Difficoltà di sviluppo della vita di coppia

Capitolo XI
Difficoltà di sviluppo della vita di coppia

Nonostante si sia cercato di dimostrare che le difficoltà di dialogo coniugale sono già implicitamente presenti fin dal primo costituirsi della coppia attraverso il fenomeno dell’innamoramento e della scelta del partner, queste difficoltà si rendono però generalmente manifeste molto più tardi.
Le difficoltà al dialogo coniugale hanno un periodo di latenza di durata variabile, da qualche settimana a qualche anno; in genere la latenza dura per tutto il periodo del fidanzamento ed i primi anni di matrimonio.
Anche se i due partner presentono che qualcosa non va e constatano che di tanto in tanto l’armonia coniugale trova degli inceppi più o meno gravi e duraturi, ciò nonostante difficoltà vere e proprie non si rendono evidenti se non dopo un certo tempo di vita comune.
Ciò è dovuto ad un processo psico-affettivo caratteristico che pur essendo molto simile a quello dell’innamoramento viene però contraddistinto e definito di « investimento affettivo globale ». Questo fenomeno mentre condiziona ad un certo tipo di dialogo coniugale, impedisce il consolidarsi di ogni turba, di ogni screzio che possa urtare o rompere l’intesa tra i due.
Anche questo fenomeno esige di essere conosciuto e merita dunque una attenta analisi.

L’investimento affettivo globale
Potremmo dire che l’investimento affettivo globale è un prolungamento ed un approfondimento dell’innamoramento. La simpatia, l’attrattiva amorosa, in un crescendo attraverso il passar del tempo, fa si che l’uno sia per l’altro il valore ideale assoluto, il tutto.
L’essere amato viene assolutizzato al punto che solo lui conta, tutto il resto finisce per non avere quasi più senso. In lui solo tutto è bello, tutto è buono, non vi si scorge alcun limite o difetto, e qualora invece questi si notassero subito vengono minimizzati e scusati.
Il rapporto con la persona amata viene pure assolutizzato al punto che si tenta di vivere totalmente ed esclusivamente per l’altro.
È tale lo slancio affettivo verso l’altro che ogni sforzo, ogni difficoltà viene superata d’incanto, anzi, viene risentita come una prova d’amore, un motivo in più di unione.
I due sono tra loro talmente presi che non trovano difficoltà a vivere soli in un mondo tutto loro, e per evitare o proteggersi dal rischio di qualche distacco, tendono a rinchiudersi sempre più, neutralizzando, per quanto possibile, ogni forza centrifuga, ogni interesse esterno, ogni apertura ad altri.
Non è il caso di continuare ad illustrare nei dettagli e nelle sue sfumature questo fenomeno a tutti noto, perché ritenuto tipico di ogni coppia di veri amanti. È forse opportuno sottolineare invece che non c’è niente di più pericoloso e di più falso di questa concezione dell’amore che vuole riportare l’autenticità e la profondità dell’amore alla verità di questo sentimento di simpatia, di attrazione psico-affettiva e misurarlo sull’intensità unitiva dell’investimento affettivo globale.
È il caso di dirlo esplicitamente, dato che in genere è da tutti misconosciuto, l’amore è una realtà « oggettiva », è una relazione che unisce due persone concrete e le lega nei confronti di un bene comune, e non può perciò essere identificato né nell’innamoramento, né nell’investimento affettivo, perché questi due fenomeni sono essenzialmente « soggettivi » e legano le persone solo per quel tanto di fantasmatico che rappresentano.
L’innamoramento e l’investimento affettivo globale sono elementi parziali dell’amore, senz’altro indispensabili all’amore, ma solo in quanto ne rappresentano il punto di partenza, il momento iniziale, l’elemento cementante.
La simpatia, l’innamoramento, l’investimento affettivo hanno la funzione primaria, lo si è già detto precedentemente, di muovere, di orientare, di dirigere verso l’altro al fine di costituire l’incontro e di predisporre alla coniugalità.
Anche se Platone diceva che « l’amore è un movimento verso l’altro » non si può ritenere che il semplice movimento esaurisca l’amore-, non basta lo slancio amoroso, bisogna saper arrivare anche ad una conoscenza veritiera e profonda dell’altro, condizione indispensabile per una reale accettazione reciproca ed una comune unione autentica e concreta.
L’innamoramento e l’investimento affettivo globale sono dunque elementi indispensabili alla coniugalità ed al dialogo coniugale, alla condizione però che venga superato quel tanto di parte negativa rappresentata dal gioco dell’idealità soggettiva e del fantasma che è alla radice dei due processi psico-affettivi e che naturalmente tende a condizionare ogni ulteriore sviluppo relazionale tra i partner. Se infatti il legame emozionale, affettivo tra i due è determinato soltanto dalla presunta esistenza di valori ideali reciprocamente attribuitisi dalle proprie esigenze inconsce, è più che logico che il dialogo che si instaura tra i due sia falso ed illusorio, perché manca di oggettività, di concretezza.
