L’incontro d’amore è la nascita di un mondo

L’amore della promessa non viene dal ciclo, non è scritto nelle stelle, non è un destino. Potrà venire dal cielo, essere scritto nelle stelle, essere un destino solo retroattivamente, solo al futuro anteriore, se sarà stato, se si sarà rivelato come l’amore della promessa. In questo senso l’amore, anche quello più assoluto, è sempre esposto alla contingenza, altrettanto assoluta, dell’incontro. Lo sappiamo bene: nessuna necessità naturale determina l’incontro d’amore. Prima dell’incontro d’amore non esiste l’amore. E solo l’incontro che fa esistere l’amato e l’amante come avessero una seconda vita, o un’altra vita, rispetto a quella che precedeva l’evento dell’incontro. Per questo Lacan, diversamente da Freud che pensava che nell’inconscio tutto fosse già scritto, ci invitava a pensare l’inconscio all’avvenire, nell’ordine del nonancora realizzato, nel non-ancora accaduto. Non solo come un programma già scritto che esige la sua ripetizione, ma come un’apertura, un salto in avanti verso ciò che non è ancora mai accaduto.

L’incontro d’amore coincide con la nascita del mondo perché è un rapporto che fa esistere in modo nuovo il mondo, o, come direbbe Badiou, “è la possibilità di assistere alla nascita del mondo” non più sotto il segno dell’Uno ma del Due.10 Se l’evento dell’amore è l’evento di un incontro contingente che nessun sapere può prevedere – nemmeno quello dell’inconscio -, una volta accaduto, la tendenza degli amanti è quella di farlo esistere “per sempre”, di tradurre la sua contingenza in necessità. Per questo si rivolgono frequentemente agli astrologi; vogliono sapere se davvero le stelle potranno confermare la loro speranza che questo amore sarà per sempre. In ogni amore è in gioco, dunque, una trasformazione fondamentale della contingenza dell’evento dell’incontro in un destino necessario. È quello che per Sartre fonda la vera gioia dell’amore. Essa consiste nel fatto che, per via dell’amore dell’Altro, io vengo salvato dalla mia fatticità (facticité), che, in altri termini, io non esisto più per caso, privo di senso, non sono più “di troppo” nel mondo, la mia esistenza non è qui per niente, ma è diventata il “senso” della vita dell’Altro, ciò che da significato a quella vita e che da quella vita attinge reciprocamente il suo significato.

È questa la gioia dell’amore quando c’è. La mia esistenza, che non è mai il fondamento di se stessa, una volta amata si trova a esistere perché è voluta dall’Altro nei suoi minimi particolari, per “tutto”. È “chiamata”, è “attesa”. La domanda d’amore si qualifica quindi come una domanda di senso; io voglio essere salvato dal peso insopportabile della mia fatticità, dal non-senso che accompagna la mia venuta al mondo. L’Altro che mi ama mi sottrae all’abbandono assoluto attribuendomi un senso nuovo e, in questo modo, attribuisce anche un senso nuovo al mondo. Il mondo chiuso dell’Uno si apre al mondo nuovo del Due. Mentre all’inizio della vita in primo piano era il caos informe del grido, l’assenza di senso, la pura fatticità dell’esistenza, ora, grazie all’amore dell’Altro, la mia vita riceve un senso, si sente voluta, desiderata, giustificata a esistere.

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