La personalizzazione coniugale

Capitolo VIII
La personalizzazione coniugale

Tutta l’opera coeducativa dei coniugi deve essere orientata a creare questa « persona » nuova che è il Noi coniugale e che, come si è già detto, è anche il vero significato e contenuto della coniugalità.
Tutti i coniugi indistintamente devono approdare a questa realtà.
Ci sarà chi arriverà più presto e con più facilità, perché più maturo e più pronto a riconoscere che la propria persona si afferma, si compie e si arricchisce in un modo del tutto originale dall’incontro e dalla partecipazione attiva, vitale al proprio partner, e perciò sarà più disponibile e più interessato alla ricerca di ogni mezzo pur di realizzare questa continua fusione in uno, questo continuo allargamento del proprio io nel Noi, comprensivo di un tu che, essendogli complementare, lo completa e per così dire lo duplica.
E ci sarà invece chi stenta ad immettersi in questo ordine di idee e in questo cammino verso la personalizza-zione coniugale o verso la coniugalità perché, preso da paura, riterrà di venir meno al proprio io abbandonandosi al proprio partner.
Chi ha infatti sopravvalutato e, in un certo senso, mal interpretato l’individualità, la propria affermazione personale, sarà certamente portato a ritenere il Noi coniugale come una negazione della esistenziale necessità di essere se stesso, di compiersi e costruirsi in modo totale come individuo e come persona, e perciò più o meno consciamente si opporrà alla personalizzazione coniugale. Per questi casi il cammino sarà ovviamente più lungo e più difficile perché si dovrà premettere tutta una chiarificazione di ordine antropologico e comporre prima tutta una maturazione alla vita di relazioni interpersonali. Ma anche per chi è già pronto e maturo, la coeducazione alla personalizzazione coniugale si impone perché non si tratta tanto di coltivare una generica capacità alla coniugalità quanto di realizzare concretamente questa potenzialità, attuandola con una ben precisa persona, quella del proprio partner.
Il processo di personalizzazione coniugale comporta sempre, qualunque siano i casi concreti delle singole coppie che ovviamente non possiamo prendere in esame data la genericità di questa guida, il passaggio attraverso alcuni fondamentali momenti che noi cercheremo almeno di tratteggiare, sia pur schematicamente, perché costituiscono gli stessi strumenti operativi propri della coeducazione coniugale.
Non si può pensare di operare la personalizzazione coniugale se non si parte dal principio o dalla convinzione, che dev’essere certezza interiore, che ogni singola persona coinvolta in questo processo non solo deve essere riconosciuta come tale ma deve uscirne potenziata proprio come persona.
Non si è mai sentito dire, del resto, che possa esistere una autentica coniugalità se non tra persone che si riconoscano reciprocamente tali cioè con le loro qualità di persone originali, insostituibili ed inalterabili.
I presupposti:
Il rispetto della propria persona.
Ciascun coniuge deve avere la coscienza lucida ed esatta di essere una persona, di avere una dignità personale, di essere un valore.
Senza questa consapevolezza non sarebbe possibile costruire un rapporto coniugale autentico e positivo cioè tale da promuovere un reciproco potenziamento delle due persone perché non si saprebbe mai portare all’altro il contributo concreto del valore della propria personalità.
Il rispetto della persona dell’altro.
È indispensabile pure non dimenticare mai che l’altro, il proprio partner, è anch’esso una persona come lo siamo noi, avente gli stessi nostri diritti ed analoghi, sia pur diversi, indiscutibili pregi. È tutt’altro che ozioso questo richiamo perché non è affatto facile mantenersi sempre sul piano del rispetto, del riconoscimento dell’altro come persona.
Anche se amiamo il coniuge intensamente e, a volte, proprio perché lo amiamo di più di ogni altro, siamo tentati di riportarlo inconsciamente al ruolo di « oggetto » subordinato ai nostri desideri, ai nostri interessi, al nostro bene.
La valorizzazione dell’altro.
Se non si cerca poi continuamente di far brillare al propri occhi l’autentico valore dell’altro non è certamente possibile accedere all’altro come ad un bene di arricchimento personale.