Ma anche nella migliore delle situazioni in cui si sperimentasse che i valori ipotizzati sono veramente riscontrati nell’altro, se questi valori costituiscono l’oggetto esclusivo o predominante del desiderio, della simpatia, della forza di attrazione e del legame, non possono essere ugualmente o ancora validi per creare un autentico dialogo coniugale perché riguardano solo elementi che si trovano nella persona amata e non sono ancora la persona stessa.
L’amore vero, la coniugalità autentica, è una relazione strettamente ed esclusivamente inter-personale.
È la persona, quella persona concreta, che conta, che vale. È solo la persona che può essere e deve essere un valore in sé stesso e per se stesso.
Per questa ragione, solamente la persona, nella sua realtà concreta, merita di essere oggetto di simpatia e di amore, non a causa di questo o di quell’elemento di valore che si presume o anche si riscontra presente o innestato in essa.
Solamente quando il valore esclusivo della persona è alla base di ogni movimento affettivo è solo allora che si raggiunge la verità dell’amore, della coniugalità, del dialogo.
Il bene verso cui deve essere orientata l’attenzione, il desiderio, l’amore coniugale non può essere che la persona e nient’altro.
Se non si approda alla persona nella sua realtà concreta si rimane a metà strada, se addirittura non ci si pone fuori strada.
Certo che per trovare l’indicazione dei mezzi più idonei e necessari per impostare bene il cammino verso la coniugalità responsabile è opportuno che a questo punto il lettore si rifaccia a quanto si è detto nella seconda parte di questa guida.
Ora dobbiamo solo limitarci ad avvertire circa le difficoltà che si incontrano nello svolgersi di un normale o comune  rapporto  amoroso  ed  in  particolare  mettere  in evidenza l’ambivalenza dei  fenomeni  amorosi.
Anche per l’investimento affettivo globale si deve riconoscere che se da un canto è un elemento positivo, prezioso in quanto aiuta a superare le varie difficoltà o resistenze che ciascuno inevitabilmente pone all’altro, d’altro canto è un elemento negativo in quanto tiene il soggetto ancorato al fantasma inconscio ed alle sue varie proiezioni sul partner e si oppone alla reale conoscenza ed accettazione di sé e dell’altro.

La captatività
Nella misura in cui il partner è sentito e considerato come un bene, come un qualcosa di indispensabile al proprio equilibrio o compimento personale (per l’immagine-tipo, per l’immagine-ideale di sé, ecc.) automaticamente si instaura una intensa avidità affettiva che si traduce in una imperiosa tendenza captativa, cioè, tendenza a raggiungere questo bene o questo « altro » che lo impersona per impossessarsene.
La tendenza captativa si manifesta in vari modi, ad esempio, con il vivo desiderio dell’altro, per l’inconscia forza attrattiva, seduttrice che l’altro esercita su di sé, con la paura di perdere l’oggetto d’amore, e così via, e si traduce nei più vari e nei più sottili tentativi di captare e di conservare esclusivamente l’altro per sé.
La gelosia sarebbe in questo senso una captatività esasperata e per la violenza del desiderio e per la violenza del possesso esclusivo che non sopporta qualsiasi infedeltà né effettiva né fittizia.
La captatività rientra in ogni comune atteggiamento amoroso, rappresenta una tappa d’obbligo nel cammino, nella dinamica dell’amore.
Quante volte infatti, nel dialogo amoroso, si dichiara esplicitamente: « tu sei il mio bene ». Ma è proprio questa affermazione, così semplice e spontanea, che, presupponendo, con evidenza che il tu amato è sentito di fatto, anche se non sempre consciamente, come un bene assoluto, cioè come una condizione, un mezzo utile, indispensabile per rispondere a precisi bisogni personali di perfezione e di completezza, tradisce la presenza della captatività e nel contempo la si giustifica.
Al « tu sei il mio bene » fa subito seguito infatti, come conseguenza logica, il « ti voglio bene ».
Come ogni altro elemento strutturale dell’amore anche la captatività si rivela però nella sua ambivalenza e rischia spesso di imporsi solamente nella sua forma negativa quando si arresta al possesso, al « ti voglio ».
La captatività ha in sé una valenza negativa ogni qual volta presuppone e si traduce in una « oggettivazione » dell’altro.
In questa situazione l’altro non è colto nella sua realtà di soggetto, libero, autonomo, dotato anch’esso di desideri, di aspirazioni, di idealità proprie, capace di aprirsi liberamente, come anche di rifiutarsi, se è il caso, al dialogo coniugale, ma è colto solo nella sua funzione impersonale, arbitrariamente attribuitagli dalla attrazione amorosa e dall’investimento affettivo globale, di risposta e di soddisfacimento a determinati bisogni.
