L’eccellenza del matrimonio

La vera rovina del matrimonio è che si celebrano troppi matrimoni apparenti,in realtà, troppe volte questi sono ben lontani dall’esserlo veramente.
Si forma intorno ai futuri sposi tutta una atmosfera di compiacenza, quasi di complicità.
Le vittime designate sono viste con interesse, spesso con simpatia.
Se sono belli, se sono giovani, ancor più se sono famosi, suscitano una generale aspettativa: sembra che non ci sia niente di più commovente di una bella marcia nuziale e di un bianco abito da sposa, possibilmente con un lungo strascico.
C’è, dietro a tutto questo una illusione di felicità che coinvolge anche gli spettatori, come se si assistesse a una scena che si deve sempre concludere con: “e vissero felici e contenti”.
Eppure siamo ben consapevoli che nella nostra epoca una buona percentuale di tali matrimoni, in tempi più o meno brevi finirà in un doloroso fallimento.
E’ sempre stato così?
Forse, ma oggi, con la maggior spregiudicatezza dei costumi e la facilità di diffusione delle notizie, la cosa si è fatta più evidente, tanto che non si può più passare sotto silenzio o minimizzare.
Si può parlare anzi di una piaga sociale, di una specie di epidemia che si sta diffondendo subdolamente e colpisce dove meno lo aspetteresti.
Oggi si è formato intorno al problema dei fallimenti coniugali una specie di rassegnato fatalismo, che mette in campo scuse sociologiche e psicologiche, ma, soprattutto, non ci si stupisce più, perché si è fatta quasi l’abitudine a simili notizie.
Del resto, si capisce come sia difficile un equilibrio a due, già risulta abbastanza problematico quando uno è solo, tanto più quando c’è un legame che condiziona così fortemente i movimenti di due persone.
Ma proprio questa frequente mancanza di compimento delle aspettative di felicità, implicite nel matrimonio, dovrebbe mettere in guardia ed essere un segnale indicatore della necessità di un ripensamento radicale di tutta la situazione, che offra soluzioni valide e nuove.
Nuove non tanto, perché il matrimonio cristiano ha già, dentro di sé, una risposta piena di verità e di efficacia, ma che va assolutamente riscoperta.
Quando Francesco ha scoperto la povertà e se ne è innamorato, non ha fatto altro che fare proprio un valore già annunciato chiaramente da Cristo nel suo vangelo, ma la forza con cui lo ha personalmente vissuto, gli ha dato il sapore di una novità dirompente, tale da affascinare e scuotere tanti cristiani assopiti.
Così il tesoro nascosto, la perla di grande valore che giace nel fondo dell’amore sponsale, non aspetta altro che di essere ritrovata e dare quella gioia che giustifica ogni sacrificio necessario per poterla possedere.
Ma ritorniamo ai nostri due personaggi emblematici, che hanno sentito insieme la vocazione all’amore coniugale.
Non hanno fatto niente per meritarlo: la vocazione è un dono gratuito che viene dall’alto, ha tante forme e tanti momenti, importante è saperla riconoscere ed accettare.
Veramente lei, sulle prime, non l’aveva riconosciuta per eccesso di zelo religioso: era condizionata da quel benedetto primato della verginità proclamato tante volte, in forma più o meno esplicita, dalla Chiesa, da San Paolo in poi.
In effetti, nella innumerevole schiera dei Santi, che la Chiesa propone alla venerazione e alla imitazione ai suoi fedeli, è evidente la presenza preponderante di figure religiose e, perciò, celibi o nubili.
Le donne, poi, rientrano quasi sempre nella categoria delle vergini, se non in quella delle martiri, o, al massimo, delle vedove.
E’ vero che ora le cose stanno cambiando: Giovanni Paolo II, nella bella apertura del suo pensiero e del suo cuore, ha valorizzato il matrimonio come luogo di autentica vita religiosa e ha sollecitato la beatificazione di coppie di sposi, proprio in quanto tali, ma siamo ancora agli inizi di una spiritualità che fa fatica ad affermarsi, mentre la società fa di tutto per distruggerla.
Dal matrimonio come “remedium concupiscentiae”  alla “comunità di vita e di amore”se ne è fatta di strada, ma sarebbe ora di impegnarsi seriamente, per aiutare questa comunità a realizzarsi veramente, secondo il progetto che sta all’origine della sua creazione.

 “Senti” disse lei quel giorno, mentre camminava pensierosa al fianco di lui, la mano ben stretta nella sua mano, dopo avere per un po’, in silenzio, tentato senza troppo successo di sincronizzare i loro passi sulla stradina polverosa lungo il fiume “Senti!, ma tu sei proprio sicuro che per uno che voglia seguire da vicino Cristo, seguirlo radicalmente,dico, fino in fondo, non sia più conveniente lasciare tutto, rinunciando anche al matrimonio, come hanno fatto tanti santi che conosciamo?  Abbiamo solo questa vita, vorrei spenderla nel modo migliore, senza dover avere dei rimpianti!”