Senza questa elementare premessa non è dunque materialmente possibile, perché psicologicamente ingiustificabile, cercare di allacciare un vero e profondo legame interpersonale, intersoggettivo, cercare di articolare sempre più intimamente le due persone fino a costituii un una sola.
La conoscenza di se stessi, umile, vera e coraggiosa.
Si è appena detto che bisogna partire dal rispetto della propria persona, ebbene questo rispetto si fonda sulla conoscenza di sé, conoscenza dei propri valori, delle proprie ricchezze, ma anche dei propri limiti e delle proprie debolezze.
Per conoscersi veramente bisogna avere il coraggio di mettersi in crisi, di rimettere in questione un certo numero di situazioni, di fatti personali, di processi inconsci profondi, non sempre piacevoli da scoprire.
La conoscenza di sé, così prospettata, deve tradursi poi nella disposizione o disponibilità a cambiare in senso perfettivo il proprio modo di essere e di agire. Bisogna allora avere l’umiltà di accettare di essere aiutati dall’altro, non solo a conoscersi a fondo, ma anche ad essere interamente trasformati.
Il riconoscimento dell’altro nella sua autenticità e verità.
Per poter conoscere l’altro, realmente, in tutto quello che ha di positivo e di negativo è necessario anzitutto sapersi mettere nella sua stessa situazione, sapersi identificare nell’altro, essere cioè capaci di mettersi nei suoi panni per poterlo comprendere nel suo modo di sentire, di vedere, di pensare, di agire, anche se ciò naturalmente risulta molto diverso dal proprio modo di vedere, di sentire e di agire.
È pure necessario evitare di assumere atteggiamenti da giudici inquisitori. Per fare ciò basta ricordarsi che in fondo si è tutti uguali e che come si vorrebbe essere noi stessi compresi, trattati, aiutati così, ugualmente, dobbiamo fare nei confronti dell’altro.
Conoscere, capire l’altro come del resto conoscere e capire noi stessi, vuoi dire in pratica non arrestarsi mai alla facciata delle azioni e dei discorsi dell’altro, per interpretarli secondo schemi di uso corrente, ma scrutarli nelle motivazioni profonde, e spesso nelle pene accumulate e negli intimi drammi che hanno più o meno direttamente condizionato quei determinati comportamenti.
Non si deve infatti scordare che la maggior parte dell’agire e del comportamento umano, anche quello più logico e razionale dell’adulto, è ispirato e, in un certo senso, condizionato dalle immagini, dai desideri, dalle pulsioni, dai fantasmi, dalle paure che ciascuno porta da tempo dentro di sé, nel fondo di se stesso, senza averne coscienza.
Tutto questo inconscio, che rappresenta una realtà psichica soggettiva, il vissuto profondo proprio di ogni adulto, è poi in strettissimo rapporto con il vissuto dell’infanzia e dell’adolescenza.
Se con il passare degli anni e con lo sviluppo delle facoltà conoscitive, intellettive ed affettive, questo vissuto inconscio non evolve in senso maturativo l’individuo adulto, psicologicamente bloccato così a stadi infantili e pregenitali, viene marcato da immaturità.
Deformazione della personalità, inasprimenti del carattere, aggressività più o meno palesi, risentimenti, paure, odii, gelosie, invidie, sentimenti affettivi complessi e contradditori, ecc., ecc., sono tutti segni più o meno palesi di uno stato di immaturità.
L’immaturità avrà poi gradazioni diverse a seconda della gravita di questi blocchi, di queste fissazioni a stadi infantili e quindi dell’intensità dei suoi segni rivelatori.
Capire se stessi e capire l’altro fino in fondo vuoi dire molto spesso arrivare a scoprire un certo stato di immaturità, quasi sempre presente in tutti, anche se per la sua entità non è sempre tale da disturbare l’equilibrio personale o la vita di relazione interpersonale e sociale, quindi da rendersi evidente.
