La glicine fiorita

Dalle piccole vetrate che interrompevano a sprazzi, come feritoie, gli spessi muri della severa chiesa romanica, i colori preziosi colavano lietamente sul grigiore della pietra, sospinti ed esaltati dai raggi di un bel sole amico.
Le era sempre piaciuto questo gioco di pennellate colorate che si spostavano a seconda delle ore e delle stagioni, percorrendo il perimetro interno della cupola e illuminando via via i rilievi e le figure che incontrava sul suo cammino.
Quel giorno però il sole sfolgorava in modo tutto speciale, forse perché era Pasqua, e l’ombra pesante della volta non riusciva a contenere e a vincere la sua forza di penetrazione.
Mano a mano che la luce cresceva sembrava che lo spessore della cupola si facesse più sottile, fino a diventare quasi trasparente e, a un certo punto, le colonne, i capitelli, gli archi della volta gentilmente si fecero da parte, per lasciar passare quella luce che non poteva più essere contenuta e invadeva tutto lo spazio risucchiandolo verso l’alto.
Lei, che se ne stava raccolta in un angolo nascosto della grande chiesa, rimase coinvolta in quella invasione luminosa e si sentì trascinare dall’onda del sole verso cieli aperti, senza confini.
“Le Christ est ressuscité !”
Disse lui, abbracciandola, appena la vide, con una pronuncia francese un po’ barbara, valorizzata appena dalla erre moscia che la caratterizzava.
“Il est vraiment ressuscité!”
Rispose subito lei, e parve loro di risentire le voci dei fratelli di Taizé, che così si scambiavano gli auguri di Pasqua.
Pioveva a dirotto, quel giorno, sulle verdi colline di Taizé, e loro ne erano rimasti inzuppati, ma questo non impediva che si sentisse circolare intorno la fresca gioia della risurrezione, ancora intrisa dell’immenso pianto dei giorni della passione.
Gioia e dolore sono così strettamente legati tra loro nella nostra vita!
Importante però è sapere che l’ultima parola è della gioia e, allora, si può concludere con l’alleluia.
“Alleluia! Alleluia!”
Ripeterono insieme, ma, chissà come, l’alleluia di lei sembrava molto più debole e scolorito di quello di lui.
Lui si fermò a guardarla più attentamente.
“Non mi sembri molto convinta del tuo alleluia, non pare proprio un grido di giubilo e di vittoria! Va tutto bene?”
“Sì”
Mentì lei in fretta.
Lui sorrise: “Non si deve mentire in paradiso, tanto non serve!”
“E’ vero”
Ammise lei a malincuore.
“Nonostante la festa non sempre il cuore è in festa. Anzi a volte è come smarrito mentre ti cerca al di fuori del tempo e dello spazio per condividere con te i momenti forti.
Non è facile coniugare il presente con il futuro, l’effimero con l’eterno, la morte con la vita!”
“Infatti, non siamo noi a doverlo fare: non ne saremmo comunque capaci.
C’è una tale sproporzione tra i nostri pensieri e i Suoi !
Non dobbiamo metterci al suo posto, solo dobbiamo pensare che a Lui niente è impossibile e
metterci in atteggiamento di attesa, avere “il coraggio dell’attesa” e stare pronti a stupirci delle cose grandi che ci aspettano. Guarda!”
E, così dicendo, le indicò un cespuglio legnoso davanti a sé i cui rami, desolatamente nudi, portavano diritti, verso il cielo, come una sfida, tanti piccoli pugnali rosati.
Ma, ad un tratto, tutta la pianticella fu come percorsa da un fremito sottile e avvolta da una pioggia di caldi raggi di sole.
Allora gli strettissimi boccioli dolcemente si ammorbidirono liberando i loro magnifici petali e trasformandosi in splendide stelle bianche.
“E’ la magnolia stellata!”
Esclamò, commossa, lei, che si intendeva di fiori.
“Vista così sembra un miracolo!”
“Tutto è un miracolo!” affermò lui “dobbiamo lasciarci convincere di questo e non finiremo mai di scoprirlo e di contemplarlo.
Invece, dopo i primi momenti di stupore che ci colgono da bambini, ci abituiamo a una realtà fatta sulla nostra misura e ci rifiutiamo di sperare al di là della nostra piccola ragione.
Eppure, le provocazioni dello Spirito non mancano: la faccia che devono aver fatto gli Apostoli quando hanno visto Gesù risorto, che credevano un fantasma, chiedere e mangiare davanti a loro una porzione di pesce arrostito! Dopo di che non hanno più avuto paura di niente e si sono lasciati torturare e ammazzare con la fiducia di ritrovarsi con Lui, come Lui , al banchetto celeste!
Anche tu devi avere fiducia nella vita comune che ci aspetta in cielo, che sarà più reale e felice di quella sperimentata sulla terra, che pure non era da disprezzare!
