L’abbandono della subordinazione dei fini

L’abbandono della subordinazione dei fini
(estratto dal libro “Scegliere di essere scelti”)

Quanto fin qui messo in evidenza sul ruolo dell’amore coniugale come indispensabile punto di partenza per la comprensione del matrimonio acquista ulteriore importanza in relazione alla seconda grande novità introdotta dal Concilio: l’abbandono della subordinazione dei fini.
Sull’importanza di tale subordinazione nello schema della teologia pre-conciliare molto è già stato detto. Basti a questo punto ricordare che la problematica delle finalità del matrimonio era preponderante nella visione tradizionale: sia dal punto di vista naturale (dove si derivava l’identità del contratto coniugale dallo scopo primario della procreazione), sia dal punto di vista teologico (dove si assisteva, per così dire, alla sacramentalizzazione della funzione procreativa) la questione delle finalità del matrimonio era il vero e proprio punto di partenza della riflessione sul matrimonio. Il Concilio, mettendo in primo piano il “patto” d’amore coniugale, ha evidentemente rifiutato questo primato e cambiato prospettiva di lettura del fatto matrimoniale.
Malgrado ciò, il distacco dalla problematica non comporta in senso assoluto il silenzio sul contenuto della discussione del pre-concilio: cade l’accentuazione ma non cade il contenuto del dibattito. Tanto è vero che in Gaudium et spes 50 il Concilio dichiara apertamente che «il matrimonio e l’amore coniugale sono ordinati per loro natura alla procreazione ed educazione della prole»

1. Tuttavia l’affermazione conciliare evita intenzionalmente di raccogliere lo schema della logica che ispirava il sistema messo in discussione. In altri termini sembra che il Concilio assuma l’intento profondo della tesi precedente, ma non la logica entro cui la riflessione progrediva: per i Padri conciliari è pacifico che non si possa parlare del matrimonio senza tenere conto del suo intrinseco orientamento verso la generazione e, conseguentemente, non si possa isolare la relazione amorosa dalla procreazione, nondimeno per essi ciò non vuoi dire che si debba ridurre il matrimonio funzionalisticamente a luogo di procreazione, escludendo tutto il resto. Prova ne è che, dopo aver collocato la paternità e la maternità sul piano della partecipazione all’opera creatrice di Dio, Gaudium et spes ricorda che «II matrimonio, tuttavia, non è stato istituito soltanto per la procreazione (non est tantum ad procreationem institutum); ma il carattere stesso di patto indissolubile tra le persone e il bene dei figli esigono che anche il mutuo amore dei coniugi abbia le sue giuste manifestazioni, si sviluppi e arrivi a maturità. E perciò anche se la prole, molto spesso tanto vivamente desiderata, non c’è, il matrimonio perdura come consuetudine e comunione di tutta la vita e conserva il suo valore e la sua indissolubilità»

2. Decisivo appare l’avverbio “soltanto” (tantum) che indica chiaramente la volontà del Concilio di evitare di affermare la priorità del fine della generazione e, dunque, di identificare un fine primario e uno secondario. È manifesto infatti che, se il Concilio afferma che il matrimonio non è stato istituito soltanto in vista della procreazione, va da sé che quest’ultima non possa più essere considerata il fine primario del matrimonio. Di conseguenza, la trattazione pre-conciliare – che distingueva tra un fine primario e uno secondario – non può più essere riproposta.
Allo stesso tempo occorre prestare attenzione al fatto che il rifiuto conciliare della subordinazione dei fini impedisce anche qualsiasi lettura del matrimonio tendente a rovesciare semplicemente la visione pre-conciliare: non si può più affermare che la procreazione è il fine primario e l’unità dei coniugi quello secondario, ma parimenti non si può neppure asserire che l’unità dei coniugi sia il fine primario e la procreazione quello secondario. Il Concilio, come si è già evidenziato, vuole uscire definitivamente dalla logica della subordinazione e questo non può avvenire se si opera una semplice inversione dei fini ponendo prima l’unità dei coniugi e poi la generazione ed educazione dei figli.
Casomai, e questa è la questione più importante, la proposta del Concilio va accolta nel senso di un invito a raccogliere il contenuto dottrinale più tradizionale all’interno di una nuova visione del legame matrimoniale. Se, infatti, il testo conciliare non abbandona il nesso esistente tra matrimonio e procreazione, ciò non avviene per una semplice tendenza “conservatrice”, ma per evidenziare che la validità di tale nesso può e deve legittimamente essere affermata anche in una nuova prospettiva: quella dell’amore coniugale. Pertanto non si deve pensare che la fecondità del matrimonio sia qualcosa da raggiungere indipendentemente dall’amore degli sposi, né ritenere che ci si possa amare senza tendere di per sé alla fecondità, piuttosto occorre riconoscere che è l’amore che di sua natura chiede l’apertura alla vita e parimenti quella fedeltà che garantisce l’unità della vita coniugale.

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