Finché morte non ci separi

I giovani sposi qualche volta sognano, un po’ ingenuamente, oltre che di poter trascorrere tutta la vita insieme, anche di morire insieme… L’esperienza dice che ciò accade assai di rado e che quasi tutte le coppie devono affrontare, presto o tardi, la prova del distacco dalla persona amata. Anche se le statistiche sulla speranza di vita indicano che sono le donne ad avere maggiori probabilità di andare incontro alla vedovanza, si tratta di una prova alla quale entrambi gli sposi sono esposti.

Sarà, innanzitutto, una purificazione nell’ordine del-l’affettività e della sensibilità. Non poter più condividere, com’è stato per numerosi anni, i mille dettagli della vita quotidiana; l’improvviso venir meno della presenza amorevole dell’essere amato, dei suoi gesti d’affetto, della sua conversazione, della preghiera condivisa; non sentire più accanto a sé la persona con la quale ci si è accompagnati per un’intera vita, divenendo sovente più che una sola carne… costituisce senz’altro una terribile prova. E ciò anche qualora un tempo ili malattia abbia rappresentato come una preparazione al distacco, mentre peraltro rafforzava in maniera misteriosa la loro vicinanza.

Sarà anche, e soprattutto, una prova della vita spirituale. Per due sposi che non hanno solo condotto delle vite parallele, bensì hanno realizzato un’intima comunione sia dei corpi che dei cuori e delle anime, non è facile tornare ad una spiritualità da “singolo”. Ma non è detto che ciò debba accadere. È infatti legittimo domandarsi se la vedovanza debba comportare una spiritualità individualizzata, oppure possa conservare un carattere coniugale. In che modo? Si accetta certo a malincuore che, dopo aver condiviso tante esperienze sul piano spirituale, si debba da un giorno all’altro fare come se nulla sia mai accaduto. Sarebbe non solo psicologicamente disumano, ma anche spiritualmente assurdo. Come può configurarsi una spiritualità della vedovanza? Continuerà a essere una spiritualità di comunione? Non poche persone possono testimoniare come la comunione con il coniuge scomparso si riveli ancora più intensa, più reale di prima. È l’esperienza di cui parla il grande scrittore cattolico Jean Guitton dopo la morte della moglie: un passaggio dalla comunicazione alla comunione. Di quale comunione si tratta? Semplicemente, e realmente, di ciò che la Chiesa chiama “comunione dei santi”. Non un puro vivere nel ricordo, perpetuamente ed emotivamente rivangato, della persona cara che è venuta a mancare, ma un modo nuovo di sperimentarne la presenza, un grado di condivisione spirituale a volte persino superiore a quella realizzata in precedenza. La morte dolorosamente separa… ma nello stesso tempo, misteriosamente, stabilisce gli sposi in una nuova e più profonda dimensione comunicativa. Così, la spiritualità propria della vedovanza si qualifica come annuncio profetico di quella verità di fede che professiamo nel Credo, intimamente legata alla fede nella risurrezione. Una spiritualità di comunione che continua a essere, in misura eminente, spiritualità coniugale. In un certo senso, è la suprema maturazione dell’amore sponsale.

Il matrimonio, in realtà, annuncia la risurrezione dei corpi al momento del ritorno glorioso del Cristo-Sposo. La risurrezione significherà il pieno compimento della nostra umanità attraverso la realizzazione perfetta del suo essere psicosomatico, cioè della dimensione sia corporale che spirituale della persona. E sarà anche la piena realizzazione della nostra umanità in quanto esseri chiamati alla comunione: «II “regno dei cicli” è certamente il compimento definitivo delle aspirazioni di tutti gli uomini, ai quali Cristo rivolge il suo messaggio: è la pienezza del bene, che il cuore umano desidera oltre i limi-di tutto ciò che può essere sua porzione nella vita terrena, è la massima pienezza della gratificazione per l’uomo da parte di Dio» (Udienza del 21 aprile 1982).

Allora verrà in piena evidenza che cosa significa “comunione dei santi”, di cui Dio stesso sarà il principio, mediante il convergere di tutto il nostro essere sulla conoscenza profonda di Lui, sul suo Essere trinitario. La visione beatifica sarà principio della realizzazione della comunione. «La concentrazione della conoscenza e dell’amore su Dio stesso, nella comunione trinitaria delle Persone, può trovare una risposta beatificante in coloro che diverranno partecipi dell'”altro mondo” solo attraverso il realizzarsi della comunione reciproca commisurata a persone create. E per questo professiamo la fede nella “comunione dei santi” (communio sanctorum) e la professiamo in connessione organica con la fede nella “risurrezione dei morti”» (Udienza del 16 dicembre 1981).