Lui la guardò sorridendo, sembrava che avesse già affrontato questo problema e che ora non lo riguardasse più di tanto.

“Perché mi fai questa domanda?  Ci tieni proprio all’aureola?”

Lei fece l’offesa:

“Certo che ci tengo! Almeno per quanto dipende dalle mie scelte! Poi si vedrà, ma per lo meno non vorrei sbagliare strada, con tutta la confusione che c’è in giro, non ti pare che ci sia da preoccuparsi?”

Ma lui non si scomponeva.

“A me sembra che la strada ci sia stata indicata in modo chiaro quando ci siamo incontrati.  Non puoi negare la verità di quello che è successo.
Che altro dobbiamo cercare ancora, quando abbiamo avuto un segno così preciso della  nostra reciproca appartenenza e della volontà di Dio su di noi?
Quando il Creatore ha presentato Eva ad Adamo, sarebbe stato bello che lui gli dicesse: “No, grazie, io voglio amare solamente Te?”

“No” rise lei “non sarebbe stato gentile da parte sua! Ma” aggiunse dopo un po’ di silenzio “ci sono tanti modi di amare, c’è anche l’amore di amicizia che a me piace molto: può essere forte e duraturo e non coinvolge il corpo lasciando liberi di dedicarsi alle cose dello spirito.
Ci sono degli esempi famosi, penso a San Francesco e a Santa Chiara e a tante altre “coppie” di santi che hanno fatto cose bellissime senza essere sposati.”

Lui non sembrava così entusiasta:

“E tu ci pensi che cosa sarebbe successo se Adamo ed Eva fossero rimasti soltanto dei buoni amici?”

 “Ma non vale! Loro dovevano popolare la terra”.    

 “ Non dovevano soltanto popolare la terra.

Il Creatore poteva far nascere gli uomini anche da questi sassi.
C’è un progetto ben preciso nella conformazione psicofisica dell’uomo e della donna che va conosciuto e rispettato e ammirato, perché porta la sua impronta.
L’amicizia è una cosa bellissima, ma l’amore lo è di più, perché risponde all’esigenza di completezza che è nel cuore di ogni uomo.
L’amore vero comprende sempre l’amicizia, non può farne a meno, è il luogo dove l’amicizia può liberamente fiorire ed espandersi, ma nell’amore c’è qualcosa di più, qualcosa che lo trascende e l’orienta ad una divina perfezione.
Si è amici per simpatia, per condivisione di idee, per interessi comuni, ma si diventa marito e moglie per una vocazione misteriosa all’unità.
Al limite, certe diversità di carattere e di interessi, che a prima vista potrebbero sembrare un ostacolo per l’amicizia, se riconosciute e accettate, si trasformano, nell’amore, in una occasione di ulteriore maturazione e perfezione e stringono i due in un legame più forte.
Il matrimonio, insomma, è un’avventura molto più interessante di un semplice rapporto di amicizia. Si rischia di più, si rischia tutto, ma, in cambio, si trova tutto ciò che è necessario alla perfezione della  persona, anima e corpo.”

“Già, anima e corpo” disse lei, riflettendo ad alta voce “ma il corpo ha molti limiti e nel matrimonio la sua funzione è preponderante.

C’è da tenerlo continuamente presente e questo complica le cose: non sei più libero se sei legato alle esigenze della carne.
Chi mi assicura che alla fine non appesantisca lo spirito e non gli impedisca di volare in alto come vorrebbe?

Non so bene perché, ma mi vengono in mente termini come “borghese” o “compromesso”, tutti con significato negativo…”

“A me, invece,” replicò pronto lui “viene in mente la parola: “incarnazione” e questa batte tutte le altre! Dio, che è spirito si è fatto carne in Cristo. Non ti dice niente? Non ti basta?”

“Sì, ma Lui era Cristo e non aveva paura della carne!”

“E noi siamo cristiani! E’ ora di smetterla di aver paura. Gesù ha anche detto che la carne senza spirito non giova a nulla, ma quando è animata dallo spirito allora, può diventare un capolavoro!”

Il discorso tra i due si era fatto così serio che, senza accorgersene,  si erano fermati nel bel mezzo della loro passeggiata e ora, appoggiati al parapetto del ponte, nell’ ombra della sera che li avvolgeva, stavano in silenzio, guardando lontano davanti a sé, in realtà guardavano pensierosi dentro alle loro anime.

Il primo a parlare fu ancora lui:

“Andiamo” disse “potrei improvvisarti qui un panegirico  del corpo dal punto di vista medico, filosofico e religioso, ma si è fatto tardi e non mi riuscirebbe bene. Scommetti che domani, alla luce del giorno, vedremo più chiare tutte le cose e sarà più facile capirci.
Intanto prova a rileggere San Tommaso: (I, q. 91, a. 3)”.

 

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