Archivi per la categoria ‘Scene da un matrimonio’

Si possono dimenticare le stelle?

“Posso fermarmi ancora un po’qui con te, almeno fino a notte, quando il cielo avrà cambiato aspetto e potremo ammirare le stelle?”
Disse lei timidamente, dopo aver goduto del caldo abbraccio del sole.
Lui rise: “Se dovessimo aspettare che il sole abbia compiuto tutto il suo percorso nel cielo fino a sera, temo che il tuo permesso di soggiorno qui scadrebbe molto prima.
Ma facciamo così: tu adesso te ne ritorni buona buona a casa e la prossima notte serena, io sarò accanto a te e potremo parlare di stelle.”
Lei era un po’ delusa.
“Verrai davvero? Per quanto mi ricordo là, sulla terra, la notte di San Lorenzo, quando io schieravo tutta la famiglia sulla terrazza per osservare lo spettacolo delle stelle cadenti, tu eri il meno entusiasta!
I bambini aspettavano fiduciosi con il naso all’aria, guardando in diverse direzioni del cielo, in attesa della caramella che arrivava come premio a chi avrebbe avvistato una stella cadente, ma, a un certo punto, uno chiedeva: “Dove è il papà?” e la risposta era : “E’ andato a dormire!”
Evidentemente ti stancavi presto di quel gioco!”
“Ora è diverso!” la rassicurò lui “Non è più lo stesso gioco, ora potremo fare qualcosa di meglio: scoprire insieme attraverso la bellezza la verità delle cose.”
Che cosa poteva obiettare lei? Niente, infatti si arrese e aspettò pazientemente quella notte.
La notte ha tante facce, quante sono le pagine di storia di chi la vive.
E’ sempre un momento forte.
Nell’ombra delle cose i pensieri emergono lucidi e prepotenti e gridano nel silenzio, imponendo una loro realtà, destinata spesso a sparire con le luci del giorno, ma a lasciare in profondità un segno.
Lei ricordava le notti della sua infanzia e della sua fanciullezza, trapunte di interrogativi, come spine conficcate nella mente, che facevano sempre più male…
Poi, con il passare del tempo si profilavano le soluzioni esistenziali, le risposte estreme alle domande più pressanti, gli slanci verso grandi orizzonti.
Ma, nell’età adulta, tutto si era fatto più sereno, le notti non erano più solitarie, ma segnate da presenze familiari, disturbate soltanto dalle cure richieste dai bambini, vissute con lui che ne condivideva croci e delizie.
Ora però si era fatto silenzio e lei restava sospesa tra i ricordi e le attese, le speranze, senza le quali non c’è vita.
Quali attese? Attese di una rivelazione più profonda, che toccasse le basi stesse del vivere e ne illuminasse il significato, attesa di un risveglio definitivo che, al termine di una lunga strada, portasse finalmente alla luce.
Pensava a tutto questo mentre cercava le stelle che poteva vedere nel breve pezzo di cielo ritagliato dalla cornice della sua finestra, breve ma sufficiente per inquadrare egregiamente Orione, che spiccava come un disegno geometrico, tracciato nel buio della notte da una mano sapiente.
Le piacevano specialmente quelle tre stelline, messe lì ordinatamente in fila, di cui non ricordava mai il nome: la cintura di Orione o i tre Re Magi.
“Anche a me piacciono molto” disse lui improvvisamente alle sue spalle.
“Dio conosce anche i loro nomi perché chiama le stelle ad una ad una e loro gli rispondono: Eccomi! Si mettono ordinatamente al loro posto secondo il suo disegno e lì rimangono “clarite et preziose et belle”.
“Sai? Mi è sempre sembrato un grande dispendio di energia!” gli confidò lei “Se penso a quegli immensi mondi che si traducono per noi in punti luminosi e tremanti che una nuvola può cancellare e si offrono solo in alcune occasioni al nostro stupore, per poi essere dimenticati all’apparire del sole…
“Ma tu pensa un momento se il cielo di notte fosse vuoto” disse lui “senza luna e senza stelle.
Noi non capiamo a che cosa servano le stelle, forse gli scienziati lo sapranno, ma a noi basta guardarle per essere catapultati in un universo che ci trascende e ci emoziona.
“A che tante facelle?” Si chiedeva il tuo Leopardi.
E Dio diceva ad Abramo: “Guarda le stelle e prova a contarle se ti riesce!”
Le stelle sono una sfida alla nostra piccola mente, perchè riconosca i suoi limiti e nello stesso tempo si senta chiamata e provocata da una bellezza che la commuove.
Certo, è un grande “spreco” di energia, ma nasconde un mistero di amore.
“Vuoi la luna?” Si dicono gli innamorati. “Sono pronto a dartela!”
Ma se questo rimane per loro solo uno slancio poetico c’è Qualcuno che lo può fare veramente e lo fa per ciascuno di noi, per il principe e per il povero, senza distinzione.
Ecco –dice Dio – vuoi l’infinito? L’incommensurabile? Il grandioso? E lo vuoi scintillante di bellezza? Ecco, Io posso dartelo .
Ti lancio così una grande sfida, puoi ignorarla, ma non per sempre.
Verrà il momento che tu sentirai il suo richiamo, l’attrazione di questo grande abbraccio dell’universo che vuole accoglierti nella sua armonia.
Verrà il momento di arrendersi a ciò che grida dalle meraviglie dell’essere, come un irresistibile richiesta di amore.
Per questo le stelle sono “preziose” al di là di ogni utilità pratica che noi possiamo immaginare.
Sono l’estremo tentativo di Dio di stupirci per farci uscire dalla nostra illusione meschina di autosufficienza, che impazzisce davanti a questa provocazione.
Sono un invito pressante, grandioso, esagerato, a buttarci nelle sue braccia.
Fermatevi e sappiate che Io sono Dio!”
Ora stavano fermi anche loro, in silenzio, quasi trattenendo il respiro, in uno stato di tensione che non poteva durare a lungo senza spezzarsi.
“Una stella cadente!” Disse lei in un soffio, timorosa di interrompere quell’incanto, ma rallegrata da quella breve scia luminosa che, improvvisamente, veniva a collegare, in qualche modo, il cielo e la terra, l’ignoto misterioso con il quotidiano.
“Sì, però si è anche bruciata in questo passaggio!” Sospirò “C’è come un avvertimento in questa distruzione, non si passa impunemente tra queste due dimensioni.
“ Almeno non da soli” Aggiunse lui “Serve un ponte tra l’umano e il divino, tra i nostri limiti e l’illimitato, tra l’uomo e Dio e questo ponte noi lo conosciamo: è l’uomo Dio Gesù Cristo, la stella del mattino che si leva alta nei nostri cuori per salvarci.
Allora forse non è tanto importante salire sui monti e munirsi di telescopi per guardare le stelle, ma chiudere gli occhi e guardare dentro al nostro cuore per avere la vera illuminazione.
Già! “La legge morale dentro di me” di Kantiana memoria, che faceva il parallelo con “il cielo stellato sopra di me”, ma possiamo mettere da parte le stelle, come fossero un mucchietto di cose brillanti da offrire soltanto ai bambini e ai poeti?
Sarebbe troppo triste!
Io penso invece che gli eremiti del deserto, quelli che si privavano di tutto e mangiavano locuste, non si facevano mai mancare lo spettacolo che le stelle davano per loro nella notte.
Dicono che lì le stelle sbocciano come fiori e sono tanto vicine da poterle toccare, dopo simile esperienza è chiaro che il mondo perde le sue tentazioni!
Si possono dimenticare le stelle?”

Messer lo Frate Sole

Camminavano in silenzio per un sentiero erboso, simile a quelli che tante volte avevano percorso sulla terra in ogni stagione dell’anno, con il verde dell’erba tenera della primavera e l’oro delle foglie secche sotto i loro piedi.
Il sentiero però era stretto e ripido, non vi si poteva camminare appaiati, ma solo uno dietro l’altro e lui andava avanti tranquillo, spostando per lei i sassi che ostacolavano il passaggio e scostando i rami che si affacciavano dai lati ombrosi.
Lei lo seguiva non sapendo bene dove erano diretti, ma desiderosa di salire e attenta a seguire i suoi passi.
Arrivarono su di un pianoro, da dove si poteva scorgere un largo spiazzo di cielo rischiarato dall’alba incipiente.
L’aria vibrava dolcemente come mossa dalla vivacità dello Spirito.
Lui disse sommessamente: “Se verrà alla seconda vigilia, o alla terza vigilia beati quelli che troverà vigilanti”.
A lei risuonarono dentro le parole del salmo: “Penso a Te nelle ore notturne”
La vita è dunque sempre una attesa fino a quando giunga la stella del mattino?
L’uomo passa dalla notte al giorno, dalle tenebre alla luce, dal sonno della morte al risveglio della vita…
“Sì, è così “disse lui “ma spesso non ne è consapevole e vanno perse tante occasioni preziose.
Vedi quella piccola nuvola scura là all’orizzonte?
E’ piena di lacrime di pioggia, quando le avrà versate tutte e queste avranno fecondato la terra sotto di lei, è destinata a scomparire e a lasciar passare più chiari i raggi del sole.
E’ molto bello il creato, ma non è solo bello, è anche lo strumento per eccellenza che ci rivela Dio, è la sua manifestazione adattata alle nostre limitate capacità di comprensione, fino a quando i cieli  e le terre nuove diventeranno trasparenti per gli uomini salvati e allora ci sarà l’accesso alla visione che ci attende da tutta l’eternità.
Intanto la pedagogia divina opera con sapienza.
San Francesco aveva capito ciò con una intuizione geniale e il suo Cantico delle creature è molto più di un semplice componimento letterario, è una Summa teologica che esplora il significato dell’universo.
Vedi? Sta sorgendo il sole, quello che Francesco chiama Frate sole “lo quale è iorno et  allumini noi per lui.  Et ello è bello e radiante cum grande splendore, de te Altissimo porta significazione.
Non si poteva dire con maggior forza e verità le caratteristiche del sole quelle che noi diamo per scontate mentre sono elemento essenziale della nostra vita.
 Gli antichi che lo adoravano, in un certo senso, erano più logici di noi perché sentivano che esso “significava”, portava il segno di quel Dio che non era stato ancora rivelato loro”.
Lei era perplessa.
“In realtà”confessò “io non ho avuto mai una grande simpatia per il sole, spesso preferisco l’ombra, oppure il sole quando sorge o quando tramonta, quando cioè non è al massimo del suo splendore, allora mi mette in fuga!
“Veramente” precisò lui “il sole è sempre uguale a se stesso,sono le diverse situazioni nel tempo e nello spazio che ce lo fanno percepire in modo diverso, come la potenza di Dio non cambia, ma cambia il nostro modo di avvicinarci a Lui.
Basta aver assistito qualche volta a quella che sulla terra si chiama eclissi di sole per accorgerci della sua importanza e dell’angoscia grande che dà la sua scomparsa, anche per poco tempo.
Davvero esso ci illumina, come dice Francesco, anche se lo sfuggiamo o, semplicemente, ci dimentichiamo di lui e la nostra vita sulla terra dipende da lui, come tutta la nostra vita dipende da Dio.
Ho visto certi fiori del nostro orto spalancarsi senza paura sotto i suoi raggi, lasciare che i loro colori e i loro profumi ne venissero esaltati, sono fiori coraggiosi, dovremmo imparare da loro!
Invece, hai notato come la gente porta sempre più spesso neri occhiali da sole, come avesse paura di restare abbagliata,come per nascondersi da lui?
Certo nessuno può fissare il sole, come nessuno sulla terra può vedere Dio, ma lasciare che Lui ci accarezzi, ci scaldi , ci accompagni e ci illumini insieme a tutto il creato è quanto di più intelligente l’uomo possa fare!
Tu sai che cos’è la scomposizione della luce?”
“Sì” disse lei “se ricordo bene ce lo aveva spiegato a scuola il professore di fisica, mostrandoci come, passando attraverso un prisma, essa si scomponesse in un magico gioco di colori diversi contenendo tutti quelli dell’arcobaleno.
E’ la splendida luce dei diamanti che ci incanta nelle vetrine dei gioiellieri, ma che si presta anche alla meditazione sul significato della sua meravigliosa irradiazione.
I nostri pensatori medioevali avevano elaborato diverse teorie sulla luce: io ricordo un nome che mi è rimasto impresso perché un po’ particolare, quello di Roberto Grossatesta e poi il grande Bonaventura che nella luce vedeva l’opera magistrale di Dio, ma penso che ogni giorno tutti noi, ogni volta che ci guardiamo attorno e percepiamo gli effetti della luce ne possiamo ricavare nuovi insegnamenti.
“Sì” confermò lui “ la luce è davvero l’opera magistrale di Dio, è la sua prima parola: “Sia fatta la luce!”E per il mondo si sono squarciate le tenebre.
Una delle caratteristiche del sole è quella di farci vedere come possa brillare su tutti e su ciascuno nello stesso tempo e con la stessa forza,una presenza benefica che si diffonde e si concentra senza alcuna contraddizione.
Così Dio ama tutti e ciascuno, tanto da farci pensare ad  un amore personalissimo ed esclusivo.
E poi c’è la meraviglia che ti ha fatto vedere il professore di fisica in quell’aula ammuffita del nostro liceo: il prisma che nella stanza oscurata fa passare i colori dell’arcobaleno, dimostrando che la luce solare non è neutra, ma si può scomporre in tanti colori.
Ci sarà una spiegazione scientifica di questo fatto, che non ci interessa più di tanto, ma c’è  anche una suggestiva indicazione della diversità dell’azione di Dio su ciascuno di noi, a seconda del nostro bisogno e della nostra risposta
A volte l’azione di Dio è bruciante, ti investe e ti spaventa come una fiamma, direi che usa un raggio di colore rosso fuoco; per fortuna non è frequente se non per i grandi santi i quali ne restano segnati per tutta la vita.
Per noi, comuni mortali, usa un raggio di colore azzurro che ci fa da aura, da ambiente salvifico.
Chi lo respira e se ne lascia avvolgere ne viene anche sostenuto.
Come l’acqua sostiene la vita e i movimenti del pesce, così l’aria ricca di sole accompagna l’uomo nella sua esperienza terrena e gli fa presagire l’esperienza celeste che lo aspetta.
Dio è luce, dice S. Giovanni, e noi tutti abbiamo bisogno di luce, una luce che si posi su tutti, ma  su ciascuno di noi in particolare e si colori diversamente a secondo delle nostre attese.
Così il verde risveglia in noi il colore dei nostri prati e delle nostre speranze, il giallo riscalda una felice maturità e il viola illumina le pensose meditazioni della sera. 
Questo fascio di colori continuamente ci avvolge, anche quando noi non ce ne accorgiamo ed esprime una presenza attenta ed amorosa su di noi.
E’ la veste bella che ci riveste, segno di predilezione, come la veste bella donata da Giacobbe a Giuseppe che suscitò l’invidia dei fratelli.
Ma noi non dobbiamo cadere nel tranello diabolico della divisione: la luce è un segno di unificazione nella valorizzazione personale, è un segno di quando misteriosamente e realmente Dio sarà tutto in tutti alla fine dei tempi.”