E’ bello pensare che ci è dato di diventare, in un certo senso, genitori di noi stessi.
Come nostro padre e nostra madre ci hanno dato alla luce sulla terra, così possiamo scegliere di rinascere dall’alto per entrare in un progetto che ci apre all’infinito, con la sua grazia e la nostra libertà.
Dobbiamo però vigilare e pregare per non cadere nella tentazione di addormentarci nel banale, privo di speranza.
Essere vigili! Ricordi quante esortazioni e quante parabole sulla vigilanza si trovano nel vangelo?”
Lei provò ad enumerarle:
“Dunque, vengono subito in mente le dodici vergini, di cui solo la metà erano sagge (ed anche un po’ egoiste!) e l’altra metà stolte, poi il portinaio che deve vegliare sulla casa del suo padrone e non sa quando questi ritornerà, poi il padrone di casa che non sa premunirsi dall’arrivo dei ladri…ma come si fa a mantenere nel tempo questa vigilanza e poi su che cosa si deve vigilare?”
“Non è facile” ammise lui “ma mi sembra che la risposta stia nelle parole stesse di Gesù che ci dice: “Vegliate e pregate!” Dunque la preghiera è lo strumento primo della vigilanza, è quella che tiene il cuore sveglio e pronto sia all’ascolto che all’ubbidienza. La preghiera è innanzi tutto presenza, presenza dell’uomo a Dio, che è poi una risposta alla precedente, fondamentale presenza di Dio all’uomo, in ogni momento.
“Dio guarda la terra e la fa sussultare” dice il salmo, può far sussultare anche noi, se non siamo troppo distratti e lontani.”
“Mi ricordo” disse lei “ di una discussione che avevamo avuto quando eravamo in FUCI con il nostro assistente.
Lui ci aveva chiesto a bruciapelo: “secondo voi qual è la grazia più grande?”
Silenzio, e timidi tentativi di risposta.
Io avevo detto: conoscere la propria vocazione (ero allora in crisi vocazionale), ma lui mi aveva fatto notare che non bastava per chi, come lui, aveva già fatto la sua scelta di vita.
Qualcuna aveva proposto: evitare il peccato mortale, una (la più pia) aveva detto persino: fare una buona morte!
Nessuno aveva detto: trovare un buon marito, ma forse lo avevano pensato.
Dopo un po’ di sospensione il don ci disse: “ La grazia più grande è quella del momento presente!”
E, pensandoci bene, credo proprio che sia vero.
Non si può rimandare continuamente la propria realizzazione a un domani, sia pure il domani eterno.
Prendere coscienza, qui e ora, del nostro bene che si riassume in Dio, è la migliore forma di preghiera e, nello stesso tempo, è la visione più realistica della nostra esistenza.”
“Qui e ora” ripetè lui lietamente “qui e ora noi siamo realmente insieme in Dio, sotto il suo sguardo, quindi siamo in paradiso qui e ora, dovunque ci troviamo, qualsiasi cosa ci succeda!”
“Allora dobbiamo essere sempre vestiti a festa!”
Osservò lei colpita da tale pensiero.
“Non possiamo lasciarci andare…eppure certe angosce, certi stati d’animo che rasentano la depressione e anche la disperazione sono lì, pronti ad assalirci alle spalle in ogni momento.”
“Ecco perché dobbiamo chiedere di non abbandonarci nella tentazione, ecco da che cosa ci dobbiamo guardare: da noi stessi, come fossimo il centro del mondo.
Dobbiamo uscire per la tangente e gettarci in Dio!”
“Qualcuno ci riesce?”
Domandò lei , dubbiosa.
“Certamente!”rispose lui “Non sempre e non perfettamente, ma i santi ci riescono, dunque anche noi.
Ci vuole tempo e perseveranza…e fiducia nella grazia di Dio!”
“Hai presente la pianta di glicine del nostro orto?”
Disse lei improvvisamente.
“Ti ricordi da quanto tempo aspettavamo che fiorisse?
Ogni anno speravamo di vedere i bei grappoli azzurri che ci piacevano tanto, ma invano.
Ormai avevamo deposto ogni speranza.
Qualcuno ci aveva persino detto che certe piante di glicine non fioriscono affatto e la nostra era una di quelle.
Ebbene, l’altro giorno, alzando gli occhi, ho avuto la sorpresa di scoprire tutto in tripudio azzurro di grappoli che si erano arrampicati, indisturbati, sugli alberi vicini e vi si erano distesi drappeggiandone bellamente i rami.”
“Ho visto” disse lui compiaciuto “vuol dire che c’è sempre speranza !
Anche noi siamo fatti per fiorire, quando dove e come non lo sappiamo ancora, ma la nostra fioritura ci sarà, abbondante e felice come non avremmo mai immaginato!”

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