Questa scoperta, per l’immaturità che denuncia, per le ansie e l’aggressività che rivela, per i conflitti e le tensioni che obbliga a riconoscere non può non creare un certo turbamento. Non deve però mai portare allo sconforto, qualunque sia l’entità di questi segni di immaturità, perché è un fatto che se non si arriva a questa consapevolezza non si potrà mai passare ad una azione concreta ed efficace di maturazione, di reintegrazione della persona sulla base dei suoi veri elementi costitutivi. Il vissuto, l’inconscio è infatti una realtà psichica che fa parte della personalità propria di ciascuno e come tale deve essere riconosciuto e sviscerato anche se a volte la sua scoperta può essere amara.
Più che di sconforto questa consapevolezza dovrebbe essere fonte di speranza e di luce perché potrebbe essere causa di maggior comprensione e tolleranza, di maggior spontaneità e sincerità.
Un soggetto immaturo e complessato è certamente una persona incapace a costituire una autentica coniugalità responsabile, una vera personalizzazione coniugale – e la prova la si ha sempre esaminando ogni coppia in crisi -, ma è altrettanto certo che se i due partner si impegnano concretamente alla creazione della coniugalità, proprio con gli stessi mezzi operativi della coeducazione, possono riuscire sempre ad attuare contemporaneamente sia la loro maturazione che la loro personalizzazione coniugale. Se l’immaturità è dunque una difficoltà, un ostacolo alla coniugalità, non lo è però in modo decisivo ed insormontabile.
Fino a che il vissuto, l’immaturità psico-affettiva rimane inconscia senz’altro agirà allontanando ciascun partner l’uno dall’altro, in quanto crea incomprensioni a non finire e difficoltà alla loro unione, ma se viene invece percepita consapevolmente allora non può che indurre i soggetti a reagire.
La reazione che segue è certamente ambivalente, si può infatti arrivare alla definitiva rottura, per sentimenti di svalorizzazione totale di sé e dell’altro, ma si può anche arrivare, se esiste un minimo di volontà di bene, ad un maggior impegno di collaborazione e di aiuto reciproco per cercare di superare insieme ogni difficoltà emersa.
Ed è proprio in e per questo sforzo comune che si crea la maturazione e l’unione coniugale.
Si sa infatti che ciò che caratterizza la coniugalità è la volontà di ognuno di andare incontro all’altro il più profondamente e totalmente possibile nell’intento di aiutarlo a correggere e sviluppare tutte le sue qualità, la sua concreta personalità, arricchendo così, anche la propria.
Il dialogo coniugale
Il dialogo coniugale è uno strumento di coeducazione tra i più completi e i più efficaci perché nel suo insieme è un fattore complesso.
È infatti contemporaneamente un segno (signum) nel senso più forte e pregnante del termine ed è un atteggiamento interiore (res).
Queste due fondamentali componenti del dialogo sono riassunte nel suo stesso significato etimologico di « scambio ».
Il dialogo vuoi dire più precisamente « scambio di parole » ma non è certamente la parola che qualifica ed esaurisce tutto il contenuto del dialogo.
Si può infatti avere un autentico dialogo tra due persone, un dialogo coniugale, ad esempio, anche fatto esclusivamente di silenzio.
Quanti  silenzi  sono più eloquenti  di tante parole! In  verità  però   il   silenzio  è  eloquente  non  tanto   in quanto è assenza di parole, ma perché ne è l’eco. Il silenzio infatti riceve il suo valore sempre dalla parola a cui fa eco e di cui è una tonalità diversa o ne è il preludio.
Il silenzio si integra così sempre con la parola; le da la sua forma di realtà, o almeno la autentifica nella sua realtà (Alsteens).
Quel che però caratterizza il dialogo, ed in particolare il dialogo coniugale, non sono tanto le sue forme espressive, parole, silenzi o altro, ma il suo vero contenuto relazionale: lo scambio.
Al di sopra di tutte le forme, infinitamente svariate di dialogo c’è allora sempre « il dialogo » cioè « lo scambio interpersonale », l’atteggiamento interiore, fondamentale dell’essere umano che ha bisogno per realizzarsi di aprirsi continuamente all’altro per una comunicazione, per un va e vieni dall’uno all’altro, per uno scambio vitale e creatore di comunione.