Come sempre, dopo la gioia e la comunione delle parole, scese tra i due il silenzio.
Il sole splendeva già alto e li avvolgeva amichevole e caldo nel suo abbraccio.
Nelle loro mani intrecciate un raggio era andato a colpire i loro anelli nuziali e li faceva splendere di preziosissimo oro.

 

Bambini

“Hai visto?”
Disse lei felice non appena si accorse che lui la stava ascoltando.
“E’ nato un bambino nuovo e porta il tuo nome!”
Da che cosa capiva che poteva incominciare ad intrecciare un dialogo con lui?
Dal silenzio che le si faceva improvvisamente intorno, quando le voci diventavano sfocate per lasciare spazio a parole più vere, dalla risonanza profonda, che uscivano dall’anima.
Allora poteva sentirsi in comunione con quel mondo misterioso eppure realissimo a cui lui già apparteneva.
“Hai visto il bambino?  Hai visto i suoi occhi?
E’ nato da poco ma sembra già che si guardi intorno, osservando tutte le cose, che comunque gli piacciono, perché spesso sorride.”
Anche lui sorrideva compiaciuto.
“Ho visto! Spero di poterlo proteggere e che il suo angelo custode non ne sia geloso!
La forza e l’inventiva di Dio sono veramente grandi!
Noi, dal cielo, vediamo queste creature nuove, che Lui non si stanca di mandare sulla terra e facciamo festa!
Sappiamo che ciascuno di loro rappresenta un Suo pensiero, un Suo progetto e porta con sé tutti i doni che gli permetterà di realizzarli…è chiaro che noi facciamo il tifo per lui!
Vediamo quanto amore e quanta speranza li accompagna, per questo i bambini spesso sorridono e ci fanno sorridere guardandoli.
E’ bello soffermarsi a indovinare le possibilità che li accompagnano, hai presente la parabola dei talenti?
Ogni bambino che nasce ha il suo rifornimento di talenti  che sono molti di più di quanto comunemente si crede, e noi, in cielo, scommettiamo sulla loro realizzazione.
Qualcuno si perde per la strada nel lungo cammino che devono percorrere sulla terra, ma altri hanno uno sviluppo straordinario!
Si manifesta spesso la grande “giustizia” di Dio, che non fa accettazione di persone.
E’ sorprendente vedere come i poveri, in tanti casi, diano dei punti ai ricchi e raggiungano risultati inaspettati
Nelle storie dei santi questo è particolarmente evidente: si vedono bambini che si potrebbero dire sfortunati, perché hanno perso precocemente i genitori, perché sono cresciuti in situazioni difficili dal punto di vista fisico e sociale, ma poi, presi per mano da Dio, sono diventati uomini capaci di vivere e diffondere splendidamente il suo amore.
E’ il mistero della Grazia di Dio e della libertà dell’uomo.
Proviamo a giocare un po’ con quei mattoncini che formano la struttura spirituale del DNA di ogni uomo.
C’è la volontà di vivere?
Questa è essenziale e si manifesta subito.
Se il nostro bambino, a poco tempo dalla nascita, si guarda attorno con interesse, checché ne dicano gli esperti, vuol dire che sta creando un bel rapporto con la vita che lo aspetta.
E questo serve a tutti e a tutte le età: siamo responsabili del modo in cui guardiamo le cose.
Se i nostri occhi non sono limpidi, se non sono attenti e bene aperti, tutto il mondo ne risulta offuscato e viene messo in questione, ma se tu cerchi di mettere chiarezza nel tuo sguardo e di osservare le cose senza filtrarle attraverso i tuoi pregiudizi, spesso negativi, allora puoi imparare da loro l’amore e la bellezza di Dio.
Il distacco dal mondo vuol dire anche prenderne le distanze quanto basta per poterlo vedere meglio nella sua giusta luce e non guardarlo di traverso, come un insieme di tentazioni da evitare.
Per fortuna un bambino nuovo che entra nel mondo ci entra come un visitatore curioso ed attento, desideroso di imparare, per questo i suoi occhi sono così puri e commoventi, belli da vedere e pieni di insegnamenti anche per noi adulti!”
Lei era molto contenta di sentire tutti questi apprezzamenti verso il bambino che le stava a cuore e conveniva volentieri a tale discorso ma voleva aggiungere, anche lei, qualche cosa.
“Sai?” disse “Io ho notato un’altra cosa bella: sia che lo tieni tra le braccia, sia che lo sistemi nel suo lettino, sia che lo disponga per la sua poppata, lui si comporta in un modo che definirei dinamico e duttile insieme.
Anche qui mi sembra che ci insegni qualche cosa: prima di tutto si fida, si lascia “muovere” da chi è più grande e forte di lui, e poi collabora di buon grado trovando una sistemazione soddisfacente per sé e per gli altri.
Così è tutto più facile, dovremmo fare così in ogni occasione di cambiamento che venga ad interrompere le nostre care abitudini.
E’ bello pensare che chi ci muove sono le mani del Padre e un Padre come il nostro non ci lascerà mai cadere, non disturberà la nostra pigrizia se non per aprirci a situazioni nuove a cui ci dobbiamo adattare nel modo migliore, in vista di equilibri superiori che ci aspettano e che Lui solo conosce.
Se non diventerete come bambini…
Ancora una cosa: ho sempre pensato che in paradiso si potesse sentire la mancanza dei bambini, dal momento che in cielo si dovrebbe raggiungere la piena maturità, ma ora credo che il bambino che è in noi troverà lì la sua espansone migliore e potrà rivelarsi in tutta la freschezza della sua novità in un ambiente fatto totalmente sulla sua misura.
Del resto nella tenerezza della vita coniugale c’è già un anticipo di tutto questo.
Nell’intimità di ogni coppia i due hanno la gioia di potersi comportare gli uni verso gli altri come bambini, liberi da ogni impaccio che li condizioni.
Ogni coppia di innamorati sa come l’altro diventi tra le sue braccia un bambino felice!
E questa è una grazia, un dono particolare dell’amore, spesso nascosta agli occhi degli estranei a cui dobbiamo guardare con riverenza e rispetto perché ci introduce alla tenerezza di Dio!”
Adesso lui e lei si sentivano ancora più uniti e si guardavano sorridendo: stavano sperimentando una volta di più la tenerezza di Dio nella dolce commozione dell’essere nonni!

