Le coccole

Finora ho parlato della modalità, delle disposizioni d’animo che si assumono amando: «litaniando» quando la consapevolezza del sentimento erompe; «benedicendo» per estrinsecare il bene che l’oggetto d’amore rappresenta; coinvolgendosi in conniventi «memoriali» celebrando il reciproco amore. Si tratta di autentiche dimensioni dell’essere amante che scaturiscono spontaneamente, quasi necessitatamente, nei momenti in cui l’amore attinge la sua massima consapevolezza e’ vive quindi in intensità contemplante. Si sarebbe tentati di dire che ogni amore completo, autentico, riuscito comporta queste modalità: quando, per una qualche ragione, se ne è impediti e ci si limita ad amare, di fatto inibendo cioè l’intima vitalità della contemplazione amorosa, se ne soffre: sia individualmente, arrivando ad autentiche somatizzazioni; sia impoverendo ingiustamente l’altro, defraudato dei momenti più pieni e significativi dell’esistenza; sia a livello del «noi» che langue fino a non essere più individuabile come tale.

Sono dimensioni, modi d’essere che necessariamente «si sentono» quando si ama: ovviamente di più o di meno a seconda dell’intensità dell’amore che si vive oppure del grado di familiarizzazione coi propri vissuti profondi. Ebbene, come si manifestano all’esterno; come si presentificano all’amato? come fuoriescono gli aneliti amorosi che pressano nella lucidità pulsante dello stato affettivo?

Basta parlarne? «Parlare di… essi», informare il soggetto amato di quanto si sente nei suoi confronti? E già pur qualcosa ma certamente non è tutto: «parlare della» propria tenerezza non la sfoga e non la comunica: informa semplicemente. Quanto si vive nei dolcissimi vissuti di tenerezza, di commozione, di gratitudine, adorazione e ammirazione che invadono l’animo nel momento contemplante ha una sua propria consistenza, un suo spessore di realtà che non viene adeguatamente esternato dal parlarne. Per estrinsecare – sfogare e comunicare – simili vissuti esistono altri canali, gestualità che hanno una propria capacità comunicativa e fruitiva.

Sono quelle gestualità che vanno sotto il nome di coccole, quei gesti assolutamente gratuiti, senza alcuno scopo pratico di efficientismo; unicamente intenti a esprimere il bene, la tenerezza, la dolcezza: il proprio amore insomma. Viste così, le coccole sono l’ultimo anello della catena amorosa, i momenti terminali che servono sia a comunicare il bene sia a riceverlo sia a goderlo.

Ma – ad aumentarne l’importanza – un’ulteriore loro funzione sta anche in questo: fruire di quanto comunicano. La coccola testimonia l’amore sia in uscita che in arrivo; ma contemporaneamente lo gode pure. Per questo motivo le coccole danno piacere: perché in esse si consuma realmente quell’amore presente nelle dimensioni contemplanti. Esse quindi non sono soltanto optionals, lussi che possono anche non esserci senza intaccare l’essenza. Sono parte integrante del processo amoroso tanto che, se mancano, esso non è completo, non soddisfatto, non maturo proprio nel senso che a questo termine si dà quando lo si usa in contesti del tipo: questo frutto non è ancora maturo. Certo, forse si potrà anche vivere senza coccole. Ma esattamente come si può vivere senza olfatto, senza occhi e così via: cioè al di sotto delle proprie possibilità o necessità vitali.

Può quindi avere una sua peculiare importanza preoccuparsi di imparare le coccole o di migliorarle. E, a questo scopo, può essere utile riflettere sui vari significati che certe gestualità possono contenere:  è come risvegliare la consapevolezza circa quelle cose di tutti i giorni di cui l’abitudine fa perdere coscienza.

Nei prossimi capitoli si parlerà appunto di coccole. Quanto diremo ha solo lo scopo di fermare l’attenzione su gesti che si fanno solitamente, sia per istinto sia per condizionamento sociologico: soffermarsi a meditarne le implicanze, la variegata loro significatività, il loro molteplice impiego può servire se non altro per rendersi edotti della preziosità del patrimonio espressivo – lascito gratuito di tante generazioni – cui si attinge. L’autore sa molto bene che quanto andrà dicendo non è né origina le né esaustivo del tanto che si dovrebbe dire-: r-proprio solo un invito a sostare, a rimeditare su gesti tanto usati che rischiano di non essere vissuti nella lucidità emotivamente pregnante che si meritano.

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