I due piloni che sostengono il ponte dell’amore

Il pilone dell’eros

Cerchiamo di mostrare la nostra tesi: l’eros, da solo, mi dice che l’altro è bene per me, l’altro è la fonte del mio piacere, dell’esaltazione del mio godimento, dell’ebbrezza prodotta dalla perdita dei miei confini, del ritrovarmi totalmente in lui, della vittoria sulla mia solitudine e del sentirmi uno con lui. L’altro è carne per me. «Cosa sto insieme a lui a fare, se non mi fa felice?», diceva coerentemente una giovane moglie che aveva delegato all’ebbrezza dell’eros la sua ragione per vivere con l’altro. L’eros in questo senso ha una dignità altissima (e non è certo confondibile con l’erotismo, la sex addiction, la perversa strumentalizzazione dell’altro): mi dice che la vita ha un aspetto di piacere-gioia-forza vitale-pulsione-felicità; mi dice che è possibile non sentirsi soli, tristi e deprivati; mi porta a sperare e sperimentare un bene per me. Naturalmente l’eros così vissuto incontra il piacere dell’altro, esige che anche l’altro goda, perché proprio il godimento dell’altro è la prova della mia capacità di amare e di godere.

Le spinte imperialistiche dell’eros

Ma proprio qui la coppia trova il passaggio segreto all’agape, come volto dell’eros pienamente realizzato per l’altro. Noi coppie conosciamo bene gli inganni che ci autotendiamo quando ciascuno concepisce l’eros per sé; sul piano dell’eros si incontrano inevitabilmente spinte… imperialistiche, anche in buona fede; ad esempio, quando due affermano di essere così uniti che quello che piace all’uno piace simultaneamente anche all’altro. Ma quanto più esplode l’eros, tanto più uno dei due è portato dalla spinta del godimento a percepire il proprio piacere come piacere dell’altro… fino a non avere nemmeno l’umiltà di chiederglielo. «Come? – mi diceva allibito un giovane marito – devo chiedere a mia moglie: “Posso” nei gesti dell’intimità? Ma se è mia moglie! E poi abbiamo sempre fatto benissimo l’amore, ambedue soddisfatti». Peccato che la giovane moglie, dopo il parto, avesse modificazioni e paure che da sola non era in grado né aveva il coraggio di consegnargli.

È qui il punto: o questa coppia trova il passaggio segreto nell’agàpe oppure inevitabilmente ciascuno si isolerà, negli infiniti modi che la delusione induce.

 

Il passaggio segreto

Il passaggio segreto è propriamente questo: mi interessa il piacere dell’altro più che il mio proprio piacere; e questo non per masochismo e/o rassegnazione poiché grazie all’agape – l’autentico amore per l’altro indipendentemente da me – mi concedo la sicurezza (che talora è semplicemente, per lo meno all’inizio, una sorta di scommessa il cui esito è incerto) che è proprio l’appagamento dell’altro che porterà gioia e piacere a me. È qui il segreto del non fallimento di coppia; ed è una cifra che conosciamo bene: «Chi perde la sua vita, la troverà».

Il pilone dell’agape

L’agape, cioè, rinsalda l’eros, gli permette di non implodere nelle acque morte dell’esclusivo riferimento a sé. La certezza che il mio proprio piacere e la mia propria gioia saranno l’esito non calcolato e non preteso della mia dedizione all’altro, rende umano e duraturo proprio quell’eros che altrimenti sarebbe autocentrato e porterebbe al proprio naufragio, renderebbe cioè impossibile proprio ciò che sta bramando e cercando. D’altro canto l’agape che non sia riempita, incarnata dall’eros – ci riferiamo sempre all’esperienza di coppia – prima o poi tradisce la coniugalità. Abbiamo visto tutti coppie che – pur continuando a condurre insieme la loro stanca vita – non sanno più toccarsi, prendersi per mano, gustare i gesti dell’intimità che, ovviamente, hanno i loro tempi e la loro evoluzione. Si vogliono bene, sì, si servono reciprocamente, l’uno magari difende l’altro se qualcuno lo attacca, ma si dimenticano di guardarsi negli occhi, di farsi sorprese, di inventare nuovi gesti; non si può nemmeno dire che sono fratello e sorella (quando Tobia nella notte d’amore chiama sorella Sara non è perché è spento l’eros, anzi! Ma perché da voce alla storia che essi d’ora in poi vivranno insieme), piuttosto sono due compiacenti colleghi che hanno imparato a rispettarsi: ma l’agape, in totale assenza dell’eros, è diventata vuota, disincarnata, spenta.

 

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