 

Veni Columba Mea

Il profilo delle montagne si stagliava tutto intorno facendo cornice all’orizzonte.
Veramente non erano alte montagne, ma piuttosto colline ricoperte abbondantemente di scuri boschi e di prati più chiari, sparsi qua e là.
Da un lato, nell’incontro di due valli, c’era una radura più verde delle altre, forse perché ancora raggiunta dagli ultimi raggi del sole al tramonto.
“Lì si potrebbe giocare al Paradiso Terrestre”
Pensò lei, fissando la sua attenzione su quella macchia luminosa di verde.
“Da lì si potrebbe ricominciare la storia degli uomini, la nostra storia, scacciando subito il serpente, ed evitare il peccato e tutto il dolore e il sangue che hanno poi riempito la terra!
Si sarebbe potuto fare a meno, così, della redenzione, della passione e morte di Cristo, con il cumulo delle sue sofferenze…”
“E anche della sua resurrezione?”
Chiese lui che, senza farsi sentire, era venuto a sedersi accanto a lei sull’erba verde, come facevano nei giovani giorni del loro amore.
“No, non è più possibile farne a meno!
Come potremmo pensare alla nostra vita eterna se non avessimo visto Cristo risorto, che cammina accanto ai suoi amici, mangia con loro, si fa guardare dai loro occhi e toccare dalle loro mani per vincere ogni diffidenza e paura?
Così sarà per noi, così è già sulla terra per chi sa vedere con gli occhi della fede.
Vorrei tanto che tu ne fossi capace, non saresti più triste!”
“ Non è facile” sospirò lei “siamo così abituati a credere solo a ciò che si vede, proprio come ha detto S. Tommaso : se non vedo…”
“Senti allora che cosa dice S. Ambrogio” recitò lui “Non credere solamente agli occhi del corpo. Si vede meglio l’invisibile, perché quello che si vede è temporale, invece quello che non si vede è eterno. E l’eterno si percepisce meglio con lo spirito e l’intelligenza che con gli occhi.”
“E’ vero” ammise lei “però non ti sembra che qui siamo di fronte ad un paradosso: si screditano gli occhi, che sono fatti per vedere, e si chiede di dare fiducia solo allo spirito e all’intelligenza, che senza dubbio sapranno più cose degli occhi, ma non danno a noi la stessa immediatezza di conoscenza, non è una prova da poco riuscire ad accettarlo!”
“Non è una prova da poco” ammise lui “ma è la prova che sta alla base della vita spirituale di ogni uomo.
Nel bel mezzo del Paradiso Terrestre, tra le piante ricche di frutti e le erbe verdi che ti facevano sognare, i nostri progenitori si sono fidati solo di sé, dei loro sensi, hanno conosciuto la prova e sono caduti…
Credi tu che noi saremmo stati migliori di loro?”
“Non so, forse no” rispose lei “però mi sembra che io non ti avrei messo nei guai, come ha fatto Eva, e tu non ti saresti lasciato trascinare tanto facilmente da me, avresti dimostrato un po’ più di carattere…
Mi spiace proprio pensare che la prima coppia si sia dimostrata così meschina!
Forse per questo ha perso di credibilità il matrimonio e per tanto tempo è stato guardato con sospetto.
Se questo è l’aiuto che gli sposi dovevano darsi…”
Ma lui era più comprensivo:
“Probabilmente si sono perdonati in fretta a vicenda perché subito dopo hanno fatto un figlio!”
Il pensiero di Caino, però, non era di quelli che lasciano tranquilli.
Anche lì c’era poco da stare allegri!
Ma perché tutte queste ombre nascondono così spesso la luce?
Lui taceva: evidentemente non era ancora possibile avere una risposta.
Ci fu silenzio, ma era un silenzio buono, pieno di attesa e di promessa di consolazione.

Non si può scegliere la nostra prova, solo fidarsi e credere che non durerà in eterno e ci aiuterà a crescere.
La tristezza sarà cambiata in gioia e nessuno ce la toglierà, come accade alla donna che, nella sofferenza, ha partorito un figlio.
Il primo passo è riconoscere la nostra prova ed accettarla, si può arrivare anche ad amarla.
Lei non si sentiva ancora pronta ad accettare la prova della solitudine, che la tormentava, quella “beata solitudo, sola beatitudo” dei Padri le sembrava in opposizione alle parole di Dio nella Genesi: “Non è bene che l’uomo sia solo” (e anche la donna), mentre rimaneva ostinatamente presente la domanda essenziale: “Che cosa dà consistenza alla mia vita solitaria?”
“L’amore di Dio presente”disse severo lui, che conosceva i suoi pensieri “e il mio amore, che è il mezzo con cui Dio si è manifestato e comunicato a te.
Vorresti mettere in questione o rinnegare questi due elementi basilari della nostra storia?
Non puoi farlo se vuoi essere onesta.”
La loro storia!
Un insieme di casi fortuiti, di circostanze impreviste, che, sommandosi, si erano rivelati poi determinanti ed essenziali.
Ripercorrere il proprio cammino è scoprire che si è stati guidati, in modo misterioso e sapiente verso una pienezza insperata di doni!
Certo, si poteva fare meglio!
“Si può fare meglio” replicò lui con forza “Non è più tempo di rimpianti: ora si deve semplicemente, coraggiosamente vivere la nostra prova.
Sai che cosa facevano gli antichi Germani e, in genere, i popoli nomadi, quando si preparavano per un viaggio che li avrebbe portato verso una nuova patria?
Bruciavano dietro a sé le loro case e i loro raccolti, per evitare che li prendesse il desiderio del ritorno e li facesse rinunciare alla nuova spedizione!”
“Sarà stata una strategia necessaria” fece lei dubbiosa “ma anche molto barbara, e poi non è vero che bruciassero tutti i loro raccolti, quelli che potevano li portavano con sé per avere di che nutrirsi almeno nei primi tempi del loro viaggio.
Io non brucerei mai il mio passato, ma se c’è una provvidenzialità nella sua fine almeno mi fermerei a raccogliere tutto quello di buono che mi ha dato per il futuro.”
“D’accordo, guarda come niente va perduto del bene passato, anche a nostra insaputa !” disse lui.
Videro nel mezzo di un prato una grande quercia.
La sua chioma folta copriva d’ombra il terreno intorno, mentre i rami più alti giocavano con il sole.
Sembrava carica d’anni, la corteccia rugosa portava i segni di intemperie e di ferite, ma il portamento era forte e vigoroso.
“Guarda!”disse ancora lui:
A terra, per lungo tratto, erano cadute le sue ghiande e si erano allegramente sistemate nell’erba.
Col tempo alcune si erano impiantate nel suolo e, con l’aiuto della pioggia, si erano fatta strada fino a conficcarsi saldamente nel terreno.
Da lì si vedevano spuntare qua e là, tra l’erba, delle giovani pianticelle, le cui foglie, teneramente verdi ed elegantemente frastagliate, ripetevano il profilo di quelle della pianta madre, richiamandone la provenienza.
Quante piccole querce si svilupperanno dai semi di una vita feconda?
Si domandava lei sorridendo delle sue preoccupazioni.
Non saremo noi, per ora, a saperlo, forse ci sarà poi un riconoscimento d’amore tra tutti gli uomini legati misteriosamente da un’unica linfa!
Sul prato saltellavano e becchettavano dei magnifici uccelli, che poi svolazzavano tra i rami e, da una impalcatura all’altra, arrivavano a raggiungere la libera cima dell’ albero da dove volavano scomparendo nel cielo.
“Ecco” disse lui“partiamo tutti dalla terra, che ci nutre e ci sostiene con magnifici fiori ed erba e poi siamo chiamati alla libertà del cielo.
Non ci rendiamo conto che abbiamo le ali e perciò non siamo destinati a saltellare sempre sulla terra, anche se questa ci può incantare.”
Guardando bene videro che quegli uccelli felici, che spiccavano il volo dopo essere saliti di ramo in ramo, erano sempre in coppia e se qualcuno si attardava nella salita l’altro si fermava ad aspettarlo e lo richiamava con insistenza in diversi modi.
Ogni coppia aveva un suo richiamo particolare che la distingueva da tutte le altre: a volte era leggero quasi sussurrato, a volte gridato e imperioso, a volte simile a un dolce lamento a cui l’altro era chiamato a rispondere.
Sull’estremità di un ramo, un po’ discosto dagli altri, quasi in bilico tra il legno della pianta ed il cielo, se ne stava una tortora dal mantello rosa e tubava dolcemente come in attesa di un richiamo.
Ogni tanto si alzava sulle zampette e apriva le ali come per prendere il volo, ma poi ricadeva nella posizione di prima, lisciandosi rassegnata le penne.
Quella tortora attirava l‘attenzione di lei, con un misto di simpatia e di compassione, forse perché era abituata a vederne una coppia posata stabilmente sull’antenna della televisione sul tetto della sua casa, perciò quella solitaria le sembrava fuori posto mentre si guardava intorno inquieta, con il suo piccolo occhio rotondo.
“Ti stai preoccupando inutilmente” disse lui “ora il sole se ne va, lasciando in ombra le cime dell’albero e anche i suoi abitanti, che si ritireranno a dormire in qualche nascondiglio tra le foglie.
Domani, all’alba, vedrai, troveranno la loro strada e voleranno insieme verso il cielo.”

A passo di danza

“Dunque ora conviene imparare a danzare!” si disse lei ripensando all’esperienza vissuta sotto il salice.
Danzare? Non le era mai piaciuto, almeno nella forma comune, con quel protagonismo esasperato del corpo che la disturbava.
Ma forse non era l’unica forma, doveva essere importante recuperare il vero concetto di danza.

Intanto, nella bibbia, essa è sempre collegata con la musica e con la festa, di cui è un elemento essenziale per estrinsecare e comunicare fisicamente un giubilo che si diffonde e va oltre i limiti individuali dei danzatori.
E’ un canale privilegiato che diffonde notizie di gioia,  ne testimonia e celebra la bellezza coinvolgendo tutti gli astanti in una dimensione corale.
 E allora bisogna mettersi in ascolto e fare silenzio dentro di noi per comprenderne meglio il significato del messaggio.

C’era molto silenzio, nella sua anima e intorno a lei, quella sera…
Nel giorno, che non era ancora passato, e nella notte, che tardava a venire, la luce indefinita era, come il solito, carica di attesa.
“Vuoi danzare con me?”
Le chiese lui con un aperto sorriso che voleva prevenire la sua risposta
“Non so ballare, lo sai” rispose lei inquieta “Perché me lo chiedi?”
“ Sono tante le cose che non sai, per fortuna potrai ancora impararne molte!”Precisò lui
Lei rise.
“ Non dirmi che tu mi potresti insegnare! In FUCI c’è chi ricorda ancora le tue prestazioni pesanti nei balli di studenti!”
“Ma allora non avevo ancora imparato niente in proposito! Ora, invece, ho avuto occasione di fare molta pratica. In cielo si danza sempre perché qui c’è armonia. Gli uomini devono scoprire questa armonia, allora i loro passi saranno passi di danza, in consonanza con la musica che è nel cuore della creazione.

Gli scienziati dicono che dovremmo sentire questa musica cosmica che accompagna i movimenti dell’universo, ma non è da tutti.
Un buon addestramento si può avere incominciando a prestare orecchio alla voce di Dio che si è espressa con i suoi comandi.
Sembra strano ma è così.

I primi passi sul cammino della vita, quelli più importanti, che insegnano ad avere un comportamento eretto ed una base stabile su cui appoggiare i piedi, sono i comandamenti.
Tutte le altre parole, i consigli evangelici, le parabole, la suggestione degli esempi, ti sostengono e ti danno uno slancio che si trasmette direttamente dalla testa ai piedi e viceversa.
Hai mai pensato che si può danzare il vangelo?
Non per niente è una buona novella.
Del resto nel canto gregoriano i monaci e le suore di clausura sembrano restare fermi, ma la loro voce sale e scende, si arrampica su per i toni più alti, si adagia sui più bassi, fa letteralmente le scale con un meraviglioso e continuo dinamismo.

Ora non penso che questi stessi religiosi, quando sono soli nelle loro celle, o quando si ritrovano in festa, non si lascino andare ad esprimere anche con il corpo il giubilo del loro cuore.
Una volta acquisito uno stile questo rimane a caratterizzare tutti i nostri gesti!”

