La vera comunine sessuale

Giovanni Paolo II affermava che quando l’amplesso è aperto alla vita, vi è «comunione sessuale», e quando esso non lo è, c’è solo «unione sessuale». Questa affermazione può aver senso al di fuori della Rivelazione trinitaria? Perché bisogna rimanere disponibili ad accogliere un terzo seccatore al fine di trovarsi veramente in due? Se si considera l’atto carnale stesso, seguire l’inclinazione naturale permette evidentemente di abbandonarsi senza riserve e di evitare l’intrusione dell’industria tra i nostri trastulli. Lasciamo progredire «questo preziosissimo sangue» fino alla cornucopia dell’abbondanza, senza preservativi, senza contraccettivi, sapendo che alla fine del nostro amplesso può esserci un’anima interamente nuova che il buon Dio è quasi costretto a creare per sostenere la nostra distribuzione dei ruoli. In tal modo, costringiamo l’Eterno a venire a letto insieme a noi; con i nostri sessi, quasi fossero una preghiera fisica, induciamo l’Onnipotente a completare il bacio. Come potrebbe il godimento essere maggiore? Quando si evita di fare entrare in questo modo, in maniera naturale, l’Eterno nel proprio letto, è fatale che si finisca strangolati da mille problemi tecnici: «Ho preso la pillola?… Stai attento! Stai attento!! No, non riesco! Non riesco! Questo fatto dell’incitamento m’ha ghiacciato il sangue nelle vene! !… Il diaframma? Sì, lo uso, ma tu non avevi detto che oggi… e poi quel coso di gomma nella pancia non mi piace… mi fa impressione… mi pare di avere un chewing gum… Ti sei spoetizzato? Be’, mi dispiace!».

Se si considera la coppia al di là dell’atto carnale, bisogna innanzitutto costatare che ogni fusione è illusoria. Non fare altro che una sola carne in senso fusionale è un chimerico spezzatino. Più viviamo insieme, e più ognuno scopre la propria essenziale solitudine e l’irriducibile alterità dell’altro. Mai Siffreine è tanto unita a me, come quando mi accorgo che mi sfugge. La comunione consiste nel sopportare tale distanza dell’intimità, questa prossimità del mistero. Ma questa sopportazione sarebbe un esercizio solitario e vano se non fosse anche una lacerazione che ci apre a un unico termine. È per questo motivo che la comunione implica un terzo condiviso, luogo di un’unione più profonda. Un uomo e una donna possono dirigere insieme una rivista, fondare un dispensario, suonare in concerto una Fantasia a quattro mani. In tal caso vi è comunione spirituale, e più il bene cui concorrono è elevato, maggiore è questa comunione. In quest’ordine di cose, e nel suo punto più alto, Giovanni della Croce e Teresa del Gesù formano un esempio insuperabile.

La comunione spirituale è la più alta, ma, anche se è necessaria tra l’uomo e la donna, non è ciò che rende assolutamente specifica la loro relazione: essa può esistere con un altro dello stesso sesso. La specificità della comunione sessuale sta solo nella procreazione. Non che l’uomo sposi la donna per aver un delfino: ciò farebbe ancora di lei un oggetto. Tuttavia, mentre l’uomo cerca una comunione sempre più completa con la propria moglie, sulla stessa linea di questa ricerca giunge il figlio che l’approfondisce. Unendo le loro carni, essi fanno una sola carne, diversa da loro stessi. Questo significa forse che il figlio è anch’esso un mezzo e che viene fatto per la coppia? L’amore si trasformerebbe in Moloc. La comunione verrebbe abbandonata per tornare alla più sterile delle unioni, per quanto circondata di marmocchi. Come in quelle riviste per genitori, ben più nocive dei giornaletti erotici, il figlio sarebbe uno strumento per diventare una donna matura o una coppia soddisfatta, come il bambolotto di plastica per la bambina. Questo bambolotto impone a tal punto la propria personalità che, se si pensasse di farlo come una cucitura per riconciliarsi, ci si accorgerebbe ben presto che il filo si scuce e se ne va per conto suo, o peggio: che esso esige che ci si occupi prima di tutto di lui.

Questa comunione carnale presuppone così tre termini, e il terzo che la realizza non è mai un mezzo, bensì un vero e proprio fine che permette agli altri due di accoglierlo insieme e di ritrovarsi fuori di se stessi.

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