Frammenti_cap32

Capitolo XXXII

Sì Tu, o Signore, tieni accesa la mia fiaccola; sei il mio Dio, che rischiara le mie tenebre.Sal 17,29
– Amen –

La nostra storia di dolore è cominciata con una parola: Fiat. Ma il Fiat non è solo una parola, è soprattutto un gesto iniziale, una via che si apre alla ricerca della volontà di Dio, cioè del significato che questa sofferenza ha per noi, del senso che ha nella nostra vita, e a qual fine ci conduce. Il fiat è ricerca e accettazione.
Accettare la sofferenza, non per ciò che ha in sé di male, ma per il valore che noi le doniamo; poiché accettare il proprio dolore, come tutto ciò che è della vita, come accettare la vita, vuoi dire assimilarlo, per utilizzarlo e trasformarlo.
Susanne Fouchè dice che se io prendo in mano la sofferenza – come il prete, nella Messa, prende l’ostia – se, avendola offerta io pronuncio su di essa il fiat, testimonianza della mia fede nell’amore di Colui che l’ha permessa, io la transustanzio; la mia sofferenza diventa cosa santa (sacrum facere – sacrificio), e così ogni briciola prende un valore infinito. La sofferenza diviene così un pane divino che mi nutre, e nelle mie mani tremanti per la loro audacia, posso offrirla a Dio, per me, e per i miei fratelli «prò nostra, et totius mundi salute, cum odore suavitatis ascendat: salga con soave profumo, per la salvezza nostra e del mondo intero» (offertorio della Messa).
Non si deve dimenticare che il fiat è soprattutto una scuola di vita. Ho infatti imparato molto della vita, durante la mia malattia ed ora la gusto in ciò che essa ha di essenziale (Amy). La vita mi si è manifestata ed imposta nella sua più vera realtà religiosa che trascende il temporale per stabilizzarsi nell’eterno.
Di fronte a questa prospettiva così grande non mi resta che acconsentire; così dal fiat passo all’Amen. Quando tutto è chiaro, perché la volontà di Dio si è rivelata nella sua totalità e la nostra storia vede il suo termine di gloria, allora il cuore desidera solo che tutto si compia. L’Amen è il sussurro dell’anima. Così sia; si compiano queste promesse di salvezza e di vita.

«Infatti quante sono le promesse di Dio, tutte hanno in Lui il loro ‘Sì’, ed è quindi per mezzo di Lui detto l’Amen a Dio per la nostra gloria».
(2a Cor.  1, 20)

FINE   DELL’ESILIO

Ogni croce è un guadagno poiché ci unisce a Gesù.
Non affliggiamoci delle nostre croci, ma ringraziamene Dio come di doni di elezione.
Amiamo le nostre stesse afflizioni che sono il segno della nostra separazione dal mondo, ed offriamole a Dio chiedendogli di fare di noi ciò che vorrà.
E’ nell’ora del più grande annientamento che Gesù ha salvato il mondo.
Se amiamo Dio senza limiti, se vogliamo glorificarlo il più possibile, dobbiamo voler «soffrire fino alla morte», come Gesù.
Più soffriamo, più siamo tentati e più dobbiamo pregare.
Accogliamo amorosamente ogni sofferenza, come imposta da Gesù, come un dono dalle mani del Diletto.
E’ con la Croce che Gesù ha salvato il mondo, ed è solo attraverso il sacrificio che si vuoi fare del bene alle anime.
Quanto più tutto ci manca, tanto più siamo simili a Gesù Crocifisso; quanto più siamo attaccati alla Croce, tanto più stringiamo Gesù che vi è elevato.
Gesù, che avrebbe potuto redimerci con una parola, ha voluto redimerci con tutto il suo Sangue per mostrarci, attraverso il prezzo che pagava per noi, il suo amore.
I sensi hanno orrore della sofferenza, la fede la benedice come un dono della mano di Gesù, come una parte della Croce che Egli si degna di farci portare.
Bisogna accogliere come un favore ogni istante della vita con tutto ciò che porta di felicità o di dolore, e con maggior gratitudine ancora le croci; esse ci distaccano dalla terra e così ci uniscono a Dio.
Ogni croce, piccola o grande, ogni contrarietà è una chiamata del Diletto. Egli ci chiede una dichiarazione d’amore che duri tutto il tempo della croce.
Gesù sceglie per ognuno il genere di sofferenza che Egli vede più atta a santificarlo e spesso la croce che Egli impone è quella che – pur accettando tutte le altre – si rifiuterebbe, se si osasse. Quella che Egli dona è quella che è meno capita.
Senza la croce, la vita non sarebbe completa perché non si rassomiglierebbe al Diletto.
Se la stanchezza viene, se la salute se ne va, non tanto peggio, ma tanto meglio: è la croce.
Le pene della terra sono fatte per farci sentire l’esilio, per farci sospirare la Patria… Esse ci fanno portare la croce di Gesù, condividere la sua vita, assomigliargli… Esse ci meritano il perdono delle nostre colpe e di quelle degli altri, il cielo per noi e per gli altri… Esse ci distaccano dalle creature per darci al Creatore.

Fratelli, tutto ciò che è stato scritto, è stato scritto per nostro ammaestra mediante la pazienza e la consolazione offerta dalle   Scritture,  abbiamo speranza.
II Dio della speranza vi ricolmi adunque di tutta la gioia e di tutta la pace che è nella fede, onde abbondiate nella speranza e nella virtù  dello Spirito  Santo.  (Rom. 15, 4-13)

CHARLES   DE   FOUCAULD
da:  «Pensieri e massime», ed. La Scuola, Brescia.


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