Lei si ricordò di un famoso dipinto che le era sempre stato caro.
“Possiamo partecipare anche noi a una festa danzante” disse “a patto che sia come quella che ha dipinto il beato Angelico.
Anche lì sono in paradiso, ma il prato e gli alberi fioriti ricordano tanto certi bei paesaggi naturali.
Le anime danzano in una specie di carosello, guidate per mano dai loro angeli custodi e i loro passi leggeri non sembrano neppure curvare le erbe alte del prato
E’ così che si danza in paradiso?”
“Molto meglio di così”Fu la risposta “Ma, se vuoi, possiamo incominciare da lì.
Io farò la parte del tuo angelo custode e tu, come sempre, sei privilegiata perché io porto il nome di un arcangelo!”
“Dovrai essere molto bravo e paziente nel guidarmi: non sarà facile smuovermi, non sono per niente duttile!” Precisò lei.
“Sì che lo sei, basta trovare un’idea forte che ti convinca, dalla testa e dal cuore partono tutte le nostre azioni.
Vedi: chi danza ha un rapporto particolare con la terra.
La terra è il punto di partenza, il luogo base, ma poi con un esercizio che si può chiamare ascetico, si deve imparare a staccarsene, per muoversi liberamente secondo l’ispirazione della musica e poi tornarvi il minimo indispensabile per riprendere il gioco.

Ora il gioco della vita consiste nell’usare l’occasione che ci viene data sulla terra per salire verso il cielo.
Un passo dopo l’altro, uno slancio dopo l’altro, una rincorsa senza fine…
Bisogna non stancarsi mai e avere un animo grande per assumere un comportamento “danzante”, che sembra quasi contro natura perché contrasta con la forza di gravità che ci attira verso la terra.

Non è facile danzare sulle punte, deve esserci una musica che ti guida e attira verso l’alto.
Ora questa musica è l’armonia che è stata iscritta nella nostra anima e nella nostra storia e ci incalza perché noi la esprimiamo e la sviluppiamo con tutte le nostre capacità che ci sono state date a questo scopo.”
“Ma come si fa a riconoscerla?”
Chiese lei, come il solito in preda al dubbio.
“Se sei un po’ attenta non è difficile distinguere le note guida lungo il tuo percorso.
Ognuna ha la sua voce e la sua tonalità.
Quelle alte e liete ti dicono:  “Senti Dio che ti ama?”
E quelle gravi e dolenti: “Sai corrispondere a Dio che ti ama?”
Tutte ti interpellano e aspettano la tua risposta per guidarti pazientemente alla perfezione della danza.
Ora possiamo passare ad osservare come hanno svolto la loro danza alcune persone (in particolare alcune coppie) che ci sono egregiamente riuscite e cerchiamo di scoprire  la musica che avevano dentro.”

Dall’ombra uscirono due figure che sembravano intrattenersi con molta familiarità con un personaggio importante, senza dubbio San Paolo.
“Chi sono?”
Chiese lei incuriosita.
“Sono Aquila e Priscilla, ne hai sentito parlare, e la loro danza ha comportato un bel po’ di spostamenti non indifferenti per la loro epoca.
Vivevano tranquilli a Roma, ma erano di origine giudaica e, già allora, c’era il razzismo antisemita, l’imperatore caccia tutti i Giudei,e loro devono lasciare tutto e andarsene a Corinto.
Non sarà stato facile affrontare questa nuova situazione, ma lì, guarda caso, trovano modo di esercitare il loro lavoro di tessitori di tende proprio con San Paolo e di collaborare con lui alla diffusione del vangelo.
Sappiamo bene che tipo di attivisti siano stati: l’apostolato dei laici, la chiesa domestica, le riunioni di cristiani in casa loro, tutte “novità” che hanno abbondantemente praticato.
E, quando è stato necessario, eccoli ancora i trasferta: dopo Corinto Efeso e ancora Roma, sempre per via di quella spinta interiore che li chiamava ad essere missionari.

Non si sa come siano finiti, di certo hanno rischiato la testa per la loro fede, come dice San Paolo, e, forse, come Paolo, l’hanno anche perduta, quello che è evidente è che non si sono mai persi d’animo e sono stati fedeli al ritmo interiore che li incalzava.”
“Gente in gamba!” Commentò lei “Non credo sia facile incontrarne e ancor più imitarla”
“Bene!” Continuò lui “Ora ti faccio conoscere un’altra coppia interessante, che ha espresso la sua musica interiore in modo diverso, ma altrettanto valido.
Dunque, lui si chiama Isidoro di Siviglia ed è patrono degli agricoltori perché fin da giovinetto si era dedicato al lavoro dei campi.
Però era un contadino un po’ particolare perché, stando a contatto con la natura, trovava giusto occuparsi del suo Creatore, perciò passava gran parte del mattino a pregare.
Naturalmente gli altri contadini se ne accorgevano e lo guardavano male, tanto più che i campi da lui coltivati rendevano di più degli altri.

Lo accusarono davanti al padrone, quello andò controllare di persona e che cosa vide? Due robusti angeli che guidavano i buoi al suo posto, mentre lui pregava!
Queste cose succedono se si sta al gioco di Dio e si ascolta la sua voce.
Pregava lui e pregava in sordina anche la moglie, che si chiamava Maria Torribia e,insieme, erano specializzati ad accogliere i poveri e a non lasciarli mai andar via senza un aiuto.
Persone semplici, ma piene di santità, che si manifestò soprattutto quando vennero in cielo e da qui ottennero molti miracoli, in favore specialmente dei  loro compagni di lavoro.
Non ebbero sempre vita facile, furono calunniati e perseguitati, ma avevano capito che la musica che sentivano nella natura li avrebbe sostenuti.
Avevano imparato dalle calamità naturali, che non portano solo rovina, perché il creato ha un programma di bellezza e di bontà che non può andare distrutto.
Perciò la danza può continuare, anche se non si vede subito la luce.
La luce verrà e possiamo e dobbiamo già pregustarla…”

Lei si accorse che l’aria si era fatta più scura, la notte aveva preso il sopravvento sul giorno e avvolgeva dolcemente il mondo per invitalo a riposare in un abbraccio fiducioso.

 

I frutti dello Spirito

Seduta nel vano della finestra aperta che dava sulla valle, stava guardando una bella fotografia di gruppo, in bianco e nero, che le era capitata tra le mani.
Le figure ritratte, all’improvviso, si stagliarono ai suoi occhi sullo fondo del paesaggio reale e acquistarono una loro consistenza.
Si trattava di una compagnia di amici, di giovani amici, che sembravano impegnati in una animata discussione.
Lei si affrettò a portarsi al suo posto, dove si era riconosciuta nella foto, naturalmente vicino a lui, che era coinvolto ampiamente nella conversazione
Non sembrò sorpreso di vedersela al fianco, come se la aspettasse, e non interruppe nemmeno il discorso che doveva essere interessante.
Lei era tutta attenta a cogliere il senso delle argomentazioni, che venivano portate avanti in un bel clima sereno ed amichevole.
Quante volte aveva assistito a dibattiti vivaci tra persone amiche che tuttavia sembravano non capirsi e si scontravano più che incontrarsi!

La ricerca della verità è spesso velata e disturbata da posizioni che, a volte senza consapevolezza degli interessati, impediscono un discorso sereno ed equilibrato; ora invece la parola sembrava avere un dignità particolare, tale da essere detta ed accolta con religiosa riverenza.
Forse era quello il modo giusto di trattare la parola che, quando è vera, riflette semprela Paroladi Dio.
Stavano discutendo in modo gioioso sulla gioia, e mai argomento fu più convenientemente e opportunamente trattato in quella beata compagnia.

Veramente lei si sentiva un po’ a disagio in quell’ambiente felice.
Certo, pensava, c’è beato e beato, c’è chi è già nella beatitudine e chi lo è solo nella speranza.
Evidentemente lei era un’infiltrata e non poteva pretendere di condividere tutto, però ricordava una bella frase dei Proverbi che diceva: “L’attesa dei giusti finirà in gioia!” e questo la confortava.
Se la gioia era lì era giusto e bello che se ne parlasse.

Da sempre gli uomini amano parlare e confrontarsi sugli argomenti più disparati, da Platone in poi la sottile soddisfazione di scambiarsi i punti di vista su di una questione, il gusto di “girare intorno” ad un problema per illuminarlo da tutti i lati è di per sé un piacevolissimo esercizio.

Sempre i  Proverbi, nella loro saggezza, ci dicono: “E’ una gioia per l’uomo saper dare una risposta!”
E lì c’erano dei veri specialisti che potevano ben dire di saper rispondere sulla questione.
Le domande che erano state poste erano: innanzi tutto perché c’è così poca gioia sulla terra? E poi che cosa è mai la gioia? La gioia si può comandare?

“Pare di sì, se Paolo, con forza, può ordinare ai suoi cristiani di Filippi: Siate sempre lieti nel Signore!”
Disse un giovane prete dall’aspetto particolarmente gioviale.
“Ma non sembra che i cristiani di oggi  tengano abitualmente conto di questo comando, anzi un po’ di “serietà” nel comportamento, in seminario, è una maggior garanzia di “santità”.

Serietà e gioia non sono in contrasto, pensò lei, la gioia non si esprime tanto con una risata quanto con la luce che si accende dentro e si comunica con uno sguardo.
In quel momento lui la guardò proprio con gioia e, chiaramente, le lesse tutto dentro.
Forse era lì il segreto della loro profonda armonia: il fatto che lui fosse “intelligente” soprattutto nei suoi confronti.
Era bello, ma anche impegnativo, perché era inutile nascondersi, così tirò fuori il suo pensiero, anche se tra quelle anime beate si sentiva molto intimidita.

“Io penso” disse “che l’atteggiamento esterno di allegria sia dovuto più che altro al temperamento estroverso della persona e che le gioie più grandi siano silenziose e nascoste”.
“Bisognerebbe distinguere” disse una voce tranquilla “tra un’emozione passeggera e uno stato profondo del cuore, quando è in possesso di un bene che non ha paura di perdere.
Questa è la nostra condizione celeste, che si può anche definire come “pace” e ci viene offerta solamente da Dio.”   
Chi parlava così era un lungo personaggio, che si teneva un po’ in disparte dal gruppo e aveva un aspetto vagamente malinconico, ma nel complesso autorevole.
A lui guardarono tutti con interesse: in effetti aveva spostato il discorso dalla gioia alla pace e ne risultava una stretta correlazione.

“Pace e gioia”continuò “sono i principali effetti dello Spirito, sono, possiamo dire, una cosa sola.
Anche in mezzo a grandi tribolazioni i primi cristiani potevano goderne, avendo accolto le parole dello Spirito ed essendo passati attraversola Croce.”

Allora si fece un grande silenzio.

Tutto il gruppo si dispose in attesa riverente ad ascoltarela Paroladello Spirito che era stata evocata, e lei si fece ancora più vicina a lui, entrambi come investiti da quell’ondata di religioso silenzio.
Poi, nell’aria fattasi ferma e di cristallo, si udì passarela Paroladello Spirito e si delineò l’immagine del Verbo incarnato sotto la forma di una croce splendente.

Questo quello che lei vedeva, con i suoi limiti umani, ma tutti i presenti erano come affascinati da una visione divina ed assorbivano e rimandavano intorno una luce sfolgorante.
Lui le strinse la mano per farle coraggio e farle sentire la sua comprensione e complicità.
Ora la discussione intorno alla gioia si era interrotta avendo avuto una risposta, nata dal grembo del silenzio, tale da soddisfare ogni domanda e da superarla con un di più di esperienza gratificante.

