Le risonanze del termine laboratorio

Le risonanze del termine laboratorio
(estratto dal libro “La casa cantiere di santità”)

Vorremmo riflettere ora sul tema che ci è stato proposto usando le sollecitazioni che ci vengono dal termine laboratorio applicato alla casa: un termine tanto instabile quanto solido, una parola cioè che può tenere insieme sia la precarietà intrinseca alla nostra esperienza familiare (ciascuno di noi è esposto alla precarietà della famiglia in cui nasce e alla non minore provvisorietà della famiglia che lui stesso sceglie come adulto) sia la solidità dell’Amore con cui Dio si rende presente nel mondo attraverso l’amore coniugale.Nello stesso tempo il termine laboratorio ci propone un approccio scientifico alla famiglia; nel nostro caso, la lente con cui osserviamo la famiglia è la visione relazionale sistemica della famiglia, unità complessa di dose relationships. La famiglia in questa accezione scientifica è sistema e ciò significa che, contrariamente a quanto pensa la “psicologia fondata sui luoghi comuni”, nessuno è spettatore, nessuno, qualunque cosa accada, può dire: “Io non c’entro”, “Io non c’ero” per quanto concerne il disagio connesso alla relazione con quella persona o quella situazione concreta che accade in famiglia.

E impossibile intendere la casa come “assicurazione di stabilità”
Cominciamo allora a sfruttare la metafora laica del raccontarci la casa come laboratorio utilizzando il termine laboratorio nella risonanza che lo collega all’immagine del cambiamento dei dati, all’impossibilità di avere in anticipo quanto si sta cercando, alla necessità di un lavoro per giungere ad un risultato che non è facilmente ottenibile né tanto meno scontato.
Pensare alla casa come ad un laboratorio ci porta quindi a non pensarla già in partenza come casa-assicurazione di stabilità, quasi un intendere la “casa della famiglia umana” simpliciter come “casa fondata sulla roccia”.
La stabilità è certo un’aspirazione costante degli umani, tanto più comprensibile quanto più la si mette in relazione con l’instabilità del mondo esterno alla famiglia (in cui soffiano venti di guerra e in cui ci si scontra con circostanze “illogiche” che invadono il privato della famiglia e, ad esempio, portano via una persona cara) e con la sua contraddittorietà (i media inducono nello stesso tempo sia l’esigenza di un’atmosfera pulita e di un traffico scorrevole sia incentivano l’acquisto di nuove auto). Ma anche l’instabilità stessa che nasce tra le mura domestiche ci induce a sognare lo stesso risultato: poterci auto-, garantire la stabilità. Don Tonino Bello all’Arena di Verona nel 1989 diceva: tu giovane vorresti «sposare una donna di cui hai preso tutte le misure, di cui ti sei fatto consegnare i certificati di garanzia e contro i cui rischi di abbandono ti sei premunito con mille polizze di assicurazione».
A ben vedere la ricerca della stabilità può essere in sé buona: ci dice un’aspirazione tipica dell’animo umano, ci dice come ogni creatura mantenga dentro una tensione verso il Creatore e l’Assoluto; ma se le proprie belle aspirazioni vengono lette come “diritti” a cui gli altri della famiglia, e la realtà in generale, devono adattarsi, questa aspirazione – in sé buona – costituisce una delle cifre tipiche del malessere familiare.
Infatti scambiare l’aspirazione alla stabilità con un diritto da realizzare qui ed ora porta alla rottura: non importa se tramite la canzone depressiva del «ci siamo sbagliati, non siamo fatti l’uno per l’altra, siamo troppo diversi…» o se tramite l’arroganza logica del «o tu non sei fatto/a per me o io non sono fatta/o per il matrimonio».
Ci sembra particolarmente rilevante l’atteggiamento legalistico implicito nel matrimonio contratto: l’impegno contrattuale alla fedeltà ad esempio, sembra racchiudere nell’oggi anche il futuro con un effetto autoassicurativo dell’eternità dell’amore. Non è difficile incontrare la versione cristiana di questo atteggiamento fondamenta-lista; la coppia o, con maggior frequenza, uno dei coniugi esalta l’impegno morale implicito nel sacramento cristiano e fa leva su di esso per prospettarsi una vita coniugale senza scosse al punto da non riconoscere più che anche il suo matrimonio è un’avventura. È un po’ come se la morale fosse l’equivalente dei freddi sillogismi dei filosofi con cui si voleva dimostrare l’esistenza di Dio, e non si capisse la differenza tra l’asettico cammino della logica che al massimo ci garantisce un Dio astratto e lontano e l’umanissimo cammino della fede che ci porta al Padre di Gesù!
Da un punto di vista relazionale il sacramento cristiano produce nella coppia la consapevolezza che la propria avventura matrimoniale non è completamente nelle proprie mani; che può essere garantita dalla Legge nel senso della protezione che la legge morale opera nel quotidiano della coppia e del cristiano, ma non nel senso della protervia di un coniuge, che richiamandosi alla legge, possa costringere in alcun modo l’altro a restare nel matrimonio.
Di più: la nostra pratica con coppie in difficoltà ci mostra che non è l’atteggiamento basato sulla forza del diritto ad indurre la strada del dialogo; coloro che usano impropriamente l’insegnamento morale come arma a sostegno dei propri diritti: «Devi amarmi e quindi devi dialogare con me!», «Non è possibile che tu mi abbia fatto questo!», «Il giorno in cui mi hai sposato mi avevi promesso…» non fanno che aumentare le probabilità della guerra. L’atteggiamento più produttivo è invece esattamente quello opposto della fiducia nel sacramento e nel mettersi in una relazione costruttiva, che favorisca l’alleanza.


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