Lo “Stato Intermedio” e la nuova creazione

“Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano.”

Così ci dice San Paolo, il quale non aveva visto il Gesù storico, non aveva avuto con Lui la dimestichezza degli altri apostoli, non si era impolverato i piedi con Lui per le strade della Palestina, non aveva posato il capo sul suo cuore, come Giovanni, non lo aveva visto morire, quando , sulla croce, aveva esalato, donato, il suo Spirito.

Eppure era nato in Paolo un amore così forte verso il Cristo che lo spingeva con sicurezza verso di Lui, con una determinazione e una fiducia che si sarebbe trasmessa, attraverso i secoli, a tutta la Chiesa.

Nella speranza ha trovato la forza di vivere e operare in vista dell’incontro.

Non si è trattato dunque di una attesa rassegnata, passiva, al contrario, mentre giudicava “spazzatura” tutte le sue qualità e ricchezze, nessuno come lui si è impegnato a diffondere nel mondo il fermento delle novità che il cristianesimo portava.

Aveva avuto il comando di annunciare a tutti il mistero di Cristo, morto e risorto, e lo compirà senza stancarsi, con coraggio, fino all’ultimo respiro.

Questo ci insegna Paolo.

Dopo tanti secoli di cristianesimo noi abbiamo ancora bisogno di rigenerarci, scoprendo le novità che lo Spirito vuole donarci e che la nostra pusillanimità ha timore di cercare.

Solo l’amore ha il potere di risvegliarci e aprirci a questa avventura, quell’ amore che ha mosso la sposa del Cantico dei cantici, che si è alzata nella notte e non ha avuto paura di trovarsi al buio, senza guida né difesa, senza sapere dove andare, alla ricerca di chi aveva trafitto il suo cuore.

Così noi non vediamo ancora con chiarezza, ma possiamo già, nell’ascolto della Parola, lasciarci condurre su terreni inesplorati.

E quale terreno più inesplorato, specialmente nel nostro tempo, delle realtà escatologiche così spesso trascurate, ma verso le quali siamo tuttavia diretti e che, sole, possono dare un senso alla nostra trafficatissima vita?

Così noi cercheremo le parole che illuminano di speranza il cammino di ricerca che abbiamo intrapreso, che non abbiamo scelto, ma che ci è stato imposto dall’esperienza inequivocabile della morte.

In linea con tutto il pensiero della rivelazione, abbiamo dunque incominciato col rifiutare il platonismo classico, che divide l’uomo in anima e corpo e ne fa due elementi dotati di caratteristiche e destini diversi.

Materialismo e angelismo sono ben lontani dal concetto dell’uomo che ci dà la Bibbia, per la quale corpo, anima e spirito sono manifestazioni di un’unica realtà, le facce di una stessa medaglia, quindi

impensabili separatamente.

Dobbiamo pensare perciò al trapasso dell’uomo come ad una seconda nascita, in cui tutto l’uomo entra, completamente trasfigurato, in una dimensione nuova.

Come il bambino che esce dal seno materno sperimenta tutto un mondo che prima non conosceva, così deve avvenire per chi varca la misteriosa soglia della morte.

E, nella coppia cristiana, chi ne rimane al di qua entra anche lui in un misterioso cammino speculare, sperimenta una nuova dimensione del suo matrimonio.

Come quel bambino, strappato dalla sua tranquilla dimora naturale, deve imparare tutto, dal respirare a nutrirsi, così la nuova creatura dovrà imparare a vivere una vita celeste, di cui sappiamo ben poco di più di quello che può sapere un neonato uscito dall’oscurità dell’utero materno.

Davanti a un tale mistero abbiamo tutti un gran bisogno di rassicurazione.

Il confronto con il bambino appena nato, perciò,ci può essere ancora di aiuto e di conforto.

