Frammenti_cap5

Capitolo V

Mio nutrimento sono i miei sospiri
e come acque inondanti sono i miei ruggiti;
perché il male che io paventava m’ha incolto,
e quello di cui temevo me accaduto.
giob. 3, 24-26
II cuore mi spasima in petto,
e terrori mortali mi piombano addosso.
Mi viene paura e tremito, e lo spavento mi invade.
sal. 54, 5-6
II cuore mi batte, le forze mi abbandonano;
e il lume degli occhi anch’esso mi vien meno.
I miei amici e compagni si tengono discosti
dal mio malore, i miei parenti si fermano da lontano.
sal. 37,  11-12
Non star lungi da me, perché son tribolato;
fatti vicino perché non ho chi mi aiuti.
sal. 21, 12

Se ci mettiamo dunque al cospetto di Dio per parlargli di noi in spirito di umiltà e di verità, la prima cosa che troveremo esaminando noi stessi, sarà proprio la nostra indigenza.
La malattia infatti ci porta bruscamente in uno stato di povertà più o meno radicale a seconda del grado in cui ci priva di quell’avere che è alla base di ogni vita umana: la salute, l’equilibrio psichico, il libero uso delle proprie membra.
Il sentimento base poi di ogni malato è l’inquietudine, cioè un senso di insicurezza, di timore, di turbamento. L’inquietudine ci accompagna per tutto il tempo della malattia.
Si inizia con i primi sintomi del male, si accentua con il suo annuncio ufficiale, si stabilisce in una forma acuta quando si scopre tutta la dimensione del male…, «Ciò di cui si temeva è accaduto» mettendo di nuovo e sempre in causa il nostro avvenire. Non si può inoltre assicurarsi contro la morte e, non si sa fino a dove il male si impadronirà delle nostre forze.
Da questo stato di inquietudine breve e facile è il passo verso l’angoscia e la disperazione..
Il malato viene, inoltre, a dipendere dal proprio ambiente, da coloro che lo circondano, che lo curano, che vegliano su di lui; spesso capita, specie quando il male si prolunga nel tempo, che a poco a poco venga lasciato solo, e a volte anche abbandonato.
Lo stato di malattia più doloroso è quello in cui si ha più coscienza della inconsistenza nostra e più si soffre della condizione paradossale di trovarsi limitati, precari, esiliati.
A questo punto ci si aprono due possibilità: o tentare di riempire la propria povertà con l’avere temporale, cercando in esso una consistenza, una sicurezza, una illusoria pienezza, oppure tornare, il più spogli possibile, verso la Sorgente dell’Essere: Dio, il solo capace di saziare la nostra sete e di darci la felicità nella pienezza della vita.
Spesso però si reagisce all’inquietudine e alla sofferenza cercando, con il divertimento e le distrazioni, di sfuggire alla presa di coscienza del proprio misero stato. Si crea un modus vivendi, una personalità fitti-zia da malati che ci permette di credere sparito ogni turbamento ed ogni malessere. Ma non è questa la giusta via per sradicare la nostra inquietudine e risolvere la nostra indigenza. L’unica via è quella che, nella sincerità e nell’abbandono, ci porta a Colui che così ci invita: «Venite a me voi tutti, addolorati ed oppressi, perché Io solo vi consolerò».

«O Dio, son sfinito e bisognoso d’aiuto, mancante di forze e ricco di miseria; ma se il Tuo occhio si poserà su di me, sarò sollevato dalla mia umiliazione, si rialzerà il mio capo e molti ne resteranno ammirati e te ne renderanno gloria».
(Eccl. 11, 12-14)
«Ah, Signor mio! Il tuo aiuto mi è assolutamente necessario; senza di Te non posso proprio far nulla. Per la tua misericordia, o Signore, non permettere mai che la mia anima si lasci ingannare, abbandonando la strada del bene».
(S. Teresa di Gesù)


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