“Che cos’hai visto?”
Chiese lui, portandola un po’ in disparte da quel gruppo beato.
 “Ho visto una grande croce ” disse lei “ma non dava l’impressione del dolore, anzi sembrava sprigionare una luminosa pace”.
“E’così” confermò lui ancora vibrante di gioia.

Il mistero della vera gioia si conosce soltanto attraverso la croce e tu ci sei ancora dentro, ma puoi già intravedere la luce che contiene.
Questa è una grande grazia, ma devo dirti una cosa che forse è sfuggita al nostro pallido amico che ha parlato per ultimo: è vero che i frutti dello Spirito sono gioia e pace, ma Paolo nomina prima l’amore.
Il frutto dello Spirito, dice, è amore, gioia e pace.
Sono questi come un unico frutto, ma, se noi guardiamo bene, la radice di tutto è l’amore e la radice, a volte, può essere molto amara.

Tu hai visto la croce che contrassegna ogni grande amore perché, per essere veramente amore  deve confrontarsi e vincere con la morte.
Non c’è è amore più grande di quello che dà la vita e dare la vita vuol dire essere pronto alla spoliazione estrema per l’altro.
Si può esprimere in tante forme e può raggiungere i più alti livelli.
Quello di Cristo è stato l’estremo, ma a noi è chiesto di parteciparvi.
Nessuno che ama può essere esente da questo sacrificio, che rende sacro e salva il suo amore.
Così, attraverso la croce, abbiamo la possibilità di ritrovare la gioia che è una manifestazione, un effetto dell’amore, niente può togliercela, se saremo nell’amore.
E la pace nasce proprio dalla certezza che niente potrà toglierci il nostro amore…”

A questo punto lui si fermò, come preso da un dubbio e, osservandola bene, “Mi segui?” le disse “Sei convinta?” e, poiché lei taceva, si accalorò nel difendere la sua tesi.

“Non senti in te una grande pace quando pensi che noi abbiamo la grande promessa di Chi non può mentire? Che Dio ci ha pensati insieme e insieme siamo destinati a vivere una realtà molto più ricca di quella che abbiamo conosciuto sulla terra? Che io sarò sempre io e tu sempre tu e quindi niente ci potrà dividere? Che amandoci ci siamo assicurati uno spazio eterno da godere insieme?”
Lei faceva cenno di sì, ma l’emozione le impediva di parlare.
“Rilassati!” fece lui “sei troppo tesa e non sei capace di riposare”
“In pace?” suggerì lei con impazienza.
“Non  voglio riposare in pace! Tutte le volte che sento questa espressione mi prende l’angoscia. Evidentemente non ne colgo il significato positivo, quello che il nostro amico ha collegato con la teoria della gioia, ma ci sento una rinuncia ad ogni preoccupazione, un distacco anche da coloro per i quali vorrei prodigarmi, una specie di tranquillo egoismo i ponti dell’affetto!”
“Già, ma è un errore grossolano” riconobbe lui “qui ci vuole una cura radicale:
Cancella subito tutte le associazioni di idee con la “pax romana”, con la “tranquillità dell’ordine”e le iscrizioni cimiteriali e cerchiamo una interpretazione più vera.  Vieni con me!”
La portò su di una altura, da cui lo sguardo spaziava lontano, fino a raggiungere, sullo sfondo, il mare .
Forse non era proprio il mare, ma un lago, che chiamavano enfaticamente mare e aveva un suo fascino particolare.
Lì, nell’aria serena, sentirono risuonare una voce che parlava di strane beatitudini.
I poveri, i miti, gli afflitti avevano la qualifica imprevedibile di beati e, in particolare, l’avevano i pacifici.

“Chi pensi siano i pacifici?” Chiese lui.
“Coloro che hanno la pace, ma soprattutto coloro che fanno la pace e sono chiamati figli di Dio.
 Perché solo Dio può dare la pace, quella che il mondo non può dare, e la dà ai suoi figli, rendendoli spesso molto dinamici, contrariamente a quanto pensavi.

Ma io ti mostrerò il segreto per avere la vera pace, quella  che ci può accompagnare in ogni difficoltà.
E’ un segreto che Paolo fa conoscere ai suoi amici Filippesi, quelli a cui aveva comandato di essere sempre allegri.
Dunque attenta! Dice proprio così:
“Non angustiatevi di nulla, ma in ogni cosa fate conoscere le vostre richieste a Dio con preghiere e suppliche, accompagnate da ringraziamenti. E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori…”
Hai capito bene?
Il segreto è nei ringraziamenti che devono essere fatti insieme alle suppliche.
Ora è chiaro che uno ringrazia quando ha già avuto quello che chiede, oppure perché sa con certezza che gli sarà dato e questo gli dà la pace di Dio che supera ogni intelligenza.
Sei capace di farlo? Vuoi che proviamo insieme?”
In ginocchio, sotto un salice piangente che li accolse da amico, piegando fino a terra i suoi rami, lui e lei chiesero francamente tutti i doni che desideravano per la vita eterna e ringraziarono calorosamente.

Una rondine passò veloce come una freccia garrendo di gioia e puntando, diritta, verso il cielo.
Un soffio di vento gagliardo scompigliò i rami dell’albero e lo trasformò da piangente in danzante, come aveva cantato il Salmista: “Trasformerò il vostro lutto in danza…”

 

La glicine fiorita

Dalle piccole vetrate che interrompevano a sprazzi, come feritoie, gli spessi muri della severa chiesa romanica, i colori preziosi colavano lietamente sul grigiore della pietra, sospinti ed esaltati dai raggi di un bel sole amico.
Le era sempre piaciuto questo gioco di pennellate colorate che si spostavano a seconda delle ore e delle stagioni, percorrendo il perimetro interno della cupola e illuminando via via i rilievi e le figure che incontrava sul suo cammino.
Quel giorno però il sole sfolgorava in modo tutto speciale, forse perché era Pasqua, e l’ombra pesante della volta non riusciva a contenere e a vincere la sua forza di penetrazione.
Mano a mano che la luce cresceva sembrava che lo spessore della cupola si facesse più sottile, fino a diventare quasi trasparente e, a un certo punto, le colonne, i capitelli, gli archi della volta gentilmente si fecero da parte, per lasciar passare quella luce che non poteva più essere contenuta e invadeva tutto lo spazio risucchiandolo verso l’alto.
Lei, che se ne stava raccolta in un angolo nascosto della grande chiesa, rimase coinvolta in quella invasione luminosa e si sentì trascinare dall’onda del sole verso cieli aperti, senza confini.
“Le Christ est ressuscité !”
Disse lui, abbracciandola, appena la vide, con una pronuncia francese un po’ barbara, valorizzata appena dalla erre moscia che la caratterizzava.
“Il est vraiment ressuscité!”
Rispose subito lei, e parve loro di risentire le voci dei fratelli di Taizé, che così si scambiavano gli auguri di Pasqua.
Pioveva a dirotto, quel giorno, sulle verdi colline di Taizé, e loro ne erano rimasti inzuppati, ma questo non impediva che si sentisse circolare intorno la fresca gioia della risurrezione, ancora intrisa dell’immenso pianto dei giorni della passione.
Gioia e dolore sono così strettamente legati tra loro nella nostra vita!
Importante però è sapere che l’ultima parola è della gioia e, allora, si può concludere con l’alleluia.
“Alleluia! Alleluia!”
Ripeterono insieme, ma, chissà come, l’alleluia di lei sembrava molto più debole e scolorito di quello di lui.
Lui si fermò a guardarla più attentamente.
“Non mi sembri molto convinta del tuo alleluia, non pare proprio un grido di giubilo e di vittoria! Va tutto bene?”
“Sì”
Mentì lei in fretta.
Lui sorrise: “Non si deve mentire in paradiso, tanto non serve!”
“E’ vero”
Ammise lei a malincuore.
“Nonostante la festa non sempre il cuore è in festa. Anzi a volte è come smarrito mentre ti cerca al di fuori del tempo e dello spazio per condividere con te i momenti forti.
Non è facile coniugare il presente con il futuro, l’effimero con l’eterno, la morte con la vita!”
“Infatti, non siamo noi a doverlo fare: non ne saremmo comunque capaci.
C’è una tale sproporzione tra i nostri pensieri e i Suoi !
Non dobbiamo metterci al suo posto, solo dobbiamo pensare che a Lui niente è impossibile e
metterci in atteggiamento di attesa, avere “il coraggio dell’attesa” e stare pronti a stupirci delle cose grandi che ci aspettano. Guarda!”
E, così dicendo, le indicò un cespuglio legnoso davanti a sé i cui rami, desolatamente nudi, portavano diritti, verso il cielo, come una sfida, tanti piccoli pugnali rosati.
Ma, ad un tratto, tutta la pianticella fu come percorsa da un fremito sottile e avvolta da una pioggia di caldi raggi di sole.
Allora gli strettissimi boccioli dolcemente si ammorbidirono liberando i loro magnifici petali e trasformandosi in splendide stelle bianche.
“E’ la magnolia stellata!”
Esclamò, commossa, lei, che si intendeva di fiori.
“Vista così sembra un miracolo!”
“Tutto è un miracolo!” affermò lui “dobbiamo lasciarci convincere di questo e non finiremo mai di scoprirlo e di contemplarlo.
Invece, dopo i primi momenti di stupore che ci colgono da bambini, ci abituiamo a una realtà fatta sulla nostra misura e ci rifiutiamo di sperare al di là della nostra piccola ragione.
Eppure, le provocazioni dello Spirito non mancano: la faccia che devono aver fatto gli Apostoli quando hanno visto Gesù risorto, che credevano un fantasma, chiedere e mangiare davanti a loro una porzione di pesce arrostito! Dopo di che non hanno più avuto paura di niente e si sono lasciati torturare e ammazzare con la fiducia di ritrovarsi con Lui, come Lui , al banchetto celeste!
Anche tu devi avere fiducia nella vita comune che ci aspetta in cielo, che sarà più reale e felice di quella sperimentata sulla terra, che pure non era da disprezzare!
E’ bello pensare che ci è dato di diventare, in un certo senso, genitori di noi stessi.
Come nostro padre e nostra madre ci hanno dato alla luce sulla terra, così possiamo scegliere di rinascere dall’alto per entrare in un progetto che ci apre all’infinito, con la sua grazia e la nostra libertà.
Dobbiamo però vigilare e pregare per non cadere nella tentazione di addormentarci nel banale, privo di speranza.
Essere vigili! Ricordi quante esortazioni e quante parabole sulla vigilanza si trovano nel vangelo?”
Lei provò ad enumerarle:
“Dunque, vengono subito in mente le dodici vergini, di cui solo la metà erano sagge (ed anche un po’ egoiste!) e l’altra metà stolte, poi il portinaio che deve vegliare sulla casa del suo padrone e non sa quando questi ritornerà, poi il padrone di casa che non sa premunirsi dall’arrivo dei ladri…ma come si fa a mantenere nel tempo questa vigilanza e poi su che cosa si deve vigilare?”
“Non è facile” ammise lui “ma mi sembra che la risposta stia nelle parole stesse di Gesù che ci dice: “Vegliate e pregate!” Dunque la preghiera è lo strumento primo della vigilanza, è quella che tiene il cuore sveglio e pronto sia all’ascolto che all’ubbidienza. La preghiera è innanzi tutto presenza, presenza dell’uomo a Dio, che è poi una risposta alla precedente, fondamentale presenza di Dio all’uomo, in ogni momento.
“Dio guarda la terra e la fa sussultare” dice il salmo, può far sussultare anche noi, se non siamo troppo distratti e lontani.”
“Mi ricordo” disse lei “ di una discussione che avevamo avuto quando eravamo in FUCI con il nostro assistente.
Lui ci aveva chiesto a bruciapelo: “secondo voi qual è la grazia più grande?”
Silenzio, e timidi tentativi di risposta.
Io avevo detto: conoscere la propria vocazione (ero allora in crisi vocazionale), ma lui mi aveva fatto notare che non bastava per chi, come lui, aveva già fatto la sua scelta di vita.
Qualcuna aveva proposto: evitare il peccato mortale, una (la più pia) aveva detto persino: fare una buona morte!
Nessuno aveva detto: trovare un buon marito, ma forse lo avevano pensato.
Dopo un po’ di sospensione il don ci disse: “ La grazia più grande è quella del momento presente!”
E, pensandoci bene, credo proprio che sia vero.
Non si può rimandare continuamente la propria realizzazione a un domani, sia pure il domani eterno.
Prendere coscienza, qui e ora, del nostro bene che si riassume in Dio, è la migliore forma di preghiera e, nello stesso tempo, è la visione più realistica della nostra esistenza.”
“Qui e ora” ripetè lui lietamente “qui e ora noi siamo realmente insieme in Dio, sotto il suo sguardo, quindi siamo in paradiso qui e ora, dovunque ci troviamo, qualsiasi cosa ci succeda!”
“Allora dobbiamo essere sempre vestiti a festa!”
Osservò lei colpita da tale pensiero.
“Non possiamo lasciarci andare…eppure certe angosce, certi stati d’animo che rasentano la depressione e anche la disperazione sono lì, pronti ad assalirci alle spalle in ogni momento.”
“Ecco perché dobbiamo chiedere di non abbandonarci nella tentazione, ecco da che cosa ci dobbiamo guardare: da noi stessi, come fossimo il centro del mondo.
Dobbiamo uscire per la tangente e gettarci in Dio!”
“Qualcuno ci riesce?”
Domandò lei , dubbiosa.
“Certamente!”rispose lui “Non sempre e non perfettamente, ma i santi ci riescono, dunque anche noi.
Ci vuole tempo e perseveranza…e fiducia nella grazia di Dio!”
“Hai presente la pianta di glicine del nostro orto?”
Disse lei improvvisamente.
“Ti ricordi da quanto tempo aspettavamo che fiorisse?
Ogni anno speravamo di vedere i bei grappoli azzurri che ci piacevano tanto, ma invano.
Ormai avevamo deposto ogni speranza.
Qualcuno ci aveva persino detto che certe piante di glicine non fioriscono affatto e la nostra era una di quelle.
Ebbene, l’altro giorno, alzando gli occhi, ho avuto la sorpresa di scoprire tutto in tripudio azzurro di grappoli che si erano arrampicati, indisturbati, sugli alberi vicini e vi si erano distesi drappeggiandone bellamente i rami.”
“Ho visto” disse lui compiaciuto “vuol dire che c’è sempre speranza !
Anche noi siamo fatti per fiorire, quando dove e come non lo sappiamo ancora, ma la nostra fioritura ci sarà, abbondante e felice come non avremmo mai immaginato!”