La captatività è inoltre esplicitamente negativa ogni qual volta non impegna in un atteggiamento di conquista, fatto di attenzioni, di rispetto, di riconoscimenti, di dialogo, come si conviene ad un rapporto inter-personale, ma si esprime in un semplice atteggiamento di possesso, di appropriazione, quale padrone di diritto del partner.
Evidentemente la captatività è in questi casi negativa non tanto perché l’altro viene percepito come un bene utile che serve a soddisfare determinati bisogni, perché è ormai riconosciuto che ciascuno di noi ha un bisogno esistenziale dell’altro, ma in quanto la persona, venendo qui ridotta a semplice oggetto, a cosa, comporta l’impossibilità stessa a soddisfare proprio quei bisogni personali per i quali la captatività si è creata.
L’essere umano tende infatti sempre a realizzare se stesso attraverso l’altro, alla sola condizione però di arrivare ad una relazione profonda con l’altro colto come persona, cioè ad una partecipazione al suo stesso atto esistenziale.
Solamente così si può sfuggire al pericolo di impoverirsi nell’incontro con l’altro ritrovando solo se stessi, in un mondo di oggetti, o finendo persino in una misera esistenza quasi di oggetto fra altri oggetti.
È la qualità della relazione all’altro che dunque salva la captatività e la rende necessaria e positiva.
Non è il cercare di prendere l’altro per ciò che ha di oggettivo e di artefatto, che può soddisfare i più profondi bisogni esistenziali, ma è il cercare di raggiungerlo per ciò che è, riconoscendo il suo essere di soggetto, di persona.
Il legame amoroso non può essere costituito che da esigenze e da affinità reciproche, conscie, ed inconsce, perciò si realizza, si approfondisce e dura nella misura in cui ciascuno, e quindi reciprocamente, cerca e riesce a soddisfare i bisogni esistenziali dell’altro.
La coniugalità è così l’organizzazione e la concordanza della soddisfazione dei bisogni e delle aspirazioni di ciascuno dei due partner, quindi esige un certo grado di captatività, solo che questa non deve essere ad una sola direzione ma deve associarsi ed alternarsi ad una certa oblatività.
Captatività ed oblatività sono così i cardini della coniugalità responsabile quando si pongono lucidamente come le basi dello « scambio » del dialogo interpersonale.
Come la captatività così l’oblatività esige però una esatta valutazione perché anch’essa è per sua natura ambivalente.

L’oblatività
L’oblatività non può essere intesa come la semplice risposta di dono e di appartenenza ad una richiesta di possessività e di appropriazione del partner.
Anche se l’oblatività spesse volte viene intesa come spontaneo dono di tutto ciò che si ha, si possiede, anche di più intimo, come accettazione volontaria ad essere usati e trattati come oggetto
d’amore, a piena disposizione, quasi schiavi d’amore, del proprio partner, signore o padrone, se ben si considera questo tipo di oblatività è più apparente che reale perché nella spersonalizzazione, nella strumentalizzazione, nella cosificazione che presuppone non permette di donare mai all’altro quello di cui il partner ha veramente bisogno, quindi non si può essere mai strumenti utili.
In un siffatto atteggiamento oblativo, riassunto comunemente nel così detto dono di sé, è indubbio che si riconosce l’altro implicitamente come soggetto, come centro al quale ci si riferisce completamente, e che si promuove una singolare disponibilità verso l’altro, ma questa relazione potrebbe essere vera alla sola condizione che fosse mantenuta la propria fisionomia o realtà di persona e quella dell’altro, cioè che si comunichi, ci si apra, ci si doni all’altro come persone e in quanto persone.
La vera oblatività esige che si parta da una conoscenza esatta dei bisogni, delle esigenze, delle attese dell’altro, quindi si parta dalla persona, e si traduca in un impegno totale al loro soddisfacimento attraverso la mediazione della propria persona, per la promozione autentica della persona dell’altro.
Solo in questo senso si può capire come l’oblatività vera sia la forma più profonda e più concreta di comunicazione, di dialogo, di amore, di relazione inter-personale.
Perché si realizzi una vera oblatività è necessario dunque, per prima cosa, che l’altro venga colto nella sua autentica fisionomia di persona che nella sua originalità e concretezza umana ha bisogno del nostro aiuto per potersi realizzare a pieno. In altre parole è necessario che l’altro sia visto nella sua obiettività, non come lo può vedere il nostro cuore appassionato, con tutto quell’insieme di storture indotte dalle proiezioni del nostro mondo segreto e neppure come a noi lui stesso si presenta perché anch’esso vittima del suo inconscio cerca istintivamente di mascherare la sua vera realtà con l’idealità, con ciò che vorrebbe essere e che non è.
