La “Cascinazza”

Qualcuno aveva parlato loro di una certa cascina, sperduta in mezzo alla campagna, non lontana dalla loro città, dove da poco aveva preso dimora una comunità di monaci .
Subito era nato il desiderio di conoscerla perché, a quanto si diceva, si trattava di un esperimento valido e promettente, inserito modernamente nell’antica tradizione benedettina, in un bel contesto di povertà.
Così, una domenica mattina, invece di occuparsi delle solite attività festive della famiglia, si trovarono a percorrere in macchina una strada insolita, verso un luogo che non conoscevano.
Le indicazioni ricevute erano state piuttosto vaghe; la campagna, piatta e tranquilla intorno a loro, sembrava voler celare fino all’ultimo il suo segreto, ma, alla fine, quando già disperavano di arrivare, ecco comparire qualche sobrio cartello indicatore seguendo il quale, attraverso  uniformi campi di grano e rari boschetti di robinie, si trovarono davanti a un  vecchio cancello con una scritta che invitava perentoriamente al silenzio.
Era certamente qui la loro meta.
Dietro al cancello semiaperto c’era quella che poteva essere stata un tempo un’aia, poi un ampio cortile e la cascina, grande, ma senza alcuna pretesa di eleganza architettonica, una “cascinazza”, appunto, come era stata denominata.
L’ambiente si presentava subito, però, con un suo stile monacale, cioè di essenzialità religiosa, anche se non aveva niente a che vedere  con quello dei monasteri tradizionali.
L’animo ne era attratto, forse predisposto a coglierlo da quel lungo precedente girovagare, e quasi smarrirsi, per arrivarci.
Forse il segreto di quella atmosfera ascetica era proprio nella rinuncia a tutto quello che poteva apparire come esteriormente ricercato e decorativo.
Eppure la bellezza c’era: per quel grande albero che si allargava nel mezzo del cortile, o per la glicine contorta che si disegnava sullo sfondo di un muro bianco di calcina, o per la piccola porta di legno scuro che faceva da ingresso alla cappella e invitava ancora, autorevolmente, al silenzio.
Anche all’interno tutto era a livello di chiara essenzialità.
Nella chiesa, una stanza dalle pareti bianche e nude, i monaci, tutti giovani ad eccezione del vecchio abate, si muovevano con semplicità silenziosa, prendendo posto ordinatamente su due lunghe cassapanche ai lati dell’altare dopo averne estratto dei grossi libri di canti e di preghiere.
Salmodiavano sommessamente, con un bel gregoriano che ricordava quello di Solesmes.
La cappella non riusciva mai a contenere tutte le persone che arrivavano per assistere alle celebrazioni liturgiche, tanto che, aperte le porte laterali, veniva invaso anche il piccolo convento adiacente.
Lui e lei, trovato un angolo libero, seguivano tutto con attenta partecipazione.
Il contrasto tra quell’ambiente e quello della città, delle case, delle chiese, dei rumori da cui provenivano era fin troppo evidente, ma non bastava costatarlo.
C’era forse un modo per ritrovare un’armonia perduta, per vivere in modo non schizofrenico la realtà quotidiana e quella desiderata profondamente dal cuore?
Questi erano gli interrogativi di fondo che spinsero i due, più di una volta, a quella specie di pellegrinaggio domenicale alla “cascinazza”.
Poi lui intervistò con la sua solita schiettezza e curiosità un monaco, disponibile alle loro domande.
Visitarono insieme l’orto, la stalla, la cascina vera e propria, con gli attrezzi per lavorare i campi.
Dove era il segreto di quella pace ordinata che si sentiva nell’aria, che attirava tanta gente dalla città vicina, e come si poteva esportarlo?
Per scoprirlo controllarono attentamente gli orari della giornata dei monaci: intensa, con un alternarsi regolare delle attività di lavoro, preghiera e riposo, e fecero subito qualche calcolo per vedere se poteva corrispondere in qualche modo alla loro.
Era abbastanza improbabile.
“Ma non è impossibile” disse lei cocciuta “Non hai sempre detto che una divisione ottimale del tempo è quella delle otto ore?  Otto di lavoro, otto di preghiera e otto di riposo. Detto così sembra che non si possa applicare a una vita impegnata come la nostra, ma si può tentare se facciamo slittare le ore una sull’altra, se, per esempio, uniamo la preghiera al lavoro e al riposo…”
Si misero a tavolino e provarono a stendere una loro regola.
Era naturalmente basata sul principio della flessibilità ed era perfino divertente, come un rompicapo, come una partita a scacchi.
Se spostavi un pezzo quello finiva per mangiarsi gli altri intorno e l’ordine generale ne risultava sconvolto.
“Così restiamo in allenamento” diceva lui “ed evitiamo uno dei pericoli più comuni della vita religiosa: quello di adagiarsi in regole che diventino, oltre che un sostegno anche una gabbia.”
Quante regole stesero i due nel loro cammino?
Molte, certamente, perché restavano convinti che di una regola non si potesse fare a meno per godere di un minimo di ordine e di equilibrio, ma nessuna definitiva, perché sapevano bene che questo equilibrio era sempre destinato a rompersi per aprirsi a situazioni nuove, che richiedevano soluzioni nuove.
E il loro gioco non era mai finito…

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