Imparare a vivere il cambiamento

Imparare a vivere il cambiamento
(estratto dal libro “Ecco faccio nuove tutte le cose”)

Un altro tema che segna in modo particolare il periodo di vita famigliare di cui ci stiamo occupando è il cambiamento. È arrivato un nuovo bambino, gli equilibri famigliari mutano, le relazioni tra i coniugi, che ora sono diventati anche genitori, sono diverse. I cambiamenti da un lato ci attirano, perché ciò che resta sempre così com’è è percepito come sterile, ma, al tempo stesso, ci inquietano perché ci costringono a ridefinire il nostro modo di relazionarci all’altro. Questo tema è molto presente nelle Scritture, basti pensare che la prima parola che Gesù rivolge ai destinatari del suo messaggio è proprio “cambiate”.Nel Vangelo di Marco troviamo, infatti, l’espressione «convertitevi e credete al vangelo» (Me 1,15), che significa in primo luogo “cambiate mentalità” (metanoeite), cambiate modo di vedere le cose, per potervi affidare alla luce della buona notizia. Senza questo cambiamento di mentalità, anche il Vangelo rischia di essere assimilato al già noto, al nostro modo di intenderlo, un po’ come abbiamo visto fare ad Abramo e Sara con le promesse di Dio. E ciò impedisce alla forza del Vangelo di dispiegare tutta la sua carica di novità. Per questo partendo dalla situazione famigliare che più provoca al cambiamento, come l’arrivo di un bambino piccolo, cerchiamo di vedere come nella bibbia viene affrontato questo importante tema.

Un cambiamento incompiuto: Gesù e il tale ricco (Me 10,17-22)
La provocazione di un nuovo nato spinge di per sé al cambiamento. Detto in altri termini significa modificare la propria visione della vita per ‘far posto’ all’altro. Cambiare non è però un processo automatico. Il cambiamento e le nuove consapevolezze le acquisiamo, quando siamo pronti ad acquisirli, in quanto è messo in discussione tutto il proprio orizzonte di riferimento.
Per questo ci sono dei cambiamenti che in realtà sono solo apparenti, strategici, in quanto non toccano il sistema complessivo delle relazioni e altri che sono invece sostanziali, in quanto comportano una ridefinizione complessiva del quadro e del modo di vivere le relazioni.
II tipo di cambiamento che il Signore ci propone è sempre del secondo tipo, è un cambiamento radicale, perché radicale vuole essere la buona notizia entro cui ci vuole introdurre. Vediamo le due modalità che abbiamo descritto attraverso alcuni esempi biblici. Un primo esempio lo troviamo nell’episodio dell’incontro di Gesù con un tale, (Matteo parla di “giovane”) ricco.

Me 10,[17]Mentre usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: “Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?”. [18]Gesù gli disse: “Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. [19JTu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre”.
[20]Egli allora gli disse: “Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza”. [21]Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: “Una cosa sola ti manca: va, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in ciclo; poi vieni e seguimi”. [22]Ma egli, rattristatesi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni.

Marco non connota precisamente chi è il personaggio  che va • incontro a Gesù proprio per suggerirci che può essere ciascuno di noi. Questi è uno che si interroga: è una persona che si percepisce disposta a cambiare, cioè ad introdurre quello che a lui sembra l’ultimo tassello mancante nel suo orizzonte.
In termini relazionali, il suo approccio con Gesù è di tipo ‘fusionale’: gli corre incontro, si getta ai suoi piedi e lo chiama «maestro buono», ma Gesù risponde aumentando il distacco, gli dice, infatti, che «solo uno è buono», di «osservare i comandamenti», e soprattutto di «vendere i suoi beni», ovvero gli propone non tanto di aggiungere il tassello mancante, ma di cambiare radicalmente sistema di riferimento, di passare cioè da una vita buona nella gestione dei beni ereditati alla sequela radicale della sua persona. Il messaggio di Gesù quindi disconferma il sistema di riferimento del giovane ricco.
Appena gli propone un vero cambiamento quest’uomo gli risponde no. È, infatti, una persona disposta a dei cambiamenti che però confermino il vecchio equilibrio, mentre Gesù allarga la prospettiva e gli propone un cambiamento radicale. La difficoltà di questo tale consiste proprio in questo: lasciare che tutta la sua vita sia modificata dall’incontro con Gesù.
Non a caso, nel presentargli i comandamenti viene invertito l’ordine tradizionale proprio in relazione al comandamento che riguarda i genitori, come per sottolineare che in quello c’è un problema. Gesù sembra suggerire il fatto che, in questo ‘tale’, c’è ancora confusione tra la bontà degli insegnamenti ricevuti in casa, la bontà che ora vede in Gesù e la ricerca della vita eterna, ovvero la ricerca della bontà che non si consuma.
Per fare chiarezza e poter così mettere ogni elemento al suo posto, per dare cioè ad ogni elemento il suo giusto peso, Gesù lo invita a considerare che «solo Dio è buono» (Me 10,18), recuperando così il primo comandamento omesso nella citazione evangelica del decalogo, che lui lo ama dello stesso amore del Padre celeste (Me 10,21) e che per scoprire e vivere tutto questo egli, come Abramo e prima ancora come Adamo (Gen 2,24), deve lasciare i suoi beni, ricevuti dalla famiglia, la casa di suo padre e seguirlo (Me 10,21). Solo così scoprirà che le sue origini, i genitori, non sono l’origine e che solo accogliendo l’origine si possono vedere e collocare nella giusta prospettiva tutti coloro che sono stati mediatori della vita divina, ma che non si identificano con essa.
Altrimenti si proietterà inevitabilmente su Dio gli aspetti positivi e negativi dei genitori terreni, incorrendo nell’equivoco di imbrigliare Dio entro le strette maglie della propria esperienza.

DOMANDE  PER LA COPPIA
Alla luce del brano letto:
• Quali sono i miei propositi di cambiamento?
• Sono dei piccoli cambiamenti funzionali o sono dei cambiamenti radicali?
• In che misura i cambiamenti non riusciti sono legati alle mie abitudini famigliari, al contesto in cui sono cresciuto?
• Come percepisco lo sguardo benevolente di Gesù che invita al cambiamento?


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