La casa

Era tempo di ritornare.

Lei si alzò per prima e fece il gesto di lanciare nell’acqua il ramoscello che aveva usato per tracciare il cerchio magico sulla sabbia intorno a loro, ma lui le fermò la mano.
“Aspetta! Questo rametto è importante, conserviamolo!  Tutte le volte che vorremo entrare nel nostro cerchio magico ci introdurrà nella stessa atmosfera di oggi, sarà la chiave del nostro mondo, quello che oggi abbiamo visto e non vogliamo dimenticare.  E ora” disse alzandosi “andiamo a cercare la nostra casa!”
Cercare casa: non era per niente facile, con i pochi mezzi e le tante idee che avevano in testa, ma era anche una avventura.
Così incominciarono a guardare le case e le strade della loro città con un interesse nuovo, come se si nascondesse lì, da qualche parte quella meraviglia che si erano proposti di trovare.
Esclusi i grandi palazzi moderni, troppo freddi e troppo costosi, escluse anche le graziose villette di periferia, per un concetto quasi medioevale di città, intesa come luogo circoscritto di scambi culturali, religiosi e affettivi, rimanevano le vecchie case del centro, quelle di mattoni e di pietra, che rivelavano più o meno dignitosamente la loro età e aprivano i loro portoni alla curiosa ispezione dei due.
La loro esplorazione si limitava per lo più a quegli ingressi che erano più accessibili, non avevano cioè ostacoli costituiti da citofoni o da portinaie occhialute e diffidenti.
Li attiravano i vecchi cancelli di ferro battuto che con i loro arabeschi disegnavano cortili silenziosi, i più ricchi con tanto di colonne e qualche tentativo di verde sullo sfondo che faceva pensare a un giardino.
Poi, se erano fortunati e riuscivano a raggiungerle, c’erano le scalinate; si divertivano a salirne i gradini di pietra un po’ consumati, si fermavano sui ballatoi a guardare dalle balconate, in silenzio, per non disturbare nessuno, salvo qualche gatto curioso che era lì prima di loro.
E se c’era anche qualche ciuffo di glicine, qualche drappo di edera sui muri o un residuo di dignitose sculture, correvano sguardi di intesa.
Sì, così potrebbe andar bene! Chissà!
Non pensavano seriamente di poterle abitare, lei era e voleva essere povera, ma di una povertà un po’ particolare, che si lasciava incantare dalla bellezza di certe architetture caratteristiche della sua città.
Lui, più pratico, si informava, chiedeva…le risposte però erano sempre deludenti.
Non importa: loro, virtualmente, avevano già vissuto nelle case più belle della città, le avevano abitate e godute e, per qualche istante, le avevano fatte proprie.
Quante volte, più tardi, passando davanti a quelle magnifiche case che non erano state le loro, dicevano guardandole: “Ti ricordi?”
Ma senza rimpianti, sì, perché poi la casa la trovarono, grande, bella, antica e… disastrata.
L’ affitto era modesto, proprio perché il padrone pensava di doverla presto ristrutturare per farne un uso personale, ma loro non lo sapevano e trovavano quella sistemazione semplicemente splendida.
Non c’era lo scalone di rappresentanza, perché l’appartamento occupava un’ala da tempo trascurata di un prestigioso edificio ottocentesco, ma l’atmosfera era quella giusta.
Le stanze erano tante, costruite senza economia di spazio, con soffitti alti e finestre importanti, una delle quali a forma di bifora!
Che cosa ne avrebbero fatto?
Per prima cosa comprarono delle sedie e le sparsero un po’ dappertutto.
Una stanza era occupata solo da quelle, giustamente, perché doveva servire da anticamera allo studio medico di lui.
Nello studio altre sedie, una scrivania di seconda mano, verniciata di bianco e un lettino di ferro su cui sarebbero nati tutti i loro figli.
E due…
Per le altre stanze, mettendoci l’essenziale, rimaneva tanto spazio per muoversi e vivere l’immaginario.
Una camera sarebbe rimasta naturalmente a disposizione per i bambini ( ce ne stavano almeno una mezza dozzina), un’altra poteva trasformarsi in biblioteca, una in camera da letto, una specie di sottoscala in cucina e la stanza grande in soggiorno.
E poi rimaneva la camera più bella, quella con le pareti rivestite da una vecchissima tappezzeria dorata.
Venne subito arredata con un Crocifisso e un inginocchiatoio: quella era chiaramente una cappella!
L’utopia si era trasformata improvvisamente in realtà, troppo bella per essere vera, ma, nella loro ingenua fiducia, trovarono la cosa abbastanza naturale.
La bacchetta magica aveva funzionato!

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