La liturgia della parola

Nella nostra celebrazione eucaristica siamo arrivati al momento delle letture bibliche, del silenzio e dell’ascolto.
Ma gli sposi non vi giungono impreparati.
Sanno bene, per ripetute esperienze, quanto sia faticoso, frustrante e controproducente lasciare che la parola di Dio, e soprattutto di chi è incaricato di spiegarla con l’omelia, scorra sulla nostra pelle senza lasciare traccia, senza mordente, senza dare un senso a quel nostro essere lì, seduti e fermi ad ascoltare in silenzio.
Che cosa può far sì che l’ascolto educato e paziente, ma passivo, di questo momento liturgico si trasformi in adesione a un messaggio rivolto a noi, in lieto riconoscimento di quella parola che assume un significato tutto particolare se riferita alla nostra storia e alla nostra vita quotidiana?
I nostri sposi sanno che non si improvvisa niente, neanche l’ascolto.
Perciò il giorno prima lui, o lei, ha messo in bella vista sul tavolo il messale aperto alla pagina della domenica seguente, in modo che non passi inosservato.
Si può dargli un’occhiata di passaggio, si può essere stati fortunati e avere avuto il tempo di fermarsi un po’ a leggere i testi, si può essere stati così bravi da giungere a scambiarsi, la sera, o prima della Messa, le proprie idee sui contenuti, ma tutto questo non ha avuto il significato di una semplice riflessione su un testo stabilito, bensì di una ricerca mirata alla soluzione di quei problemi che più urgentemente si sono presentati.
Non ci sarà forse la risposta precisa e immediata, ma, per la coppia di buona volontà, ci saranno i suggerimenti, le direttive di fondo, gli stimoli per una direzione da prendere.
Perché la parola di Dio non è mai generica e puramente dottrinale, è rivolta a noi da Chi conosce i nostri bisogni, quelli quotidiani e quelli particolari di ogni momento.
Dio non parla a vuoto.
Diciamo la verità: quante prediche noiose, pesanti, inutili, sopportiamo per puro spirito di sacrificio, mentre i nostri pensieri vanno a ciò che in quel momento ci preme e ci tormenta!
Gli sposi hanno prima pregato , da soli o insieme, hanno chiesto aiuto e luce e ora l’aspettano dalle parole che risuonano nella chiesa, uscite dalle pagine del Vecchio e Nuovo Testamento e anche dall’omelia del sacerdote che, guarda caso, se ascoltate con una particolare attenzione e una sensibilità che permetta di trasferire le esortazioni più generiche ai problemi più personali, diventa inaspettatamente interessante.
“Che cosa vuoi avere inteso tu?” chiedeva scetticamente alla figlia il buon sarto manzoniano durante il pranzo che seguiva  la Messa e la predica del cardinale.
E’ quello che dovrebbero fare anche gli sposi che si siedono a tavola nella loro casa,dopo aver partecipato alla Messa.
E non importa, anzi meglio, se uno ha recepito una cosa e l’altro l’altra, perché si sa che ciascuno capisce quello che ha in mente.
Hanno ascoltato, hanno capito in modo diverso, ciascuno ha tratto le sue conclusioni.
E’ l’ora di riferirle, confrontarle, verificarle, tradurle insieme in una preghiera, in una sponsale “colletta” , che chiede allo Spirito Santo l’aiuto necessario promesso per risolvere i problemi che si  profilano più urgenti nella settimana che viene.

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