Il volo del fagiano

Era una fresca mattina di marzo, quelle mattine quando l’aria è così trasparente e leggera e la terra è così buona, piena di promesse, dopo che la pioggia l’ha lavata e benedetta, che uno si meraviglia che non succeda qualche cosa di completamente nuovo e si prepara al miracolo.

L’ orto si stava muovendo: appena uscito dal rigore dell’inverno e dal battesimo delle piogge di primavera, era impaziente di dare alla luce tutti i suoi semi pieni di vita, ancora nascosti nella terra.

Lei aspettava, facendo finta di zappettare un’aiuola piena di erbacce, attenta ad ogni possibile sorpresa, mentre sentiva che il cielo premeva sulla terra con una dolce provocazione.

Che cosa si può fare per spiritualizzare i propri sensi? si chiedeva.

In certi momenti sembra che sia più facile, quasi “naturale”.

La natura, così come ci è data, non è forse la base di partenza per una evoluzione i cui non conosciamo i confini?

Come il piccolissimo seme di senape che può diventare un albero su cui vengono a posarsi gli uccelli per fare il loro nido…

Il silenzio fu rotto all’improvviso dal roco verso di un fagiano, che si era alzato a volo dai bassi cespugli del confine, sbattendo le ali e facendo balenare nella luce pallida del mattino lo splendore dorato delle sue piume.

“Bello!” commentò lui allegramente “Ma nel giardino dell’Eden i fagiani non sono così spaventati e si è fatta qualche modifica per addolcirne la voce!”

“Ma esiste davvero il giardino dell’Eden?”

Chiese subito lei, ansiosa di intrattenerlo e trattenerlo vicino a sé con qualsiasi discorso plausibile.

“Certo che esiste! Non hai letto che quando Dio ha creato l’uomo lo ha collocato in un giardino, come suo ambiente naturale?

Poi l’uomo ( e la donna) hanno rovinato tutto, ma la nostalgia del giardino è rimasta in noi per ricordarci la bellezza e la felicità dell’origine.

Forse per questo coltivare la terra mi è sempre piaciuto, penso che faccia parte dell’istintiva ubbidienza al comando del Creatore, molto esplicito all’inizio dei giorni.

Vieni a vedere che cosa siamo capaci di fare in paradiso!”

“Ma è bello anche qui!” Protestò lei debolmente.

Allora lui la prese per mano e lei sarebbe andata dovunque la volesse portare, figurarsi in paradiso!

Si trovarono sulla sponda di un fiume, voltandosi videro che sulla sponda del fiume vi era una grandissima quantità di alberi da una parte e dall’altra.

Lui disse:

“Queste acque escono di nuovo dalla regione orientale, scendono nell’Araba ed entrano nel mare: sboccate in mare ne risanano le acque.

Ogni essere vivente che si muove dovunque arriva il fiume vivrà; il pesce vi sarà abbondantissimo, perché quelle acque dove giungono risanano, e là dove giungerà il torrente tutto rivivrà.

Lungo il fiume, su una riva e sull’altra, crescerà ogni sorta di alberi da frutto, le cui fronde non appassiranno; i loro frutti non cesseranno e ogni mese matureranno, perché le loro acque sgorgano dal santuario.

I loro frutti serviranno come cibo e le foglie come medicina.”

“Non vale!” Rise lei penetrata da una sottile felicità.

“Questa è una citazione di Ezechiele! La conosco bene perchè mi ritorna alla mente come un miraggio tutte le volte che distribuisco qualche secchio d’acqua al nostro povero orto assetato.

Qui è tutto così facile!”

“Ma non sarebbe così facile e piacevole se prima non avessimo fatto tanta fatica per coltivare noi e insieme la terra.

E’ stato, vedi, una specie di apprendistato di cui non capivamo bene il come e il perché, ma ci ha formato e tutte le volte che abbiamo fallito in qualche cosa e poi ci abbiamo pazientemente riprovato è stato un passo avanti verso questo stato di grazia.

Anche il nostro amore, all’inizio, era così segnato da incertezze e da difficoltà, ma poi lo abbiamo coltivato bene e vederlo crescere e fiorire è stato anche per noi una continua scoperta.

Ora vorremmo gridarlo a tutti, perché gli sposi non si perdano d’animo e non si accontentino di una vita grama quando possono godere di un immenso tesoro.

C’è molto da fare in questo campo: quante coppie non sono riuscite, in tanti anni che sono vissute insieme, a scoprire i doni che il loro stato comportava!

E quando tutto è andato bene, quando hanno raggiunto una certa armonia nella vecchiaia, c’è spesso lo strazio della morte che “separa” le due persone, che vengono consolate  solamente con un generico rimando alla vita eterna.

Come è triste e falsa l’espressione a cui si fa ricorso per augurare una vita lunga e felice agli sposi: “finchè morte non vi separi!”

Sembra il massimo del romanticismo e invece è il massimo dell’equivoco.

Niente può separare due persone che sono unite dall’amore, perché l’amore è Dio, e tanto meno la morte che è una tappa sul sentiero della vera vita.”

“Che cosa possiamo fare” chiese lei pensierosa “per superare questo inganno, per passare ad una visione che sia non solo più bella, ma anche più vera?”

Ora la luce intorno a loro si era fatta più intensa, più calda e avvolgente, come un abbraccio.

“E’ la presenza di Dio che ci circonda”

Disse lui pieno di gioia.

“E’ la realtà di Cristo vivo che è venuto a stare in mezzo a noi con il mistero dell’incarnazione!

Tutti i cristiani lo sanno, ma non lo vivono davvero perché sembra un’utopia.

Chi ci separerà dall’amore di Dio? Diceva Paolo :niente ci può separare, ma se l’amore di Dio ci unisce a Lui e contemporaneamente tra di noi non abbiamo più nulla da temere.

La sorgente di acqua viva che fa zampillare dai nostri cuori è come l’acqua che eternamente circola e dà vita a questo fertile giardino, che è tutto intriso di Dio.

Quando ti chini sulla terra per lavorarla ricordati che non sei tu che hai inventato la vita, non sarà il tuo lavoro che spiega e produce la nascita di una pianta da un piccolo, insignificante seme.

Eppure ti accorgi che anche tu partecipi di quella circolazione di vita che ti impegni a diffondere.

Perché c’è tanta gioia nel vedere che la terra si apre, in primavera, come un grembo fecondo, per lasciar passare una nuova pianta che vuole vedere la luce?

Perché lo scoprire una gemma verde sul ramo nudo dell’inverno rallegra tanto lo spirito? Perché ci rassicura della vittoria della vita.

Vieni!” disse lui “Voglio farti vedere una cosa!”

E la portò su un’alta montagna dove, al centro, sorgeva un grande cedro.

“Ascolta quello che Dio ha detto per bocca del suo profeta:

“Io prenderò dalla cima del cedro, dalle punte dei suoi rami coglierò un ramoscello,

e lo pianterò sopra un monte alto, massiccio;

lo pianterò sul monte alto di Israele.

Metterà rami e farà frutti

E diventerà un cedro magnifico.

Sotto di lui tutti gli uccelli dimoreranno,

ogni volatile all’ombra dei suoi rami riposerà.

Sapranno tutti gli alberi della foresta

che io sono il Signore.”

Questo è un esempio di moltiplicazione della vita.

Dio è bravissimo a moltiplicarla, partendo dalle nostre poche risorse che formano l’elemento di base.

Il ramoscello di cedro che diventa una pianta vigorosa, rifugio di tutti gli uccelli, gli alberi tutti della foresta che riconosceranno il Signore, raccontano il dilatarsi del regno di Dio, che nascerà dalle nostre deboli forze sospinte dallo Spirito.

E’ un simbolismo efficace: niente può parlarci meglio della onnipotenza buona di Dio che l’osservazione della natura nel suo meraviglioso riprodursi.

Supera la nostra fantasia.

Gli uomini hanno cessato di stupirsi di fronte a questo continuo miracolo, ma, se ci fermiamo un momento a pensarci siamo sulla strada per comprendere, o meglio, intuire l’enorme possibilità che si apre a chi lascia operare Dio nelle sue creature.

Che cosa sappiamo noi di quello che l’umanità,e la coppia in particolare, diventeranno in futuro?