Anche perché il fine dell’oblatività è, come si è detto, il perfezionamento dell’individuo, è ancora indispensabile che si arrivi a cogliere i veri bisogni dell’altro superando proprio queste deformazioni psicologiche della realtà, questi malintesi che sono, tra l’altro, le cause più comuni di incomprensioni, di disaccordi, di difficoltà, di rotture coniugali.
A questo punto si sarebbe tentati di scendere ad illustrare le varie forme di oblatività attuabili in ragione del come si recepiscono i bisogni del partner, cioè sia nel caso che questi bisogni vengano manifestati o richiesti dal partner stesso sia quando invece vengono semplicemente intuiti o presupposti nell’altro, oppure ancora quando vengono addirittura imposti al partner perché solo così, trovando il partner in quella situazione, si può arrivare ad appagare alcune esigenze profonde di sé.
Ma una simile esposizione di casi ci dilungherebbe troppo e alla fine non gioverebbe molto alla ricerca della forma della propria personale oblatività.
Poiché si sa che ogni caso è a sé, sostanzialmente originale, irripetibile ed inclassificabile, basta che si sia avvertiti dei pericoli e delle difficoltà inerenti ai profondi dinamismi di certe forme di oblatività perché si possa, volendo impegnarsi seriamente in una autoanalisi, arrivare con una certa facilità ad accertare la propria particolare situazione concreta e trovare anche il modo di uscirne secondo le risorse e le condizioni poste dalla propria realtà esistenziale.
Bisogna certo imparare a guardarsi dentro, acquistare coscienza dei propri sentimenti più profondi e più nascosti, da soli, a poco a poco, con pazienza, senza paura e senza indietreggiare anche di fronte alla scoperta di una immagine poco invitante di sé.
Il ritrovarsi di colpo già tutti illuminati, messi a nudo, da una certa esemplificazione potrebbe essere negativo in quanto farebbe reagire energicamente o assentire, ma nell’un caso come nell’altro ci rinchiuderebbe in noi stessi in preda all’angoscia perché presi alla sprovvista ed impreparati a tali scoperte.
Pensando allora di offrire un aiuto più concreto analizzeremo invece dei contenuti le ragioni profonde negative delle più comuni forme di oblatività.
Schematicamente si potrebbe dire che l’oblatività viene di solito vissuta o realizzata in due fondamentali forme: l’una di umile servizio dipendente, l’altra di superbo aiuto protettivo.
• Nel primo caso il soggetto che si offre, si dona, si mette al servizio, si sottomette, si sacrifica per il partner, vuole indubbiamente soddisfare i bisogni, le esigenze dell’altro; è tutto orientato verso l’altro, tutto concentrato sui suoi desideri, disposto a tutto fino al sacrificio di sé a beneficio dell’altro.
A prima vista sembrerebbe questo un atteggiamento tra i più nobili, almeno tra i più espressivi e i più essenziali dell’amore.
L’amore è qui considerato come un dimenticarsi per considerare l’altro, un diminuirsi per ingrandire l’altro.
Ma, nonostante le apparenze, se solo si penetra un po’ a fondo si constata subito che un simile atteggiamento è negativo sia per il soggetto che lo vive che per il partner che lo subisce.
Non ci riferiamo alla solita questione, precedentemente ricordata, dei possibili errori di prospettiva, di valutazione dei reali bisogni da soddisfare; già questo fatto crea delle difficoltà non indifferenti e pone la relazione tra i due su un piano di falsità e di inganno.
Ma la negatività è qui ravvisata a livello dell’atteggiamento psicologico che promuove e sostiene quel tipo di oblatività.
Nel caso di oblatività come umile servizio dipendente la persona che si dona si pone volontariamente in un atteggiamento di sottomissione all’altro, ma questo suo atteggiamento, quand’anche fosse sincero e spontaneo, si accompagna automaticamente ad un sentimento di inferiorità, di passività, di dipendenza, di frustrazione, di insoddisfazione.
Divenendo strumento utile per l’altro il soggetto nega di fatto la propria personalità, si fa oggetto, diviene un essere inferiore.
Ora questo sacrificio di sé, attuato in questa forma di oblatività, ripetiamolo, quand’anche fosse fatto coscientemente e deliberatamente, non tarda a rivalersi, a trovare in qualche modo una forma di rivincita.
Nessuna persona può sopportare impunemente una qualsiasi menomazione; in ogni caso ed in mancanza d’altro si ingenererà un profondo senso di ostilità, più o meno palese, che si riverserà oltre che contro l’altro anche contro se stessa.
Sono appunto questi compensi psicologici, inconsci, reattivi all’oblatività che vanno tenuti presenti e riguardati perché sono proprio loro che costituiscono gli elementi negativi di una sbagliata oblatività e quindi creano le difficoltà più concrete al dialogo coniugale.
