E’ bene che le donne lavorino?

Questa è una delle poche domande a cui non so rispondere, io che di solito mi aggiro per il mondo con un coltellaccio tra i denti per menare fendenti senza speranze di ricucitura tra il bene e il male, tra il giusto e lo sbagliato, tra il vero e il falso nella mia vita e, che Dio mi perdoni, a volte anche in quella degli altri. Per niente multiculturale, assolutamente non ecumenica, tetragonamente non cultrice del dubbio. Qui però la questione è un po’ più complessa, e allora posso tentare, nella risposta, il massimo dell’articolazione a me accessibile. Una donna non può lavorare quanto un uomo, se ha figli; né con i modi di un uomo, anche se i figli non li ha.

Il lavoro per una donna deve essere capace di adattarsi alle fasi della vita delle persone di cui una donna si fa carico, e deve sempre avere uno stile di accoglienza. Non è che non mi renda conto di essere quanto meno “fuori linea”, ma mi conforta il pensiero delle donne in carne e ossa che conosco, che non scrivono e non fanno tendenza, però esistono e sono anche tante. La domanda da farsi è: cosa è bene per i figli, per la mia famiglia, per le persone che hanno bisogno di me? La risposta a questa domanda va messa al primo posto, prima della mia realizzazione, che è sacrosanta ma viene dopo, dei tempi per me stessa, dell’indipendenza economica, di mettere a frutto quello che ho studiato.

Con il suddetto coltellaccio tra i denti mi azzardo ad affermare che il bambino, nei suoi primi tre anni di vita, avrebbe bisogno di una presenza pressoché costante della mamma, o di assenze ridotte, che non devono certo diventare la parte preponderante della giornata. Almeno il primo anno lo vedrebbe anche un cieco che il bambino vuole, e a buon diritto, la mamma. Una società che non tiene conto di questo è una società che maltratta i bambini. Si possono portare tutte le giustificazioni economiche e organizzative che si vogliono, ma deve essere chiaro che in nome di quelle si calpestano i diritti dei più deboli. E non mi sto portando a esempio, visto che per i primi due bambini non mi è stato proprio possibile lasciare così a lungo il lavoro, a prezzo di mal di pancia, cuore stretto, coppette assorbilatte grondanti. Non sono convinta che conquistare la possibilità di lasciare i propri figli al nido o a una baby-sitter o anche a dei nonni meravigliosi sia emancipazione. Non sono certa che sia un bene lasciare i figli per la maggior parte della loro giornata a scuola, a tempo pieno, quindi non seguendoli nei compiti, e affidandoli alle mani di insegnanti che se si è fortunati possono anche essere bravissimi, ma che purtroppo non si possano scegliere. Non sono convinta che entrare a così caro prezzo nel ciclo di produzione e consumo sia emancipazione. Non sono certa che dividere a metà col padre i pesi del lavoro in casa, confondendo i ruoli e provocando malesseri da entrambe le parti sia emancipazione. Non sono convinta che questi malesseri siano estranei a tante crisi nei rapporti.

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