Come perseverare nella propria scelta

L’unione definitiva non è quella che richiudiamo in una qualsiasi misura di carattere amministrativo. Io parlo qui della decisione interiore di restare fedeli alla propria scelta, cosa che richiede una intensa attività dello spirito, in grado di eliminare i risentimenti e le fantasticherie, un’esigenza interna di lucidità su di sé, per smontare l’idealizzazione ed esercitarsi ad amare la realtà dell’altro. La fedeltà comporta quindi un’evoluzione.

La fedeltà implica la certezza di fronte alla propria scelta e il rinnovo di questa, per non tradirsi. Ogni giorno, scegliere colui o colei che è stato/a scelto/a ieri.

La fedeltà è prima di tutto la fedeltà nella speranza sempre rinnovata di un amore definitivo.

Allora l’amore si sviluppa, progredisce. Si fa carico della scelta iniziale.

Lo slancio vitale non può svilupparsi senza amare. È a questo stesso slancio che noi domandiamo la forza di essere fedeli per la nostra più grande gioia. Amare è la nostra vocazione di esseri umani: noi cerchiamo di capire l’amore solo per amare meglio.

Abbiamo bisogno di calore umano, di sentirlo, di riceverlo, di darlo. Mi si potrebbe dire: allora basta amare, non importa chi. Ma l’amore non si approfondisce senza impegnarsi nel tempo, come abbiamo già detto.

La fedeltà è questo lento e difficile lavoro interiore che si contrappone al gioco perverso delle evasioni verso gli altri. Essa implica il sentimento intenso di essersi dati una volta per tutte. È possibile riprendersi indietro dopo essersi dati? Sfortunatamente talvolta è necessario farlo.

Credere che l’inizio di un amore sia più intenso è un errore: come detto, quella percepita come intensità spesso in parte è esaltazione. Se, una volta che l’esaltazione viene meno, l’amore muore, allora era solo un’illusione.

Gli inganni, i miraggi che riguardano l’amore sono buone intenzioni sentimentali, al di fuori di qualsiasi contesto reale. Tutti pensano di poter amare per tutta la vita e tutti lo desiderano.

Sì, ma come rendere possibile questa speranza? Con un lavoro su di sé che non riguarda unicamente i rapporti con il partner, ma l’insieme dell’esistenza.

Lo sviluppo dello slancio è la sola garanzia della fedeltà, altrimenti le tentazioni, in tutte le loro forme, diventano energia del nostro vero orientamento.

Perso nei suoi sogni, l’individuo spreca l’energia necessaria per sublimare i rancori, insegue il suo sogno senza vedere la realtà, diventa cieco.

In questo contesto come vivere in due, poi in tre, in quattro o più?

Le tentazioni sessuali sono spesso le più evidenti. Al lavoro, lui/lei sono spesso amabili, pieni di attenzioni. Come sarebbe bello vivere con lui o con lei!

Però dimentichiamo che la vita quotidiana si dispiega all’interno di esigenze molto diverse, dimentichiamo che siamo tutti dei falsi motivatori, che nessuno sfugge alla vanità, che i pericoli della routine sono sempre in agguato, che la delusione presto farà mostra di sé; la rabbia di invecchiare ci rende accusatori, come ogni rabbia. Tutti questi pericoli sembrano non esistere in una relazione di lavoro: è così facile idealizzare una persona che non conosciamo!

È evidente che le evasioni sessuali sono pericolose, ma lo sono anche le evasioni materiali, perché l’immaginazione scivola molto rapidamente dai desideri materiali verso colui o colei che possono realizzarli; altrettanto rapidamente poi diviene fastidio nel vedere che è un altro a realizzarli; o senso di colpa per non riuscire a realizzarli da noi stessi.

Le evasioni pseudo-spirituali sono anch’esse da bandire perché conducono a una superiorità vanitosa che implica la perfezione di sé ed esige la perfezione dall’altro. Le giustificazioni in questi casi sono come i leucociti attorno a una ferita infetta: pullulano e si riproducono.

Tutto serve per svalutare un partner così manifestamente imperfetto e dato che questi, ovviamente, è a sua volta un essere limitato, i suoi limiti diventano un capo d’accusa permanente. I rimproveri sembrano giustificati, la falsa motivazione dell’uno eccita quella dell’altro, anzi la provoca addirittura, non foss’altro per sfida.

Se l’unione persiste, non è più sotto l’egida della fedeltà; si tratta di un divorzio nella fantasia, di un’unione convenzionale. Ne consegue un aggravamento delle evasioni, la crescita dei rancori.

La fedeltà all’altro diventa, nel suo senso più profondo, fedeltà a se stessi perché la fedeltà all’altro porta con sé la necessità di eliminare le evasioni (fantasticherie verso l’altro) e le ruminazioni, i rancori e le altre forme di non accettazione, non solo dell’altro, ma della vita stessa: questo perché l’armonia interiore non sia una parola vana, questo per soddisfare il bisogno più profondo del nostro essere, quello di amare.

La fedeltà comincia quindi con l’amore per il nostro io essenziale, l’io animato dal bisogno di superarsi.

Questo io essenziale ha delle esigenze, chiede di essere alimentato. Nutrito, rende il centuple di ciò che ha ricevuto. Se l’individuo gli è fedele, centro da cui provengono le soddisfazioni primarie, esso assume su di sé, giorno dopo giorno il lavoro di scioglimento dei risentimenti e rinnova così l’amore che porta in sé e, come conseguenza, l’amore che ha per il partner.

Ciò dimostra che il legame essenziale è lo stesso per sé e per l’altro: ci unisce in un’esigenza comune. La “costrizione” costituita dalla fedeltà, imposta dal bisogno di armonia, è quella più difficile da assumersi, ma una volta che sappiamo accettarla, aumenta il piacere di vivere.

 

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