Sembrerà strano, ma può capitare che mentre l’individuo nel suo comportarsi esteriore, operativo, si rende sottomesso, inferiore all’altro, dentro, nel suo inconscio, coltiva una concezione di sé come di essere superiore, e ciò come compenso, come rivalsa al sentimento di dipendenza conseguente al suo agire.
All’apparente umiliazione nel servizio fa riscontro un disprezzo intimo come di chi superiore, dall’alto, commisera con l’aiuto materiale che da il povero infelice bisognoso della sua attenzione e della sua benevolenza. Ci può essere ancora chi cerca invece di compensare la propria sottomissione servile, la propria perdita personale, traendo la propria soddisfazione nelle reazioni provate dall’altro al suo agire.
La persona che serve cerca di concentrarsi, per parteciparne, nel piacere, nei vantaggi che l’altro prova per causa sua.
È una passività che cerca inconsciamente di identificarsi e di compiacersi nel predominio accordato e promosso nell’altro.
Un’altra forma di compensazione è quella di chi cerca e trova piacere nell’atto stesso dell’umiliazione, della sottomissione, del sacrificio.
Si tratta evidentemente di personalità immature, infantili, a carattere decisamente masochistico.
Sono soggetti che hanno subito fin dalla prima infanzia, dal loro naturale ambiente famigliare, gravi carenze affettive ed in conseguenza di ciò si è instaurato in essi un sentimento acuto di aggressività accompagnato da un senso di colpa intollerabile fintante che questo non ha trovato sbocco nel meccanismo pacificante di una autopunizione.
La ricerca di una situazione di umile oggetto domestico, di occasioni nelle quali annientarsi mediante sacrifici e dolori, che sta alla base di atteggiamenti oblativi, è infatti spesse volte null’altro che l’espressione di questo complesso inconscio masochistico di auto-punizione.
• L’altra forma di oblatività, precedentemente definita di superbo aiuto protettivo, è invece sostenuta da un diverso movente inconscio.
In questo caso il soggetto che si dona, si sacrifica per l’altro lo fa perché si sente importante, necessario e quello che fa non è per causa di amore, di colpa o altro, ma solo per dominare l’altro.
La passività è qui un pretesto per affermare l’aggressività. Non si tratta di un atteggiamento oblativo di dipendenza dall’altro, ma al contrario, di un atteggiamento oblativo che fa dipendere l’altro da sé.
In questo caso vi si associa sempre, nell’inconscio, un sentimento di disprezzo dell’altro, un bisogno di tenere l’altro per sé in una condizione infantile, di dipendenza.
La protezione del piccolo bambino che è l’altro, serve a soddisfare l’intimo bisogno di possessività, di narcisismo, che si richiama ad un originario sentimento di abbandono, di insicurezza, di frustrazioni affettive mal digerite nel corso della prima infanzia.
Sotto la forma di materne sollecitudini verso l’altro si nasconde spesso un fondamentale egocentrismo che vuoi conservare l’essere amato tutto per sé e di conseguenza non vuoi permettergli di crescere, di .maturare e di realizzarsi.
L’oblatività è evidentemente in tutti questi casi un grave ostacolo alla coniugalità, al dialogo coniugale.
La ragione negativa di queste forme di oblatività è esclusivamente legata e dipendente dalle loro motivazioni e finalità inconsce.
È a questo livello inconscio che si deve dunque arrivare se si vuoi operare una giusta e doverosa correzione di certe difficoltà coniugali.
Evidentemente i sentimenti inconsci non sono facili da scoprire, ma a queste difficoltà si può ovviare tenendo presente che l’inconscio viene sempre alla luce indirettamente attraverso l’analisi attenta dei propri sentimenti, dei propri comportamenti anche più comuni come quello, ad esempio, delle critiche, dei giudizi, delle scelte, dei centri di interessi, dei gusti, delle passioni, delle convinzioni, degli ideali, delle attività libere, degli impegni sociali, culturali, ludici, ecc. ecc.
Tutto può tradire tendenze profonde, atteggiamenti reattivi di difesa, di aggressività, in una parola conflitti che si svolgono più che a livello di coscienza a livello inconscio.
L’oblatività come la captatività è un fenomeno ambivalente e se può presentare a volte valenze negative è però da considerare un elemento positivo, cardine della coniugalità, perché espressione di amore adulto.
L’oblatività vera è quella che, come si è detto, vuole il bene autentico dell’altro, senza però mai tradire il proprio bene.
L’amore vero è quello che ama l’altro come se stesso, dice lo stesso evangelo, cioè vuole il bene dell’altro nello stesso modo, nella stessa misura, nello stesso tempo che vuole il proprio bene personale.
Questo amore certamente « vale molto di più di tutti gli olocausti e sacrifici » (Me. 12,33).