Allora i monti saltelleranno come arieti e le colline come agnelli di un gregge perché si farà festa davanti ai grandi prodigi di Dio.

Come per l’incarnazione lo Spirito si è servito della famiglia di Nazaret, così si manifesterà attraverso il mistero dell’amore sponsale per una nuova corrente di santità fortemente caratterizzata dal suo specifico carisma.”

Si accorsero che il Signore passeggiava benevolmente nel suo giardino.

Seduti l’uno vicino all’altro, su di un prato di incedibile erba verde e fina, videro allora sfilare davanti a sé le coppie del futuro, in un lungo corteo di santi, risplendenti come mosaici bizantini, in una festa di angeli musicanti.

Videro coppie missionarie, coppie sacerdotali, coppie contemplative…

A piccoli passi, cauto, tra l’erba alta, venne anche a quietarsi, vicino a loro, il bellissimo fagiano dorato dell’orto, e si lasciava docilmente accarezzare su collo, senza paura.

 

Perdersi e ritrovarsi

Non era più successo niente da molto tempo, o meglio, da un tempo che a lei era sembrato lunghissimo.

Si ritrovava spesso a ripercorrere i noti sentieri lungo il fiume, a sfiorare con lo sguardo e una speranza nascosta tutte le siepi ed i varchi che potevano aprirsi ad un misterioso passaggio, ma non avvertiva nessun richiamo e tutto era così solidamente e crudelmente normale…

Eppure non era stato un sogno.

Doveva solo pazientare ed avere fiducia, come le era stato chiesto, ma, a volte, sembrava che il coraggio dell’attesa le venisse meno.

Poi, una sera, il cuore le si fece improvvisamente leggero, come se Qualcuno l’avesse liberata da quell’immensa malinconia che le pesava addosso, e si ritrovò dove voleva essere: a fianco di lui che l’aspettava.

Non gli disse nemmeno: “Finalmente!  Era ora!” per timore che si rovinasse l’incanto, tanto più che lui era, come sempre, sereno.

Certo il tempo non lo teneva prigioniero, come avveniva per lei e neanche lo spazio…

“Ti ho fatto aspettare?”

Le disse soltanto.

“Ma sai che non dipende da me, però ti ho mandato tanti bei pensieri.

Spero che tu li abbia raccolti

E’ importante che tu affini i tuoi sensi in modo che diventino sensi spirituali, sono indispensabili per chi vuole crescere.

Perché tu vuoi crescere, vero?”

Lei non sapeva che cosa rispondere: sì,certo, voleva crescere, ma le sembrava molto, a volte troppo, faticoso.

A volte le veniva voglia di regredire, che nessuno le chiedesse più niente, ma solo la facesse riposare appagata, come un bambino sul seno della madre, o come un’amante tra le braccia del suo amato.

Si sentì percorsa da un brivido, era quello l’eterno riposo che desiderava, quello che lei si rifiutava ostinatamente di chiedere nelle preghiere per i defunti e al quale, istintivamente si ribellava?

“Sì” disse decisa “voglio crescere, anche se non so come e perché, ma sento che tutto ciò è collegato con la speranza e senza la speranza, ad ogni età, non si può vivere.”

Lui ebbe un sospiro di sollievo e la guardò con amore.

“Così va bene, vedo che hai riletto quel libro sulla speranza del nostro amico Boros che ti ho messo tra le mani.

Speravo che lo facessi e ti aiutasse a prendere quota, se ti decidi ad alzare il volo e ad entrare in questa atmosfera, ti accorgerai che tutto cambia e, nel caos del mondo, si intravede un ordine e una finalità di luce”.

“Sì” disse lei pensierosa “fino a poco tempo fa credevo di essere al termine della mia vita, di essere giunta alla chiusura della mia parabola, punto e basta.

Sapevo bene che per noi credenti c’è poi la via eterna, ma mi sembrava che fosse già tutto stabilito, al di fuori e al di sopra di ogni nostra iniziativa.

Siamo così abituati a considerare l’esistenza umana come un ciclo chiuso, programmato come nascita, crescita, declino e morte, per cui è già molto accettare questo ritmo e fare del nostro meglio in ogni sua tappa, specialmente nell’ultima…

Ora invece ho capito che non esiste nessuna ultima tappa: la vita non è un cerchio che si chiude, ma una spirale che sale verso l’alto, arricchita di tutta l’esperienza precedente e aperta indefinitamente a quella futura.

Così niente va perduto, tutto è importante, ma non definitivo e noi possiamo pronunciare la parola: “sempre” con la fiducia che non si tratta di una illusione.

Questo mi sembra di aver capito in questo lungo periodo di solitudine e di meditazione  che mi è stato donato.

Vedi? Mentre dico “donato” mi sento ancora combattuta e non del tutto sincera.

Di un dono si deve essere riconoscenti e ringraziare,ma io non sono ancora capace di farlo,anche se in teoria capisco che dovrei”.

“Non pretendere troppo da te” disse lui “il ringraziamento e la lode fanno parte della felicità del paradiso e tu non ci sei ancora arrivata.

Il Signore ha pazienza con noi, anche noi dobbiamo averla nei nostri confronti, così come verso gli altri.

E’ già molto che tu sia entrata in questa prospettiva, che non è facile né comune.

Ora è importante mantenere e coltivare questa speranza che ti è stata data e che ti apre al regime dello Spirito.

A proposito di libri, a me è servito molto leggere Teilhard de Chardin.

La sua intuizione di evoluzione è formidabile: anche se questa parola in campo cattolico è sempre un po’ sospetta, in realtà contiene il seme proprio della speranza perché crede nell’essenza positiva dello sviluppo dell’uomo.
Anche a me è sempre sembrato che il mondo allo stato attuale, nonostante la sua bellezza, non sia quello per cui siamo stati fatti!

C’è sempre una insoddisfazione di fondo, una incompiutezza che ci sollecita ad un perfezionamento.

Invece di fuggire il mondo credo che Dio, mettendolo nelle nostre mani, ci chieda di migliorarlo sotto la guida del suo Spirito.

E’ un’avventura aperta.

Pensa a quando mettiamo al mondo un figlio: è come una nuova creazione, a quando scriviamo un libro: è una effusione dello Spirito nel mondo, a quando piantiamo un albero: possiamo fare della terra un giardino!

Possiamo dire con gioia e con umiltà di continuare l’opera delle sue mani!”

Lei pensava alla casa che lui aveva costruito sulla collina, agli alberi che aveva piantato un po’ dappertutto e che ora allargavano i loro rami occupando sempre più spazio, ai tanti libri che aveva scritto e alla carica di entusiasmo che vi aveva messo dentro, ma lui, che evidentemente indovinava il suo pensiero, scuoteva sorridendo la testa:

“Questo non è tutto, è solo l’inizio!

Ci sono cieli nuovi da contemplare e terre nuove da abitare, secondo il grande progetto di Dio dobbiamo preparare la risurrezione.

Quando Dio ha creato il mondo non lo ha fatto come un giocattolo da buttare via una volta usato, ma ha dato inizio ad una avventura che siamo chiamati a vivere con Lui.

Noi non sappiamo ancora tutto quello che ci aspetta, ma sappiamo che la creazione non è finita e che ci è dato perfezionarla.

Il nostro bell’amore nato sulla terra e continuato qui ne è già un esempio e io ti posso amare non solo per quello che sei stata, non solo per quanto ti conosco, ma per quello che non sei ancora e che certamente diventerai”.

Lei era troppo commossa per parlare, ma si sentiva felice per l’esperienza che stava vivendo, come un anticipo della misteriosa felicità del paradiso.

Era così contenta che aveva voglia di ridere, cosa che non le accadeva più da tanto tempo .

“Davvero?” chiese allegramente  “quello che noi abbiamo fatto di stupido o di sbagliato può essere rifatto corretto nel mondo risorto?

Quel maglione giallo color pulcino, che ti avevo fatto appena sposati, e che ti cadeva addosso da tutte le parti tanto era lungo e largo, potrò provare a rifartelo in modo che ti vada a pennello?

E quelle note, che suonavo in modo così barbaro con il mio pianoforte, potrò riprenderle ancora e restituirle alla loro armonia? Allora sarà bene che incominci ad esercitarmi!

E nel mondo nuovo tu imparerai mai a potare le piante senza distruggerle? Mi sembra un miracolo!”

Poi si fece seria:

“Sai” disse “una delle più grandi sofferenze della mia vita è stata quella di non poter tornare indietro per rimediare a tutto quello che avevo fatto di sbagliato o che non avevo addirittura fatto…

Quella parola di amore che non ti avevo detto, quella apertura del cuore che mi era stata chiesta dalle persone che mi erano vicino e che io non ho saputo soddisfare.

Dire: non potranno mai sapere i miei figli, i miei genitori, i miei amici quanto li amavo in quei momenti in cui avevano bisogno che glielo dicessi, che glielo dimostrassi e non ne sono stata capace.

Quell’autodifesa che senza volerlo diventa offesa, quel timore di perdersi insieme ai nostri principi, che costruisce barriere invece di legami di amore.

Mi sono lasciata alle spalle tante occasioni buone che, credevo, non si sarebbero mai più ripresentate e, invece, ora, penso di potermi far perdonare e di riempire quei vuoti dolorosi di cui è costellata la mia storia”.

“Si chiamano rimpianti” disse lui “tutti ne abbiamo, ma non dobbiamo lasciarci imprigionare dai ricordi negativi, perché abbiamo la possibilità di rimuoverli e di rinnovarci.

Possiamo iniziare subito!

Che cosa ne diresti di cominciare a liberarti di quel piccolo, caparbio, io, che ti sei costruita nel tempo ed è diventato la tua identità psicologica, quella a cui sei così attaccata e pronta a difendere con le unghie e coi denti?

Il Maestro ha parlato chiaro: per seguirlo bisogna rinunciare a e stessi.

Per questo è importante la morte, quella fisica, che, quando arriva, fa piazza pulita di tutte le tue resistenze, e quella interiore che è propria dei santi, i quali hanno capito che cos’è la mortificazione.

“Chi perde la propria vita la troverà”, non più quella “propria” meschinamente egoista, che teme sempre per sé e si fissa in comportamenti sclerotizzati, ma quella di Dio, che si lascia guidare dal vento dello Spirito e si apre alla avventura della sua volontà.

Dimenticarsi di sé sembra un difficile programma penitenziale e invece è la cosa più intelligente che l’uomo può fare, quando ha scoperto che c’è un Altro a cui sta immensamente a cuore e a cui si può totalmente affidare.

Non ti senti subito più leggera?

E’ la vita vera che incomincia e tu sei come un bambino che ogni giorno si ciba di quelle briciole di verità che il Padre gli dona.

“Dacci oggi il nostro pane quotidiano” e non ci affanneremo più per il domani, ma neppure per ieri che è passato e non ci riguarda più.

Sono forti le parole di San Paolo ai Filippesi, quando dice, dopo tutte le esperienze negative e positive della sua vita travagliata: “Una cosa faccio: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per ottenere il premio della celesta vocazione di Dio in Cristo Gesù”.

La nostra cittadinanza  è nei cieli, è questa la base stabile su cui possiamo costruire la nostra vita..”

“Una costruzione a rovescio? Con i piedi in cielo e la testa in giù?” rise lei.

“Ma no! Basta rovesciare la nostra prospettiva e dare la giusta consistenza alle cose .

Questa è la vera metanoia, la conversione!”

