La fedeltà del dono

Battezzate in virtù del sacramento nella morte e nella resurrezione di Cristo, le nozze varcano la morte che tuttavia non le cancella. Esse sono irrevocabili. Operatrici di eternità, raggiungono il loro esaudimento totale nell’eternità. Il consenso che le fonda trova là il loro esito supremo.

Non ci si sposa per un tempo, fosse pure quello di un’intera storia terrestre completata la quale gli abiti nuziali non servirebbero più e sarebbero confinati al guardaroba. Come tutte le nostre opere, le nostre nozze ci seguono.

“Con chi si sarà sposati, se si sono avute legittimamente diverse spose successive?”: così chiedono nel vangelo i sadducei che non credono nella resurrezione. Gesù risponde che non ci sarà più matrimonio in ciclo e che coloro che sono stati sposati vivranno come angeli (cf. Mt 22,23-33).

Si può pensare che scomparirà il matrimonio nato sotto il regime del peccato, legato alla concupiscenza e votato alla riproduzione. Ma come immaginare che Adamo ed Eva siano stati creati uomo e donna con un fine diverso da quello del restare uniti per l’eternità? La pasqua del Signore fa appunto ritrovare alle nozze il regime inizialmente previsto e finalmente realizzato.

La coppia primordiale non era una coppia di angeli. Ci si è spesso preoccupati del sesso degli angeli, attraverso i secoli. Le Scritture non ne parlano mai. In tutta la scala delle creature d’altronde gli angeli non sono i soli a essere asessuati. Non si vede perché gli uomini dovrebbero alla fine dei tempi diventare simili a loro.

“Il mistero delle nozze è grande”, dice l’Apostolo (Ef 5,32). Forse ci si può entrare maggiormente paragonando la fedeltà nell’amore coniugale con la fedeltà nell’amore per Dio. Ogni fedeltà è gelosa, esclusiva nel proprio ambito. Tuttavia esse sono fra loro compatibili. Non si smette di amare Dio quando si ama il proprio coniuge. Gli sposi non sono infedeli l’uno all’altro quando amano il Signore. Più in generale, secondo il vangelo l’amore di Dio e l’amore del prossimo sono un tutt’uno.

Il prossimo è indubbiamente multiplo, e le relazioni che noi stabiliamo con esso differiscono fra loro. A diverse situazioni, amori diversi. Ma lo stesso amore unisce a Dio e alle diverse persone che ci sono prossime. Questo amore non potrebbe forse unire le coppie successive fra di loro come le unisce a Dio? La mia preferenza va tuttavia al matrimonio unico, quando è autentico e non si presenta come un semplice impegno fattuale o peggio ancora come un errore. Faccio fatica a credere che sia possibile fra un uomo e una donna un dono assoluto il cui destinatario muti nel tempo e in cui le coppie successive si addizionano nell’eternità.

Non concepisco un politeismo nell’unione coniugale, anche se il frazionamento e la rottura di cui soffre il corso del tempo suggeriscono una possibile pluralità degli impegni nuziali. L’unione di Cristo e della sua chiesa, proposta come esempio, non mi sembra ammettere altro che l’irrevocabile unicità del dono.

Al di là dei più oscuri rischi dell’esistenza, quale gioia perfetta procurano agli sposi queste prospettive di alleanza eterna! Questa sorta di gemellaggio indissolubile generato dall’erotismo umano, troppo umano, corrotto dal peccato ma sanato dal sacramento, è una delle glorie più alte del regno di Dio.

Gemellaggio perché si tratta di un rapporto ancora più intimo della normale fraternità carnale. Da intendere non come un’identità duplicata in cui ogni sposo è un doppio dell’altro, ma come una similitudine plurale in cui i due si raggiungono in una figura comune.

Le nozze creano una sola carne senza diminuire l’alterità delle persone. Mentre la normale fraternità attesta una somiglianza di partenza, lo sposalizio ne testimonia una di arrivo. E il risultato di una scelta e si costruisce. Tesse una prossimità simile a nessun’altra che arriva fin dove la fraternità non arriva.

La vita degli sposi nel Regno a venire sarà il compimento assoluto, sempre nuovo e sempre maturo, del loro voto iniziale di creare insieme qualcosa che li superi e che esprima la fecondità di Dio in essi e attraverso di essi. Dopo l’esultanza, la sofferenza e la morte vissute quaggiù perché da essi esca un’opera salutare, non smetteranno più di nutrirla in ciclo e di riferirne la gloria allo Spirito in una lode che rallegrerà l’universo riconciliato.

 

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