L’oblatività come l’amore si traduce così più che in forme di dono, di servizio, fine a se stesso, in una cooperazione al bene reciproco.
L’oblatività vera esige dunque sempre una certa reciprocità.
Solo se la ricerca del bene è reciproca, l’amore diviene oggettivo, completo, totale, coniugale.
I due partners si appartengono solo nella misura in cui appartengono al loro amore, al Noi coniugale, che li trascende e nel quale esistono al punto che se cessasse l’amore tutto si disgregherebbe.

Il disinvestimento affettivo
Fintanto che persiste una intensa carica affettiva che lega i due partner, cioè fino a che rimane immutata la forza attrattiva dell’innamoramento e dell’investimento affettivo globale, le valenze negative della captatività e della oblatività vengono in parte misconosciute, con una certa facilità superate e spesso trasformate in prove d’amore.
Ma con il passar del tempo, per il verificarsi di un naturale, progressivo, calo della emozionalità affettiva e in proporzione diretta della intensità del precedente investimento affettivo dell’oggetto di amore, si instaura a poco a poco un fenomeno contrario di « disinvestimento ».
Ciò è dovuto anche all’inevitabile scoperta della concreta realtà dell’altro e alle conseguenti dolorose prime disillusioni.
In ragione del disinvestimento affettivo e della progressione in questa realistica conoscenza del proprio partner, la coppia è costretta alla creazione di nuovi legami coniugali, o alla rottura o alla strutturazione di un più vero e più profondo vincolo coniugale.
Il disinvestimento affettivo è perciò anch’esso un fenomeno ambivalente, cioè positivo ed indispensabile al consolidamento della coniugalità responsabile, ma, nel contempo, anche negativo e pericoloso per l’instaurarsi di fenomeni gravemente reattivi, spesso responsabili perfino di rotture coniugali definitive.
È quanto mai necessario tener conto di questo fenomeno e poiché di solito il disinvestimento avviene gradualmente bisogna provvedere subito con una oculata ed intelligente azione, appena si ravvisano i primi sintomi di reattività, i primi incidenti, le prime disillusioni, se si vuoi evitare di trovarsi quasi senza accorgersi in rotture irrimediabili.
La più importante cosa da farsi è dunque quella di aprire bene gli occhi su questi primi ostacoli, su queste prime scoperte concrete dell’altro, e non cadere nell’errore, assai comune, di volere, per il quieto vivere, per non dispiacere, per non turbare l’amore, per non complicare le cose, passar sopra ai primi screzi, far finta di non vedere le prime difficoltà.
Il metodo dello struzzo che nasconde la testa per non vedere la realtà non gradevole è quanto mai deleterio specie nell’amore, perché qui ogni cosa lasciata passare inosservata da vita ad elementi che, nell’inconscio, lavorano come tarlo alla disgregazione dell’armonia e dell’unità coniugale, anche se questa disgregazione si rivelerà molto più tardi senza un evidente legame con la modesta causa prima, e si imporrà quasi improvvisamente ed in modi apparentemente sproporzionati.
I primi tempi del disinvestimento affettivo, cioè delle prime reazioni aggressive di fronte alle scoperte negative dell’altro o della loro vita a due, se vengono invece opportunamente affrontate non solo possono servire a neutralizzare le disillusioni ed evitare le crisi future, ma soprattutto possono divenire momenti indispensabili per costruire sulla roccia le fondamenta della vera coniugalità.
Insomma tutto si gioca in questi primi momenti. Per evitare che dall’estasi dell’innamoramento si passi alla tragedia dell’avversione è indispensabile che venga coltivata la scoperta reale dell’altro proprio nel momento in cui sono ancora presenti e dominanti i sentimenti positivi dell’attrazione amorosa e viva è ancora la forza della simpatìa che annulla, o meglio, attutisce e ammorbidisce ogni reattività aggressiva.
Solo così facendo vengono evitate e contemperate le scariche emozionali reattive e le esplosioni di aggressività, e l’altro viene ancora benevolmente accolto pur nella sua nuova reale fisionomia.
Quando la coppia incomincia a reagire di fronte all’imporsi delle realtà concrete dei due, vuoi dire che è arrivata al momento più critico di tutto il suo cammino coniugale.
È il momento, allora, in cui si deve fare molta attenzione ed imparare a reagire bene utilizzando le forze positive ancora presenti in modo che il disinvestimento avvenga in modo tale da modificare sì la relazione preesistente, senza però distruggere le affinità reciproche, gli elementi coesivi che, anche se posti ora su basi più concrete e più veriste, costituiscono pur sempre le ragioni e la causa prima di unità della coppia.
Il disinvestimento affettivo è quindi il momento classico della crisi della coppia. Crisi inevitabile ed indispensabile perché crisi di crescita.
