Frammenti_cap7

Capitolo VII


Pietà di me, o Signore, pietà,
perché in Te mi rifugio,
e all’ombra delle tue ali mi ricovero,
sinché passi la burrasca.
Invoco l’Altissimo Iddio,
quel Dio, che mi benefica.
sal.  56, 2-3
Ai miei detti porgi l’orecchio,
o Signore intendi il mio gemito.
Ascolta il grido della mia supplica,
mio re e mio Dio;
poiché a te mi raccomando, o Signore.
Di mattino udirai la mia voce,
di mattino mi presento a Te e sto in attesa.
Non un Dio favorevole all’iniquità sei Tu.
sal. 5, 2-5
Porgi orecchio, o Dio, alla mia preghiera,
e non ti ritrarre dalla mia supplica.
Dammi ascolto e rispondimi,
Me  ne  vo attorno  gemendo.
sal. 54, 2-3


Se può essere facile comprendere come la malattia sia conseguenza del peccato originale, specialmente quando ci si trova di fronte ad una vittima innocente, non è altrettanto facile, però, capire come essa non sia punizione o castigo di Dio.
Al riguardo si dovranno considerare attentamente i molti aspetti del fenomeno dolore umano che sono toccati in queste pagine.
Il punto di partenza può essere questo: Dio ha creato l’uomo intelligente e libero. E ciò che una volta ha dato, non lo rimuoverà più, infatti «i doni e l’appello di Dio sono senza pentimento» (Rom. 11, 29). Così Dio non violenterà mai la libertà di cui ha dotato la sua creatura.
Il castigo di Dio consisterebbe dunque solo in questo: egli ha rispettato fino in fondo la libera scelta che l’uomo ha fatto peccando.
Così noi chiamiamo castigo di Dio la disgrazia, la malattia e la morte, ma ciò è improprio perché queste sono in realtà conseguenze del peccato originale che liberamente Adamo ha voluto, e inoltre sono sempre sproporzionate rispetto alla gravita del peccato. Se Dio avesse voluto punire «con un soffio (i peccatori) potevano soccombere perseguitati dalla tua giustizia, e dispersi dal soffio della tua potenza» (Sap. 11, 21), ma la severità di Dio in questo caso è una forma di misericordia, «Tu hai misericordia di tutti perché tutto puoi, tu chiudi gli occhi sui peccati degli uomini per dar tempo di pentirsi» (Sap. 11, 21). Per questo tu castighi i traviati a poco per volta, li riprendi dai loro falli e li ammonisci, affinché, messa da parte la malizia, credano in Te, o Signore. (Sap. 12, 2).
Quello che può sembrare così un castigo assume il valore di una amorosa correzione, di una disciplina che tende a far espiare gli sbagli, a far divenire migliori ed avere diritto alla ricompensa eterna.
È il trionfo della misericordia, che senza sacrificare la giustizia, conduce l’uomo al pentimento per introdurlo in quel mondo d’amore che, peccando, ha rifiutato. Le nostre miserie sono così un richiamo continuo dell’amore eterno di Dio. La sua misericordia, attraverso l’esperienza del dolore, attende solo che il nostro cuore si allontani dal male per rivolgersi di nuovo a Lui. Questo ritorno è ancora un dono di Dio. Egli stringerà allora una nuova intimità e questa sarà più bella della prima.
«Non disdegnare, figlio mio, la correzione di Dio, e non prender male i suoi castighi, perché Dio corregge colui che ama, come un padre il figlio suo diletto». (Prov. 3, 11-12).

«Tu mi hai corretto, io ho subito la correzione come un giovenco non ancora domato. Fammi ritornare, che io ritorni, perché Tu sei il Signore mio Dio».
(Ger. 31,  18)


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