesse, quale nome era stato voluto e decretato da Dio per l’identità e la missione del figlio suo: “ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine” (Lc 1, 31-33).
Questa straordinaria rivelazione è per Maria motivo più che sufficiente per connotare tutto il suo atteggiamento nei confronti del figlio che porta in grembo, come una profonda esperienza concreta del sacro.
Maria non ha solamente motivo e ragione di pensare, di credere, di sapere, sulla parola dell’angelo, che quel figlio, concepito per opera dello Spirito Santo, è figlio di Dio, ma anche e soprattutto di constatare immediatamente, direttamente sperimentare e vivere questo mirabile evento.
La percezione della presenza in lei di questo straordinario figlio la porta automaticamente a formulare sensazioni, immagini, attenzioni, stati d’animo di assenso, di devozione, sentimenti del dovere, ecc., del tutto particolari e coerenti, nella loro concretezza, con la conoscenza che ha dell’oggetto a cui si rivolge il suo vissuto di gestante.
L’esperienza della gestazione è per Maria, dunque, essenzialmente una esperienza religiosa, intimamente luminosa, ben espressa, riassuntivamente, nelle parole di risposta dette all’angelo: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1,38).
Questo vissuto di Maria è modello per ogni gestante, perché per tutte loro, il figlio concepito è, similmente, un atto di Dio, un miracolo di animazione divina, una parola, un nome che esce dalla “bocca del Signore” (Is 62, 2) cosicché tutti, indistintamente, “recano scritto sulla fronte il suo nome” (Ap 14, 1), anche se per la comune gestante, “esso è misterioso” (Gdc 13, 18), perché “nessuno (lo) conosce all’infuori di lui” (Ap 19, 12) e colui al quale Dio l’abbia voluto svelare.
E’ guardando, allora, a Maria, unita a lei con viva fede nella contemplazione del mistero della grazia del frutto del suo grembo (cfr. Sal 127, 3), che ogni gestante potrà arrivare a sperimentare il sacro di questo evento biologico della gestazione, la cui conoscenza vera non è affatto scontata, immediatamente esperibile e tanto meno comunicabile come le altre conoscenze.
Ci vuole tutta una disponibilità interiore a un raccoglimento meditativo e profondo sul vissuto di Maria, così come ci è dato di conoscere tramite il dato scritturistico, perché questa conoscenza nasca anche nell’anima della gestante come una luce che si accende da una scintilla che si sprigiona e da se stessa poi si alimenta.
E’ partendo dalla conoscenza di queste verità che misteriosamente stanno dentro e fanno da fondamento all’evento generativo, svelate dall’esperienza di Maria e ora confermate dai recenti dati scientifici, che ogni donna moderna può arrivare a vivere consapevolmente la sua gestazione con il corteo di quei comportamenti, coerenti e consequenzialmente aperti al sacro, adottati in maniera esemplare da Maria in sintonia con Giuseppe suo sposo.
“Non è la conoscenza che illumina il mistero,
è il mistero che illumina la conoscenza.
Noi possiamo conoscere solo grazie
alle cose che non conosceremo mai”.

Pavel Evdokimov

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