Frammenti_cap4

Capitolo IV

L’anima mia è stanca della vita,
voglio dare libero corso al mio lamento,
voglio parlare nell’amarezza del mio cuore,
e dire a Dio:
giob.  10, 1-2
Misero san io e vo languendo fin dalla giovinezza.
Mi sono disciolto come acqua,
e si sono disgiunte tutte le mie ossa.
Il mio cuore è diventato come cera,
si strugge entro il mio petto.
È asciutto qual terra arsa il mio vigore,
la lingua mi resta attaccata alle fauci,
e mi hanno ridotto a terra esamine.
sal. 21, 15-16
Sono stanco dal lungo gemere;
vo bagnando ogni notte il mio letto,
rigando di lacrime il mio giaciglio.
Si strugge per cruccio il mio occhio,
si fa vecchio fra tanti miei nemici.
sal. 6, 7-8
Perché fu data la luce all’infelice, e la
vita a quelli che hanno l’anima nell’amarezza,
che aspettano la morte e non viene,
la cercano come un tesoro,
e si rallegrano grandemente
quando han trovato un sepolcro?
giqb. 3, 20-22

Quando la vita è tutta intrisa di dolore e fin dalla giovinezza si consuma in una continua sofferenza, i più drammatici interrogativi sulla nostra condizione di esseri creati si presentano con una allucinante violenza alla mente di ciascuno e ne reclamano la risposta.
Ma l’uomo, da solo e con il suo spirito inquieto, per la malattia e per il dolore non potrà trovare una risposta immediata e soddisfacente alle sue domande angosciate. Né varrà rivolgersi a Dio con la prepotenza di chi pretende di chiedergli ragione come ad un colpevole, perché potrà sentirsi dire come Giobbe: “Chi è costui che infarcisce sentenze in ragionamenti da ignorante?” (Giob. 38, 2). “Io ti interrogherò e Tu rispondimi. Dov’eri tu quando Io gettavo le fondamenta della terra? Dimmelo se hai tanta intelligenza, (v. 4)…
«Sapevi tu allora di dover nascere? Conoscevi il numero dei tuoi giorni? (v. 21)… «Sei forse tu che fai apparire a suo tempo la stella del mattino e fai nascere Vespero sopra i figli della terra? (v. 32)… «Chi chiede ragione a Dio s’acquieterà così facilmente? Certo chi critica Dio deve rispondergli» (Giob. 39,32).
L’uomo di fronte al mistero cruciale del suo dolore deve anzitutto riconoscere il suo limite esistenziale e aprirsi ad un intelligente ed umile colloquio con Dio.
«Sì, ho parlato da stolto, e di cose che oltremodo passano la mia intelligenza. Ascolta ed io parlerò, io ti interrogherò e Tu rispondimi» (Giob. 40, 3-4).
«Ecco io esisto perché Tu mi creasti, e fin dalla eternità Tu stabilisti di crearmi e di annoverarmi fra le tue creature. E donde a me ciò, Signore benignissimo, Dio altissimo, Padre misericordioso; per quali meriti miei, per quale grazia mia, piacque alla tua maestà di crearmi? Io non ero e Tu mi creasti; niente
io ero e dal nulla mi traesti facendomi qualche cosa. E qual cosa? Non stilla d’acqua, non fuoco, non uccello o pesce o qualche altro animale… ma mi creasti di poco inferiore agli angeli poiché ricevetti come essi la ragione per conoscerti, e conoscendoti possa amarti. Ed io, Signore, per la tua grazia sono uomo e posso essere Tuo figlio per grazia, il che non possono le altre creature. Questo ha fatto la Tua sola grazia, la sola tua bontà; affinché io fossi partecipe della Tua dolcezza. Tu non sei autore del male che non puoi fare, benché nulla vi sia che Tu non possa; né mai Ti pentisti di ciò che hai fatto… dammi dunque, la grazia di essertene grato, Tu che dal nulla mi creasti».
(S. Agostino)
«Dimmi, in nome della Tua misericordia, o Signore mio Dio, che cosa Tu sei per me. Di’ così in modo che io senta. Ecco davanti a Te le orecchie del mio cuore, o Signore: aprile e di’ all’anima mia: Io sono la tua salvezza. Ch’io corra dietro a questa voce e mi stringa a Te»-
(S. Agostino)


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