La coppia qui si misura con la realtà, e, o si distrugge o ne esce rinnovata, arricchita, adultizzata.
Certamente la distruzione della coppia non va vista solo nelle forme esteriormente visibili di una separazione o di un divorzio, ma ogni qual volta il legame coniugale è compromesso, anche se mascherato da una apparentemente pacifica coesistenza. La coppia è distrutta anche quando solo il Noi coniugale non è più vissuto liberamente e gioiosamente, ma risentito dolorosamente come una imposizione morale o dall’esterno, e non è più sostenuto da una intima capacità di amare e di essere amati.
Naturalmente alla compromissione e alla distruzione della coniugalità si può arrivare per vie diverse e con una varia rapidità dovuta alle circostanze e soprattutto al modo personale, costituzionale, bio-tipologico, di reagire con aggressività, proprio dei due partner. Così pure è legato a questi stessi fattori endogeni ed esogeni il persistere della compromissione e la sua progressione fino alla definitiva rottura.
A volte l’accentuarsi, in ragione del disinvestimento affettivo, della aggressività porta all’incapacità di sopportare il giogo coniugale, fatto di un normale, reciproco, utilizzo e, di conseguenza, questo scambio relazionale viene risentito dolorosamente come una ingiustizia attribuita spesso alla prepotenza o all’egoismo dell’altro di fronte a cui è quindi doveroso ribellarsi.
E i due se non riescono subito a ricuperarsi finiscono per rifiutarsi sempre più ogni collaborazione ed ogni affetto fino alle estreme conseguenze di rottura.
In altri casi invece la compromissione, la crisi coniugale, può essere meno tragica perché è fatta non tanto di vera opposizione quanto di confuso conflitto.
Le attrattive latenti, gli affetti positivi si scontrano qui contraddittoriamente e si alternano con sentimenti aggressivi e affetti negativi anche impetuosi.
Il cammino coniugale è in questi casi evidentemente pieno di tempeste e sempre minacciato da possibili, improvvise ed imprevedibili rotture.
Fintante però che esiste una conflittualità, anche se violenta, c’è motivo di speranza perché vuoi dire che proprio in ragione della loro reattività i due sono ancora emozionalmente ed affettivamente collegati e possono quindi sempre ripristinare, volendolo, anche se a fatica e magari con l’aiuto di un esperto, un dialogo, una coniugalità sulla base di riconosciute, rinnovate reciproche affinità.
Per fare questa ricomposizione i due devono naturalmente chiarire i malintesi coniugali, devono imparare a guardarsi con occhi diversi, imparare a capirsi spingendosi nel cuore delle cose e dei loro reciproci comportamenti cogliendo cioè i loro momenti più inconsci e fantasmatici.
Per la risoluzione di questi conflitti è necessario inoltre saper muovere il primo passo verso l’altro, saper cedere all’altro nel tentativo di capirlo più a fondo, voler uscire da sé per aprirsi all’altro e finalmente incontrarlo sul piano della verità e della concretezza.
Le situazioni veramente tragiche, perché non danno adito a molte speranze di ricupero, sono invece quelle in cui i due, per causa del disinvestimento affettivo, perdono sempre più la forza attrattiva che li porta e li lega l’un l’altro e presi dalle forze attrattive esterne alla vita di coppia, forze centrifughe, si immergono attivamente o nella vita sociale o nell’educazione dei figli (nel caso più comune per la donna) nel tentativo di trovare qui quello sviluppo personale e quella appagante realizzazione di sé che non hanno saputo trovare nella loro esperienza coniugale.
Si è di fronte, in questi casi, ad un nuovo tipo di disinvestimento affettivo in cui l’uno e l’altro progressivamente si abbandonano, si allontanano, si perdono di vista si dimenticano e finiscono per non riconoscersi più, anche se si ritrovano sempre fianco a fianco per il disbrigo di alcune faccende coniugali e famigliari.
Un disinvestimento senza aggressività, ma solo per un arresto di sviluppo di amore, di dialogo interpersonale.
La negatività che può portare il fenomeno del disinvestimento affettivo alla coniugalità può ritrovarsi in moltissimi altri casi che non staremo ad esaminare perché quel che ci preme non è solo mettere in evidenza le conseguenti difficoltà coniugali che ostacolano, in particolare, la formazione della personalizzazione coniugale, ma anche e soprattutto far presente al lettore che di fronte a questi pericoli c’è un solo modo per superarli: la riflessione ed il dialogo aperto e sincero dei due partner.
Il momento del disinvestimento affettivo, lo si è già detto, è il momento più critico e più prezioso della coppia appunto perché impone una radicale revisione di vita, una analisi comune sulle difficoltà che si fanno inevitabilmente avanti, e la ricerca in comune del modo di superarle.
