Eterni innamorati

A pensarci bene, ci si accorge – magari con un fremito di stupore – che l’esistenza umana è essenzialmente animata da innumerevoli forme di innamoramento e di amore. In fondo quante volte nella vita ci si innamora… e non solo di persone!

Ci si può innamorare anche della verità o – come raccomandavano i saggi dell’Antico Testamento – della sapienza, perché «chi la ama, ama la vita, quanti la cercano solleciti saranno ricolmi di gioia» (Sir 4,12). D’altronde, qualcosa di ciò che avviene nell’innamoramento vale anche per le amicizie più autentiche. Persino con le cose materiali si vive un rapporto caratterizzato dalla logica dell’attaccamento e del distacco, simile per certi aspetti all’innamoramento personale. Difatti, il cuore di un uomo è là dove si trovano quelle realtà che egli considera come il suo «tesoro» (Le 12,34), ossia come il compimento del suo desiderio di felicità. Tant’è vero che – come ha insegnato Gesù di Nazaret – la bramosia per le ricchezze può assurgere ad alternativa pericolosamente reale dell’amore per Dio (cfr. Mt 6,24; 13,22; 19,22-23).

Ma è soprattutto nell’innamoramento e nell’amore tra l’uomo e la donna che si può intuire nitidamente il senso ultimo del desiderio umano; o meglio: è in questa relazione che si scopre in che senso l’essere umano aneli a vivere per sempre amando e amato, cioè felice. E lo ribadisco, perché è una delle perle del mio scrigno: di questo desiderio fondamentale dell’uomo, l’innamoramento e l’amore vissuti da fidanzati possono essere considerati come l’esperienza principe.

Una rapida – ma non superficiale – riflessione sull’esperienza quotidiana porta a scoprire nella nostra coscienza e, prima ancora, nella nostra carne una voce, che in fondo continua a ripeterci, in maniera più o meno nitida, questa sola verità: la vita è una promessa, che qualcuno ci ha fatto nell’atto stesso di metterci al mondo. Non siamo stati noi a decidere di venire al mondo. Ma se esistiamo, è perché qualcuno ci ha voluto bene fin dal grembo materno (cfr. Sai 71,6), anzi «fin dall’eternità» (2Tm 1,9), «prima della creazione del mondo» (Ef 1,4).

Per noi cristiani, questo qualcuno è il Dio di Gesù Cristo (cfr. Rm 8,29-30). È come se Dio, intessendoci amorevolmente nel grembo di nostra madre (cfr. 2Mac 7,22-23; Gb 10,8-11; 31,15), ci avesse fatto questo giuramento: «Ti metto al mondo per farti felice in eterno mediante l’amore». Se Dio non ci avesse amato, non ci avrebbe neppure creati (Sap 11,24). Invece, «la promes-

sa che egli ci ha fatto è questa: la vita eterna» (IGv 2,25; cfr. Sap 2,23). Un giuramento di felicità, che Dio – se è «Dio e non uomo» (Os 11,9) – manterrà (cfr. Nm 23,19). È l’uomo che è menzognero (Sai 116,11). Ma Dio è Dio e, quando giura, non si pente (Sai 110,4).

C’è “qualcosa” dentro di noi che ci spinge, di solito, ad anelare alla felicità e alla «vita eterna, promessa fin dai secoli eterni da quel Dio che non mentisce» (Tt 1,2). “Qualcosa” ci aiuta a rialzarci da terra anche quando le difficoltà e le avversità della vita sembrano aver avuto la meglio su noi. Eppure, soprattutto in quei momenti di “disgrazia” – che, a dire il vero, permangono nel grembo della “grazia” di Dio -, noi risentiamo quella voce. È lei che – come nel caso paradigmatico di Giobbe – si ribella in noi. È questo gemito inesprimibile dello Spirito (Rm 8,26) «che grida: “Abbà, Padre”» (Gai 4,6; cfr. Rm 8,15) e che protesta, al suo cospetto, contro il male che ci ha colpito ingiustamente. È quella voce che ci spinge a far di tutto per rialzarci e per rimetterci m cammino verso 1’Amore.

Lascia un Commento

Devi aver fatto il login per inviare un commento

Subscribe without commenting