Dal profondo…

In fondo al lungo corridoio della loro nuova casa c’era una porta che dava su di uno stanzino buio, con vari ripiani lungo le pareti.
“E’ molto comodo” aveva detto il padrone di casa mostrandolo “ci si può mettere le bici e usarlo come ripostiglio, che in una casa, come sapete, è sempre utile!”
Lei non aveva obiettato, ma dentro di sé aveva incominciato a fare progetti.
Alto e stretto, senza luce né colore, poteva quel luogo così squallido diventare uno spazio mistico?
Altro che biciclette!  Lì dentro si poteva lavorarci bene!
Anzitutto pulire, poi tinteggiare ( lo avrebbe fatto velocemente lui), illuminare con discrezione, ricoprire il pavimento con tappeto, cuscini e sgabelli adatti e…chiudere la porta.
E dentro, ad aspettarli, ci sarebbe stato il loro Maestro.
Sulla parete di fondo avrebbero messo il loro grande crocifisso che, con le sue braccia spalancate, avrebbe accolto in un abbraccio chiunque volesse mettersi in preghiera.
Ed ecco la “loro” cappella!
Vi trovò posto anche un leggio con la Bibbia e il breviario per recitare insieme le ore quando era possibile.
E lo spazio non era troppo piccolo, in due ci si stava benissimo e anche di più, all’occasione.
Una volta ci fu una ricorrenza da festeggiare in famiglia.
Sotto il grande crocifisso, su di un altare improvvisato, un sacerdote loro amico era venuto a celebrare la Messa.
Aperta la porta della “cappella”, si erano disposte le sedie in fila ai lati lungo il corridoio e c’era stato posto per tutti.
Faceva un po’ pensare a quando si fanno gli esami di maturità nei corridoi delle scuole, ma aveva funzionato e la preghiera si era dilatata per tutta la casa.
Di solito invece le altre stanze vivevano la loro rumorosa quotidianità, mentre nella “cappella” si era al riparo e nei momenti più difficili il Maestro era lì ad ascoltare e a farsi ascoltare.
La riservatezza del luogo, pur con le sue limitazioni, permetteva anche ai due sposi una bella libertà di atteggiamenti durante la preghiera in modo che anche il corpo vi partecipasse.
Provarono le posizioni orientali, quella del loto piaceva molto: facendoli  aderire alla terra rendeva più evidente la loro umiltà di creature rannicchiate  nel grembo di Dio, ma non riuscivano mai a mantenerla a lungo per colpa delle loro gambe occidentali che subito incominciavano a dolorare, si accontentarono perciò di imitarla con l’aiuto di uno sgabellino compiacente.
La posizione dell’albero invece li slanciava felicemente verso l’alto, era come se tutta la persona si trasformasse in una invocazione.
Lei, in quel modo, si prese una distorsione a un ginocchio che, per un po’, la costrinse a rinunciare ad altri esperimenti.
Ma le forme più o meno felici della loro preghiera non erano che l’espressione del loro desiderio sincero di vivere seriamente, insieme, il loro rapporto con Dio.
Un rapporto serio, ma tutt’altro che triste; dove avevano letto di quel frate giocoliere che si esibiva con i suoi giochi davanti all’altare della Madonna per farle compagnia, o, prima ancora, di Davide che danzava vicino all’arca?
Certo è che la gioia, come, a volte, la sofferenza, aveva più libertà di manifestarsi in pienezza davanti al Maestro che li guardava benevolo con le sue braccia aperte.
“Vedi?” diceva lei ai bambini che osservavano pensierosi il grande crocifisso “Gesù è lì perché vuole dirti:  Ti voglio tanto bene, tanto così!” e spalancava le braccia.
Questa le era sempre sembrata la spiegazione teologicamente più accettabile della crocifissione.
Andava bene per i bambini, ma andava bene anche per loro, i grandi, che avevano spesso occasione di interrogarsi sulla sofferenza.
Il Cristo con le braccia aperte era il loro rifugio, ma anche la risposta al mistero del dolore che quotidianamente li interpellava e faceva loro ripetere insieme dal profondo della loro casa. “de profundis clamavi ad te Domine….”

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