Se ci siamo mai trovati a faccia a faccia con lui, appena dopo il momento tragico e magico del parto, e lo abbiamo visto tremante e urlante, teso spasmodicamente verso chi gli può assicurare la sopravvivenza, possiamo forse intuire la situazione di bisogno esistenziale propria dell’uomo, nella ricerca di una perfezione di vita che continuamente gli sfugge ma che è il suo vero compimento.

Noi siamo quel bambino, che grida il suo bisogno di vivere per sempre, in una felicità piena.

Continuando nel confronto, possiamo assistere a qualcosa di rassicurante: niente al mondo è più dolce del rapporto di una mamma con il suo bambino che la cerca.

La madre lo accoglie e diventa subito per lui la sua sicurezza, la sua garanzia di vita.

Ogni suo gesto è un gesto di amore: lo circonda con il suo abbraccio, lo calma con la sua voce, lo nutre con il suo latte, finchè riposa pacificato sul suo seno.

Noi sappiamo allora che non gli mancherà niente perchè possa crescere e raggiungere la maturità propria dell’uomo: è in buone mani.

Così sono nelle mani di Dio le sue creature, in ogni momento, ma in particolare quando gli gridano i loro dolori e le loro paure.

Non dobbiamo aver timore di gridare davanti a Lui quando niente e nessuno ci può aiutare.

Gridare e pazientare, Dio è madre, non ci lascerà disperare a lungo.

Sentiremo la sua tenerezza e il suo tocco ci guiderà.

Torniamo ora alla comunione che i due membri di una coppia divisi dalla morte possono e vogliono, comunque, realizzare.

Il primo passo da farsi è alimentare la consapevolezza, costantemente riaccesa, di una presenza reale, anche se invisibile, dell’uno accanto all’altro.

Come ognuno “sa” di esistere, così sa anche, con la stessa evidenza, che l’altro esiste per lui e in questo “per” sono racchiusi tutti i complementi possibili dell’analisi logica ( causa, mezzo, modo, spazio e tempo).

In questa esistenza è presente anche la comunione.

E’ necessario fidarsi di questa conoscenza, anche se oscura, più viva di ogni altra.

Tutti abbiamo potuto sperimentare come alcune persone, presenti fisicamente, ci siano rimaste estranee, tanto da non riuscire a comunicare, nonostante la nostra buona volontà.

L’essere materialmente presenti non è a volte sufficiente per esserlo realmente e psicologicamente.

E’ possibile, al contrario, un’esperienza di presenza e di comunione che si realizza nella profondità del nostro essere, nell’uomo interore, che trascende i sensi e si apre all’infinito.

Una volta riconosciuta questa presenza, che è reciproca, si tratta di farla crescere e di darle un senso, una direzione.

Si tratta cioè di incamminarsi insieme verso Dio.

Questo è un terreno solido, sul quale si può lavorare e costruire con fiducia.

Ritrovarsi in Dio, vivere in Dio, tendere con Lui alla nostra perfezione, che è anche la nostra felicità

Ogni gesto di amore e di purificazione interiore, compiuto insieme, può fa crescere in noi e intorno a noi quel regno di Dio che ci è stato annunciato e che dobbiamo attendere al di qua e al di là.

Lo Spirito Santo è il grande Maestro che sostiene, guida e consola, a Lui si deve rivolgere continuamente la nostra preghiera perché svolga per noi l’azione che gli è propria.

L’invocazione a Lui è la risorsa fondamentale perché, nella nostra debolezza e nel nostro smarrimento, si faccia più evidente la forza della sua grazia, con l’aiuto di tutti i suoi sette doni.

Sono davvero tutti indispensabili per un percorso così difficile e inusuale, affinché la coppia, privata delle consolazioni e delle esperienze terrene, possa ritrovarsi e rigenerarsi nell’intimità di Dio.

Sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà, timor di Dio…

Li mediteremo tutti, uno per volta, sistematicamente e, soprattutto, vedremo di sperimentarli , cercandone le applicazioni più valide e pertinenti perchè la grazia di Dio in noi non vada perduta.


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