Tutto sembrò improvvisamente avere un peso diverso:

La pietra in mezzo alla strada sembrò leggera come un sassolino, da spostare con un soffio; l’acqua del fiume, luccicante al sole, divenne un tappeto d’argento su cui scivolare insieme e le colline all’orizzonte si avvicinarono gentilmente tanto da poter accarezzare l’erba verde dei loro prati scoscesi…

E il sole brillò così forte da costringerla a chiudere gli occhi per non restarne accecata.

Qualcuno le sussurrava : “Ecco faccio nuove tutte le cose, incominciando da te!”

Oltre la siepe

Lui le tese la mano attraverso la siepe, nella quale aveva aperto un passaggio scostando i rami più intricati.

“Salta” le disse “non aver paura ti prendo io! Il terreno è solido!”

Lei non era molto convinta: non vedeva niente al di là di quella barriera confusa di foglie e forse di spine, ma la sua voce era incoraggiante e persino allegra, perciò decise di fidarsi e saltò.

Di là c’era molta luce, tanto da restare abbagliati.

Chiuse gli occhi e strinse più forte la mano che l’aveva guidata.

“Brava!” le sussurrava ora lui, stringendola vicino a sé e accarezzandole i capelli, mentre vi scostava qualche foglia che vi era rimasta impigliata.

“Spesso la gente ha molta paura di questo passaggio e fa di tutto per evitarlo; io l’ho scoperto e attraversato da poco e sono contento, ma tu mi mancavi.”

“Dov’è Dio?” Domandò subito lei, ancora smarrita.

“Calma!” rispose lui “E’ qui, ci sei dentro!

Non lo senti nell’aria buona che si respira?

Mi sembri quel pesciolino curioso che chiedeva a tutti dove fosse il mare e ci stava nuotando dentro!

Dio non ci fulmina con la sua apparizione, ma ci si rivela piano piano perché ci conosce e ha compassione di noi.

Si fa conoscere a poco a poco per abituarci e prepararci meglio alla sua presenza senza restarne folgorati e ci dà, anche qui, la gioia di cercarlo e trovarlo sempre di più.”

“Un po’ come sulla terra, allora!”

Disse lei un po’ delusa.

“Sì, un po’ come sulla terra” Confermò lui.

“Anche là, infatti, se gli uomini avessero più fede, godrebbero un anticipo di paradiso, ma qui è un’altra cosa: la fede non è più cieca e i nostri occhi si aprono sempre di più per vedere ciò che di là è invisibile.

E la cosa più bella è che, come Dio è infinito, così è infinita la nostra corsa verso di Lui, senza mai raggiungere la sazietà e la noia.”

“E tu” chiese lei con una punta di invidia “vedi già la sua gloria?”

“Tanto da esserne felice” rispose lietamente lui “ma ne ho ancora di strada da fare e sarei ancora più felice di farla con te! Abbiamo camminato tanto insieme sulla terra che non potremo fare a meno di camminare insieme anche qui!”

“D’accordo!” disse lei “anche questa terra sembra solida sotto i nostri piedi! Avevo sempre temuto che in cielo si galleggiasse in mezzo alle nuvole come astronauti, invece ci si sente tranquilli, come fossimo in un paese familiare, e più forti…”

“E anche più belli” aggiunse lui guardandola intensamente “Come sei bella oggi!”

“Anche tu! A vederti, finalmente, mi viene una gran voglia di piangere! Ma si può piangere in cielo?”

“Certamente, siamo sempre persone umane, anche Gesù ha pianto, anche sua Madre qualche volta la vediamo piangere per noi, ma sono sempre lacrime buone, che smuovono e mitigano la durezza dei nostri cuori e li rendono più sensibili all’azione di Dio! Certo che qui c’è molto lavoro da fare: quando arriviamo qui spesso i nostri cuori sono duri come sassi, spauriti e chiusi come ricci in posizione di difesa, poi però si accorgono che non c’è più bisogno di difendersi perché non c’è più nulla da temere.

Qui c’è Qualcuno che ci conosce nel profondo, eppure non ci condanna e non ci disprezza, anzi, ci aiuta a conoscerci meglio e a perdonarci.

In questo senso noi siamo dei privilegiati, perché abbiamo già sperimentato qualcosa di simile quando ci siamo incontrati e innamorati, e ne abbiamo anche provato l’effetto di sofferenza purificatrice.

Allora abbiamo sentito il dolore di non essere come l’amore dell’altro meritava che fossimo e, sotto il suo sguardo, ci siamo visti nella nostra pochezza, ma anche nella nostra sincera volontà di bene.

Ora, sotto lo sguardo potente e penetrante di Dio, è avvenuto il nostro giudizio, ma se siamo qui è perché il suo amore ci ha salvati e siamo entrati in quel cielo che Gesù chiama :La Casadel Padre!”

“La casa del Padre!”disse lei pensierosa “Quante volte ho sentito questa espressione, e mi è sempre sembrata così misteriosa!

Come è veramente per noi la casa di nostro padre e di nostra madre? E’ un luogo sicuro, dove siamo certi di trovarci sempre accolti e aiutati, dove ci si muove a proprio agio e di cui si sente sempre la nostalgia perché lì è la culla della nostra vita…

E’ bello sapere che questa casa del Padre non ci sarà più tolta!

Quante volte ho sofferto lo strappo interiore di dover lasciare un luogo dove mi ero sentita protagonista!

Sembrava che ormai facesse parte della mia stessa anima, che lì avessi messo le radici e dovessi crescere ed espandermi sicura…e poi, inevitabilmente, lo spazio e il tempo sono cambiati e tutto non ha più avuto lo stesso significato e la stessa realtà di prima.

Come se fossa la scena di un teatro che si smonta dopo la fine della commedia!”

“Ora non più” disse lui “perché le cose di prima sono passate.

Tutte le volte che abbiamo sofferto è perché, senza saperlo, sentivamo nostalgia di questa dimora stabile e definitiva a cui eravamo destinati, dove potremo abitare sempre con tutti quelli che amiamo.

Vedi,la Casadel Padre è come un centro di gravità che ci attira, attraverso tutte le diverse vicende della nostra vita: lì c’è l’amore di Dio che ci chiama e rende inquieto il nostro cuore, proprio come dice S. Agostino.

Una cosa però non è ancora stata messa abbastanza in luce, e cioè che per la coppia l’amore sponsale è la strada maestra di questo Amore, è da lì che passa naturalmente la voce di Dio, quella voce che nasce nel profondo del tuo cuore e qui si fa manifesta, la senti? simile al fragore di grandi acque.

E’ come una musica che ci accompagna e ci guida, guai quando la si fa tacere…

Sulla terra è spesso sopraffatta da tutto il rumore che ci circonda, al punto che può essere ignorata, come se non esistesse, qui invece è una cosa sola con il tuo respiro, è lo Spirito di Dio che ti fa chiamare il Padre Abbà, in uno slancio di amore.”

Ci fu un lungo silenzio.

E’ difficile dire e ascoltare cose più grandi di noi, anche se si è in cielo.

“So che dovrai ritornare sulla terra” riprese a dire lui, improvvisamente serio “dal momento che non mi è permesso venire da te, ho ottenuto che potessi venire tu qui da me, ma non ancora in modo definitivo.

Ogni tanto ti sarà concesso di oltrepassare il confine che ci divide e di respirare un po’ di questa aria buona insieme a me.

In cielo si sono stancati di quel tuo continuo insistere e, poi, il Signore ha un debole per le vedove che non lo lasciano in pace giorno e notte, come te, così ho ottenuto per te un permesso speciale, dovrai meritartelo però…

Sei pronta a staccare tutto quando è il momento, a vedere e imparare qui quello che ti sarà concesso e poi tornare umilmente al tuo posto sulla terra, rispettandone le regole e senza pretendere favoritismi e particolari premonizioni?”

Lei non sapeva che cosa rispondere.

Questo andare e venire tra la terra  il cielo le sembrava più difficile di un passaggio definitivo che chiarisse completamente la sua posizione.

Ma non poteva rifiutare.

In fondo era un grande privilegio avere uno spiraglio da cui affacciarsi sul cielo…e poi non era quello che faceva ormai abitualmente di spostare là la sua attenzione per cogliere ogni minimo elemento che sapesse di trascendente, nel tentativo di unificare ciò che era stato diviso?

Era logico che accettasse, ma voleva anche lei porre delle condizioni…

“No” disse lui in modo gentile ma perentorio “qui non si possono mettere condizioni! Sa Lui quello che dobbiamo fare, noi possiamo chiedere, ma solo se questo è un modo per stargli vicino e confidargli quello che abbiamo nel cuore.

Sentiamo: che cosa vorresti chiedere?”

“Vorrei un po’ più di fede quando sono sulla terra” disse lei sospirando “perché non è facile credere a ciò che non si vede,

C’è sempre la tentazione di pensare che sia tutto frutto di autosuggestione e che la terribile materialità di un sasso sia più vera e reale di ogni nostro sublime pensiero.

Nel sasso si inciampa, si vede, si tocca, si può raccogliere e lanciare lontano; nel pensiero a volte ci si smarrisce…”

Allora lui la guardò deciso negli occhi e la sua voce era dolce ma autorevole, come quando si vuol fa comprendere qualcosa di difficile a un bambino:

“Non capisci che questo è un grande dono che Dio ci fa, chiedendoci la fede?

La cosa più preziosa che possiamo dargli è la nostra fede, la fiducia in Lui.

Come da piccoli ci siamo fidati di chi era più grande di noi, così ora dobbiamo fidarci del nostro Padre che ci ha creato per amore e vuole la nostra felicità.

Eva è caduta nell’inganno del serpente perché ha pensato male di Dio, ora il minimo che possiamo fare per rimediare è accettare ad occhi chiusi la sua volontà e la sua parola, che è più reale di tutti i sassi della terra.

Dio potrebbe obbligarci a servirlo con l’evidenza della sua grandezza, ma noi non lo vorremmo, vero?

Noi siamo uomini liberi e, anche se ci pesa la fatica del credere, certamente è più bello così.”

Poi si fermò un momento, come sopra pensiero, gli spiaceva non accontentarla, come alla fine aveva sempre fatto. tentò un compromesso.

“Lo so che quando tu vuoi fortemente qualche cosa difficilmente ci rinunci…

Ti faccio una proposta: se accetti di buon grado la tua posizione,che, capisco,  è abbastanza ambigua, e la smetti di protestare, io mi darò da fare per passarti, con il Suo permesso, un po’ della mia fede.

Per grazia di Dio io ne ho sempre avuta, l’ho succhiata con il latte materno e mi è sempre rimasta incollata addosso, anche quando non l’avrei meritato, ora, poi, non ne ho più bisogno, almeno nella forma terrena, ora, qui, c’è luce a sufficienza e non c’è più pericolo di smarrirsi perciò “per quantum possum et tu indiges”ti prometto che ti starò vicino per rafforzare la tua fede con la mia.

Siamo una cosa sola: è giusto che ti lasci la mia eredità.

Quando la tua fede vacillerà, non temere, aggrappati alla mia e usala come fosse tua, vedrai che funziona!”

“E ora che cosa succede?”

Chiese lei già allarmata.

“Tranquilla! La casa del Padre, la nostra casa, rimane sempre aperta e io sto qui ad aspettare che mi si faccia un cenno per riportarti qui appena possibile, ma tu non dirlo a nessuno, non vogliamo curiosi in paradiso!”