In questo senso il disinvestimento affettivo è un fattore decisivo di unione perché il punto di partenza non solo di ricerca di una nuova comune intesa, ma anche di creazione di un nuovo legame, di nuove affinità e di una nuova relazione dialogica interpersonale.
Le reazioni dei due partners di fronte al fenomeno del disinvestimento affettivo o della scoperta della loro realtà concreta, saranno positive e daranno buoni frutti solo nella misura in cui il dialogo coniugale sarà accettato e portato avanti fino alla verità unificante.

Concludendo
A questo punto sarebbe forse opportuno ricordare quanto si è detto, nella seconda parte di questa guida, a proposito del dialogo, strumento operativo della coniugalità, in modo da poter permettere di rivedere con maggior chiarezza tutti i vari momenti del cammino coniugale, finora illustrati, alla luce del dialogo coniugale e quindi valutare M grado di possibilità e di difficoltà di realizzazione di esso, e della conseguente coniugalità, per ciascuno di questi  stessi  momenti.
Lasciamo però al lettore che lo voglia, di fare questa ricerca, che è del massimo interesse non solo teorico ma soprattutto pratico, perché se lo facessimo noi, ora, appesantiremmo troppo il nostro compito che è solo di semplice guida.
Vogliamo fare al proposito però almeno una sola osservazione e cioè che il vero dialogo coniugale e quindi la vera coniugalità, si ha solo a partire dal momento del disinvestimento affettivo (1) perché solo in quel momento, in quella situazione amorosa, i due partners possono comunicare veramente sul piano della concretezza e possono quindi, attraverso un lucido scambio interpersonale, volere una autentica comunione ed operare una vera personalizzazione coniugale cioè una conversione dei due in un Noi reale.
Le relazioni dialogiche precedenti il disinvestimento affettivo sono invece ancora troppo parziali, troppo superficiali, troppo immature, spesso unidirezionali, troppo illusorie per poter essere considerate autentiche.
Se si consacra poi, come troppo spesso accade, in uno stato di coniugalità, sia religiosa che civile, una simile situazione non ancora matura e capace di coniugalità si rischia molto che la relazione non si sviluppi mai fino ad arrivare alla coniugalità oppure che la relazione si distrugga volutamente quando si riconosca che non vi sono condizioni di vera coniugalità.
Uno stato giuridico di coniugalità non rispondente alla sua realtà psicologica ed esistenziale è tutta una falsità ed una parodia, e i comportamenti amorosi e sessuali connessi, anche se spinti alle forme proprie del coniugio, sono comportamenti solo apparentemente coniugali, di fatto sono solamente giochi pre-coniugali.
Questa sola osservazione è di estrema gravita ed importanza perché anzitutto porta ad un problema quanto mai complesso e spinoso, oggi particolarmente dibattuto, del come vada giudicato lo stato coniugale o matrimoniale, cioè che cosa costituisca di fatto la realtà coniugale sia agli effetti giuridici e sociali — poiché è innegabile che la coppia non è una relazione privata ma un gruppo sociale, un nucleo naturale fondamentale della società, quindi soggetto alle leggi proprie dei gruppi sociali —, sia agli effetti psicologici e sessuologici proprii di ogni vincolo coniugale, e del come si debbano armonizzare questi due aspetti del coniugio.
Ma per noi ora, questa osservazione serve, in modo particolare, a richiamare l’attenzione sulla necessità che non si acceda e non si favorisca mai l’accesso ad una legalizzazione religiosa o civile di un vincolo coniugale quando non si sia certi che la coniugalità vera sia stata, se non psicologicamente già raggiunta, almeno bene impostata, perché l’istituzionalizzazione di per sé non favorisce la crescita e la maturazione, ma, al contrario, fissa su atteggiamenti e comportamenti immaturi, che per alcuni soggetti, tra i più sensibili, saranno causa di inquietudini ed insanabili disaccordi coniugali, e per altri invece, meno problematici, saranno causa di facili adattamenti su posizioni convenzionali, solo molto all’apparenza coniugali.
Insomma anche l’istituzionalizzazione delle relazioni coniugali può divenire causa di difficoltà alla coniugalità vera, perciò come tale va affrontata seriamente, studiata e giustamente corretta, così che si possa uscire, quanto più possibile, dalla sua ambivalenza e favorire meglio la promozione della coppia.

(1) È utile ricordare che il disinvestimento affettivo, anche se illustrato come ultimo fenomeno, non è in realtà quello che deve di necessità verificarsi al più tardi, già a matrimonio avvenuto, perché può invece aversi anche appena costituitasi la coppia. Il disinvestimento non è inoltre un fenomeno esclusivamente emozionale, istintivo, può e deve perciò essere volutamente indotto qualora tardasse a verificarsi. È auspicabile dunque che si cerchi di portare a felice termine tale fenomeno almeno entro il periodo di fidanzamento.

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