Un interrogativo che può assillare gli sposi, in particolare quelli che vivono in vedovanza, riguarda ciò che accadrà alla fine, quando i morti risorgeranno. A una domanda dei sadducei Gesù aveva risposto: «Alla risurrezione infatti non si prende né moglie né marito, ma si è come angeli nel ciclo» (Mt 22,30). Poiché la Chiesa, pur non incoraggiandoli, autorizza i vedovi e le vedove a contrarre nuove nozze, si potrebbe ritenere che il patto matrimoniale venga definitivamente meno con la morte. Tale pensiero può causare una certa inquietudine spirituale, persino suscitare angoscia. Il matrimonio avrebbe così poco senso e peso, al punto da annullarsi nell’eternità alla quale siamo destinati?

Riflettiamo innanzitutto sulle modifiche apportate da alcuni anni nel rito matrimoniale. La formula tradizionale che si concludeva con le parole: «…finché morte non ci separi», recita attualmente: «Con la grazia di Gesù Cristo prometto di esserti fedele sempre… tutti i giorni della mia vita / tutti i giorni della nostra vita». Un cambiamento non indifferente! Infatti, l’espressione «tutti i giorni della nostra vita» si può anche intendere: «tutti i giorni della nostra vita eterna, che è già iniziata quaggiù». Occorre inoltre interpretare correttamente le parole di Gesù, il quale non dice: «Alla risurrezione non si è più marito e moglie», bensì: «Alla risurrezione non si prende né moglie né marito», cioè non ci si sposa più. E la ragione è semplice: ciò che il matrimonio annuncia e significa nella vita terrena sarà allora pienamente realizzato.

«Se in questa perfetta soggettività, pur conservando nel loro corpo risorto, cioè glorioso, la mascolinità e la femminilità, “non prenderanno moglie né marito”, ciò si spiega non soltanto con la fine della storia, ma anche – e soprattutto – con 1′”autenticità escatologica” della risposta a quel “comunicarsi” del Soggetto Divino, che costituirà la beatificante esperienza del dono di se stesso da parte di Dio, assolutamente superiore ad ogni esperienza propria della vita terrena» (Udienza del 16 dicembre 1981). Pertanto, coloro che saranno stati sposati in questa vita non smetteranno di esserlo nella risurrezione, e quella comunione che hanno cercato di realizzare nel corso della loro vita matrimoniale durerà in eterno. Perciò Giovanni Paolo II può affermare: «II matrimonio possiede una sua piena congruenza e un valore per il regno dei cicli, valore fondamentale, universale e ordinario» (Udienza del 31 marzo 1982).

Ma in base a quale tipo di relazione coloro che sono stati sposati su questa terra continueranno a esserlo nella risurrezione, nel regno dei cicli? È piuttosto arduo dirlo: «È troppo evidente che – sulla base delle esperienze e conoscenze dell’uomo nella temporalità, cioè in “questo mondo” – è difficile costruire una immagine pienamente adeguata del “mondo futuro”» (Udienza del 13 gennaio 1982). Infatti noi possiamo raffigurarci il mondo futuro della risurrezione solo in maniera molto approssimativa e imperfetta. È tuttavia interessante come san Tommaso d’Aquino affermi che l’unione totale con Dio, che vivremo nella risurrezione, non escluderà una prossimità particolare con alcune persone, una prossimità che sarà misurata dalla carità. Ciò vuoi dire che nella risurrezione saremo più vicini a coloro che avremo maggiormente amato e dai quali saremo stati più amati. È lecito pensare che sarà soprattutto il caso di colui o colei a cui avremo offerto, e da cui avremo ricevuto, nel matrimonio, l’amore più grande.

La vedovanza diventa così la grande occasione per incrementare una spiritualità di comunione che non cessa di essere coniugale. E tale è addirittura ad un grado eminente. Vivendo in maniera particolarmente consapevole questa particolare comunione con l’essere amato, che continua a vivere in Dio nell’attesa della risurrezione, i vedovi e le vedove possono diventare profeti credibili della comunione dei santi.

 

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