Frammenti_cap6

Capitolo VI


Anche ora le mie parole son piene di amarezza;
e la mano che mi piaga è più grave dei miei gemiti.
Oh, sapessi come trovarlo, come giungere fino al suo trono!
Esporrei dinanzi a lui la mia causa ed avrei piena di querela la mia bocca.
giob. 23, 2-4
Sono  sfinito  e  fiaccato  oltremodo;
mando ruggiti per i fremiti del mio cuore.
sal. 37, 9
Non ha parte intatta la mia carne per il tuo furore,
niun benessere le mie ossa per i miei peccati;
perché le mie colpe sorpassano la mia testa,
e qual grave peso mi schiacciano.
Puzza e marcia danno le mie piaghe a causa della mia follia.
Vo curvo e accasciato oltremodo; tutto il dì vo attorno in lutto,
perché i miei fianchi sono tutti ammorbati
e non c’è parte intatta nella mia carne.
sal. 37, 4-8
Dal fondo io t’invoco, o Signore;
Signor mio, ascolta la mia voce.
Siano attenti i tuoi orecchi al suono delle mie suppliche.
Se delle colpe tieni conto, o Signore,
Signor mio, chi potrà sostenersi?
sal. 129, 1-3

Quando il male è più grave dei gemiti anche se questi hanno carattere di ‘ruggiti’, allora il primo impulso che nasce nell’uomo è quello di salire fino al trono di Dio quasi a voler trattare la propria causa e rischiare così di ‘aver piena di querela la bocca’.
La malattia evoca, infatti, spontaneamente l’idea di dipendenza da un essere che ci supera, ed ha nelle sue mani il nostro destino.
Ma in questi frangenti in cui siamo particolarmente turbati, l’idea di Dio non può essere veritiera e presentarci nella sua giusta luce Dio, Padre amoroso e misericordioso. Di per sé la malattia non ci da una idea esatta di Dio, anzi può indurre a crearci di Lui una falsa immagine, perché essa, quasi ad offuscare o per lo meno ad intralciare l’incontro amoroso con Dio, evoca spontaneamente anche l’idea della punizione e della pena.
Una delle prime e più forti idee infatti che la malattia suscita nello spirito del malato è quella di un Dio punitore, ‘non ha parte intatta la mia carne per il tuo furore’, a cui è collegato il pensiero del peccato. Si impone così con grande rilievo, sebbene spesso sotto una falsa luce, il problema del rapporto tra peccato e malattia. Esso tenderebbe a risolversi piuttosto semplicemente in un rapporto di colpa-punizione.
Saranno necessari perciò una paziente ricerca, una diligente correzione delle impressioni negative, un attento esame di quanto di vero e di errato vi sia in questa soluzione, che lascia tante volte insoddisfatti e turbati.
La scienza al proposito ci dice semplicemente, che la malattia deriva da un disordine, dalla presenza, nell’uomo, di elementi di squilibrio, che più o meno gravemente minacciano la sua integrità. La rivelazione invece, ci dice qualcosa di più, ci indica cioè nel peccato originale la causa di tale disordine. Per il peccato di Adamo la creatura, che era stata ordinata al suo Creatore, ha preferito sé a Dio, con una libera scelta. Questa violazione dell’amore di Dio, essendo in contrasto con la natura stessa dell’uomo, agisce in lui come forza dissolvitrice.
Il peccato di Adamo è stato trasmesso poi alla nostra natura analogamente a ciò che accade per le alterazioni che avvengono nel capostipite, che, quando toccano l’intimo patrimonio genetico, con una ferrea legge naturale si trasmettono ai discendenti. Così se l’umanità è inalata per la rottura iniziale con il Creatore, non ci si può meravigliare se l’individuo partecipa personalmente nella sua anima, nella sua psiche, nel suo corpo, allo stato di malattia della collettività. In ogni caso il male è venuto dagli uomini perché non è rispettato l’ordine stabilito da Dio per l’umanità.
La malattia è dunque l’irradiazione alla superficie del corpo del peccato originale che corrompe tutta la carne fino al punto di produrre la morte.

«Anima mia, se tu hai peccato e sei rimasta ferita, ecco il tuo Dio, ecco il tuo Medico pronto a guarirti. La sua onnipotenza gli permette di rimetterti in un momento tutti i tuoi peccati; la sua bontà e la sua misericordia sono più grandi di tutte le tue iniquità».
(R. Luigi di Blois)


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