Evoluzione

L’amore è un’evoluzione, una crescita e un pellegrinaggio. Il primo stadio è l’atto della scelta, con la grande gioia della scoperta, l’incontro di un’anima con un’altra. Questa scelta è compiuta con entusiasmo. Implica una rinuncia esclusiva della vita vissuta prima, e la liberazione da qualsiasi impedimento. Implica un distacco da tutto quanto possa non piacerle all’altro. Anche la rinuncia ad altri allettamenti, poiché è fatta con amore ed entusiasmo, non è mai considerata difficile. Con questa scelta viene il desiderio dell’unione e l’urgenza di conoscersi meglio, di comprendere e di essere compresi, il bisogno d’essere amati, l’aspirazione alla sicurezza, la ricerca del riposo del cuore che sarà la perfezione dell’essere. Il secondo stadio è l’unione. È il pomeriggio dell’amore. È il prendere possesso l’uno dell’altro nell’offerta reciproca. Ciascuno dona se stesso all’altro nel duplice moto del dare e del ricevere, là dove la gioia di darsi è dolcemente sconfitta dall’emozione gioiosa d’essere ricevuti.
È questo un momento della sensibile Presenza di Dio, un momento che San Tommaso paragona all’Ascensione. È un’estasi come un raggio di sole, che è Dio.
La vera definizione dell’amore è un mutuo donarsi che termina in un riconquistarsi. Se l’amore fosse soltanto un mutuo donarsi, terminerebbe nell’esaurimento. Ma viene infine il momento della riconquista, e l’inizio della famiglia. Anche là dove non ci sono figli, l’amore comincia a interiorizzarsi. Si raggiunge uno stadio in cui non è più il corpo che guida l’anima; è l’anima che guida il corpo. Mediante una guerra tutta amorosa di piccoli atti d’abnegazione, una coppia prende finalmente possesso di quella cittadella che non si conquista con la passione, ma con un’applicazione della Croce di Cristo all’amore reciproco: e dalla saldezza di quella rocca pochi sono quelli che cercano di sviarsi.
Non c’è più ora un unisono forzato, ma un’armonia ritrovata. Subentra un più vasto sapere, non più a prezzo di lacrime, ma di un servizio e una consacrazione all’altro. L’incanto passa. Non ci sono più due strumenti, disarmonizzati dall’egoismo e forzati dall’orgoglio; l’amore suona ora con dita pazienti sulla corda che produce armonia per i figli di Dio.
Guardando al figlio come al frutto del proprio amore, si vede quanto intimamente sia legato alla Nascita di Cristo. Ogni amore termina in un’incarnazione, o in assumere carne, come Dio prese carne nell’Incarnazione.
La coppia vede sé simile a una cava da cui Dio taglia ogni anima ch’essi portano al mondo come una pietra scelta, suscettibile di essere squadrata e modellata, sia pure lentamente, per servire nel Tempio celeste di Dio.
Il marito e la moglie che diventano padre e madre si vedono ora chiamati ad essere con Dio gli architetti di quella casa spirituale che è costruita di pietre viventi. Il figlio che guardano è il frutto dell’amore pio, e non del desiderio non santificato.
Il marito e la moglie vedono che le loro vite sarebbero frustrate se, come un contadino idiota, piantassero il seme di Lui nella terra e poi lo distruggessero, o piantassero la vite e poi la sradicassero, o toccassero con l’archetto il violino senza mai farne uscire una melodia, o il marmo con lo scalpello senza mai formare una statua.

 

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