Il piacere sessuale è “un” valore non “il” valore

Il piacere sessuale è “un” valore non “il” valore
(estratto dal quaderno “Il piacere sessuale Natura e significato umano”)

E’ una esperienza talmente forte ed appagante quella del piacere che la tentazione più immediata è quella di assolutizzarlo, di considerarlo come fine, come scopo primario, unico dell’agire.
Ma l’esperienza quotidiana mostra inesorabilmente che il piacere non può mai essere preso come un valore intenzionale, cioè non è proprio mai da ricercare come fine primo ed immediato dell’agire, perché quanto più si cerca il piacere tanto meno lo si ottiene.
Il piacere appare solo e sempre come conseguenza, come effetto di un agire che ha ben altro scopo che quello del godere.
Se l’esperienza sessuale è sempre di un godimento lo è però sempre quale compimento, quale appagamento di un desiderio, di una tensione, di una intenzionalità ben precisa, anche se molto spesso inconscia, che risulta essere la causa vera dell’agire.
Il piacere è, quindi, sempre un fenomeno secondario, conseguente al raggiungimento di una meta che non può essere quella del piacere stesso.
Di per sé il piacere non esiste in quanto lo si ha solo come esperienza di godimento di un qualcosa d’altro che sta a monte.
Il piacere si oggettiva e si qualifica, così, solo e sempre in base a questo qualcosa d’altro che costituisce lo scopo vero e primo dell’agire, quindi, la vera causa del piacere.
Nel caso del piacere sessuale, come abbiamo ampiamente mostrato nelle pagine precedenti, il fine più vero, più autentico, quello che dovrebbe sempre muovere e determinare l’agire sessuale è essenzialmente il bisogno, la tensione, il desiderio di raggiungere la pienezza dell’essere personale; ed il piacere lo si avrebbe, così, solo in conseguenza della percezione dell’esaudimento di quella meta che è intrinseca all’ordine di natura della sessualità.
Il piacere sessuale vero è, infatti, nient’altro che l’esultanza ineffabile di questa pienezza di essere, intravista e compiuta con il rapporto sessuale.
Per questo stato di cose il piacere sessuale, come ogni altra forma di piacere, essendo solamente uno stato coscienziale di appagamento, trova la sua qualificazione etica di bene dal valore posto in causa dall’intenzionalità operativa che l’ha indirttamente determinato.
Poiché sul piano esistenziale l’agire sessuale — a causa del disordine originario che ha sconvolto i rapporti umani – può essere dettato anche da altri scopi, diversi da quello da noi descritto della ricerca di integrazione e di compimento di sé, il piacere che ne consegue non troverà la stessa profondità, intensità e soprattutto la stessa valenza o qualificazione morale.
Se ad esempio il rapporto sessuale è ricercato ed attuato come modalità di egoistica affermazione di sé, di gioco, di scarica erotica, di competizione, di aggressività, di dominio, di violenza, di potere, ecc., va da sé che si avrà sempre un piacere quando lo scopo è raggiunto, ma è più che evidente che questo sarà diversificato, almeno sul piano della qualificazione morale, rispetto al vero piacere sessuale, in base alle diverse intenzionalità operative.
Il problema etico-valoriale del piacere si pone così esclusivamente a livello della verità ed autenticità del movente interiore dell’agire, che nel caso specifico è dell’agire sessuale.
Se il piacere fosse, invece, in sé «il» valore, tutto ciò che è in grado di produrre piacere dovrebbe automaticamente essere ritenuto un bene; alla stessa stregua tutto ciò che provoca più piacere dovrebbe essere giudicato un bene di valore più grande.
In verità il piacere è solamente «un» valore, condizionato e proporzionato alla bontà dell’agire che l’ha causato.
Ciò vale anche e soprattutto per il piacere sessuale. Questo è infatti un valore essenzialmente correlato alla qualità del legame sessuale interpersonale che lo ha provocato.
Quando il rapporto sessuale non fosse in ordine all’integrazione della maschilità e della femminilità al fine di conseguire il compimento e la pienezza dell’essere umano, ogni forma di piacere che da esso possa scaturire non potrebbe essere valutato come un bene, un valore autentico.
Solamente, quando si voglia intenzionalmente raggiungere quella profondità del legame interpersonale che l’agire sessuale, secondo l’ordine della natura sua propria, prospetta ed effre, si può parlare di bontà dell’esperienza edenica.
Poiché è la qualità della relazione che garantisce inequivocabilmente la bontà ed il valore del piacere, si potrebbe anche dire che è vero piacere sessuale solo quello che scaturisce da un rapporto che porta alla vera e piena realizzazione di sé tramite la comunione amorosa con l’altro a noi legato come partner.
In questo caso e solo in esso si tratta di un vero piacere e di un massimo valore, perché si ha
l’appagamento di tutto l’essere umano.
Il vero piacere sessuale da, infatti, sempre sul piano fisico un senso cenestetico di indicibile benessere; sul piano psico-affettivo, una completa soddisfazione di ogni aspirazione e desiderio più recondito di compimento di sé; sul piano spirituale, la possibilità di una ineffabile esperienza dell’infinito e del divino.
Il piacere sessuale è da considerare, dunque, un valore quando è quel tocco finale che, come dice lo stesso s. Tommaso, «addit ad bonitatem actionis» (I-II ae,q.24,a.3), cioè accresce e compie, perfezione la bontà dell’atto.

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