Per questa rispondenza alle esigenze più profonde dell’essere umano il dialogo coniugale è molto di più di un semplice metodo pedagogico di coeducazione coniugale, anche se di fatto, per queste stesse ragioni, risulta essere il metodo, il mezzo più adeguato alla psicologia umana e quindi il più utile ed il più efficace alla personalizzazione coniugale.
Il dialogo coniugale esprime infatti e realizza, per questo suo atteggiamento fondamentale di comunicazione, di scambio e di comunione, un po’ tutte le condizioni della stessa coniugalità, della stessa realtà sponsale.
Il dialogo coniugale esige una comunicazione vera, profonda tra i due coniugi. Comunicazione dell’uno all’altro fatta a tutti i livelli, a livello della persona e della corporeità, a livello dello spirito, dell’intelligenza, del cuore, degli affetti, dei desideri, dei sentimenti, degli impulsi, dei sensi, ecc., ecc., insomma a livello di tutto ciò che costituisce la realtà concreta della loro vita a due.
La comunicazione si attua principalmente ed essenzialmente con una conversazione, uno scambio di parole.
Chi parla esce da sé, si rivela, si esprime, va incontro all’altro attraverso le parole che dice, le idee che comunica, i sentimenti che partecipa.
E l’altro gli viene incontro ponendosi in ascolto, ascolto attento, silenzioso, paziente, per accettare quelle stesse parole, quelle stesse idee, quegli stessi sentimenti.
II dialogo è destinato così, anzitutto, ad aiutare l’individuo ad esprimersi, a dare una voce ai suoi veri desideri, alle sue profonde attese, a dare uno sfogo alle sue reali capacità, poi a creare la comunione.
Se il tema ricorrente di queste conversazioni sarà la coniugalità, con tutti i suoi problemi concreti di vita coniugale e familiare, è facile prevedere come, attraverso la continua, reciproca rivelazione delle proprie esigenze di gioia, di sicurezza, di affetto, di tenerezza, la rivelazione delle proprie esperienze di vita positive e negative, passate e presenti, la conoscenza reciproca di sé e dell’altro, nella loro concreta realtà personale, non potrà non essere facilmente realizzabile.
Certamente questo parlare continuamente insieme e a fondo di tutto ciò che li tocca come persone, singolarmente, coniugalmente, questo riflettere insieme su tutte le loro cose, questo mettere in comune, confrontando lealmente i diversi modi di sentire, di reagire e di agire, reciproci, questo giudicare insieme tutto ciò che vivono e si propone alla loro vita, porterà i due, oltre che a una conoscenza, ad una sempre più profonda e reale comunione e unità coniugale.
Questa continua presenza all’altro, questa continua attenzione alle esigenze, ai bisogni, alle ansie, ai desideri, alle difficoltà, alle lotte dell’altro, con tutto il suo modo di reagire e di fare, imposta dal dialogo coniugale, non può non portare i due a condividere tutta la loro vita in un accoglimento reciproco, in una sempre più totale integrazione.
La conversazione, fondamento del dialogo, è vera ed autentica solo quando attraverso lo scambio delle parole si trasforma in uno scambio delle persone, in una relazione interpersonale, cioè in una reale « conversione » in uno dei due.
Il dialogo coniugale esige un atteggiamento di disponibilità e di accoglimento dell’altro, reciproco, e tale da mettere i due al servizio insomma della loro coniugalità.
Non si entra nel dialogo coniugale se non si accetta di essere rinviati a se stessi attraverso l’altro e soprattutto se non si accetta un certo cambiamento da operarsi nell’atteggiamento verso se stessi, verso l’altro e verso la loro vita comune.
Il dialogo coniugale è così, solo in questa prospettiva, il principale mezzo operativo della coniugalità perché è in definitiva promessa e desiderio di conoscenza reciproca, è dimostrazione concreta di benevolenza e di rispetto, è incontro e scambio per il reciproco progresso perfettivo, è soprattutto formazione della personalizzazione coniugale nella dimensione del Noi della coppia, attraverso il continuo adattamento dell’uno all’altro, senza però arrivare mai alla soppressione della realtà individuale, personale e singolare di ognuno dei due.

Lascia un Commento

Devi aver fatto il login per inviare un commento

Subscribe without commenting